il Generale Pappalardo: così cacceremo gli abusivi dal Parlamento


Roma – servizio di Eugenio Miccoli

Intervista al generale Antonio Pappalardo, che da ieri si trova a Roma, con il Movimento Liberazione Italia, per “cacciare gli abusivi” dal Parlamento. Con la notifica in esclusiva dell’arresto a Ettore Rosato (PD), autore del Rosatellum.

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In un’immagine, il motivo per cui i media fanno schifo

Questa è piazza Montecitorio in questo momento, 11 ottobre 2017:

Piazza Montecitorio 11 ottobre 2017

Parliamo del Parlamento italiano, e degli italiani che protestano per la fiducia su una legge elettorale cucita su misura dei banditi che hanno sequestrato la politica da decine di anni. E insieme alla politica, tutti gli italiani onesti.

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Il Movimento è morto. Viva il Movimento!


C’era una volta il Movimento 5 Stelle. Fatto di cittadini che prendevano decisioni tutti insieme, dopo avere scartato migliaia di scelte alternative, valutate attentamente una per una. Tutte le decisioni, non solamente alcune. La televisione era considerata complice del sistema e artefice del decadimento civico e culturale. I sondaggi erano l’antitesi della buona politica, perché la democrazia diretta, da cui le proposte politiche nascono, è già il migliore sondaggio che si possa sperare di avere. La demagogia ripugnava tutti. I protagonismi erano il Peccato originale, da cui era necessario pentirsi e da sublimare nella retorica del portavoce. Per l’esattezza: “cittadino portavoce” (e che i conduttori non si sbagliassero). Tutto era trasmesso in streaming. Due mandati erano “due legislature” (e non dieci anni). Le cariche interne ruotavano ogni tre mesi, tutte, così nessuno avrebbe potuto impadronirsi di una poltrona e diventare inamovibile. Tanto un portavoce era solo un segnaposto della volontà degli attivisti certificati: era sostituibile. Le riunioni a porte chiuse erano un’eresia blasfema, perché contrarie alla trasparenza e perché per definizione ponevano nelle mani di pochi il potere di elaborare strategie nascoste, che viceversa dovevano restare competenza dei molti. Democrazia diretta e strategie di palazzo sono infatti incompatibili a priori. Il titolo di “onorevole” era una macchia indelebile da cancellare con lunghi pellegrinaggi nei MeetUp di origine. Il capo politico non esisteva ancora: non lo era neppure Beppe Grillo. Il capo politico era la base. Nacque solo in seguito, con l’esigenza di depositare il simbolo elettorale e uno statuto ad hoc per le elezioni politiche. C’erano due garanti, lungimiranti fondatori, che tenevano a freno le derive individualistiche di ragazzi catapultati all’improvviso nelle stanze del potere senza i necessari anticorpi, omaggiati e riveriti dai media e dalle associazioni di interessi. I garanti tenevano il timone dritto per preservare l’obiettivo iniziale: ovvero che tutte le decisioni venissero prese in rete e che venisse capovolta la piramide di potere, quella che sempre finisce per trasformare un eletto in uno spocchioso despota arrogante e presuntuoso, convinto di appartenere ad un Olimpo dal quale tutto “può” senza niente avere a “dare”, neppure il rispetto del programma elettorale.

Erano i tempi in cui Casaleggio rimetteva alla rete ogni decisione, e la rete talvolta votava perfino contro a quello che avrebbe voluto lui, come nel caso della depenalizzazione del reato di clandestinità. Il rispetto degli attivisti era non solo formale, ma sostanziale, e questo si traduceva in referendum online dagli esiti mai scontati e presentati con completezza di informazione. Anche perché gli attivisti di una volta, quelli che si erano scorticati la pelle delle mani nel corso di interminabili banchetti al freddo e al gelo, non avrebbero mai e poi mai accettato niente di meno. Erano i tempi in cui Grillo girava senza scorta per le strade di Roma, perché lui poteva permetterselo e se ne vantava (e non erano ancora i tempi in cui invece, addirittura nell’area di una manifestazione di partito, quindi tra i suoi stessi fan, il candidato appena eletto ha bisogno di girare circondato dalla security). Erano i tempi in cui il Movimento 5 Stelle provava a declinare in politica il suo retroterra antieuropeista e sovranista, antielitario e fieramente populista (come rivendicato dallo stesso Gianroberto Casaleggio). Erano i tempi in cui tanti ragazzi volenterosi, ma incapaci di esprimere un autentico anticonformismo comunicativo, restavano sempre a bocca aperta quando il genio comunicativo di Casaleggio stravolgeva ogni aspettativa e ribaltava la prospettiva, uscendo da strade battute e ormai logore per tracciare una rotta che sorprendeva tutti, una provocazione che tutti si trovavano all’improvviso incaricati di gestire, e Dio solo sa se avrebbero preferito di gran lunga adattarsi, loro malgrado, a quel potere che avrebbero invece dovuto combattere, fino a estinguersi nei motivi démodé della tapezzeria delle aule. Erano, quelli, i tempi in cui Beppe Grillo scendeva a Roma chiamando il popolo in piazza Montecitorio, e i politici scappavano dal palazzo come topi in fuga, mentre le acque si facevano agitate e rombavano minacciose, facendo tremare i muri delle aule (io ero dentro a quelle aule. Non avete idea della paura che fa, anche se noi eravamo i buoni, e quando uscimmo dalla porta la piazza esplose in un boato. Fa tanta paura lo stesso, credetemi. È il potere naturale del popolo. Per referenze, chiedere a Maria Antonietta). Erano i tempi in cui il Movimento 5 Stelle era diverso da tutte le altre forze del sistema e nessuno si sarebbe sognato di stringere un patto politico con garganella Bersani, figuriamoci con il peggio degli europeisti banchieri, artefici dell’austerity come l’Alde, in cui i 5 Stelle Europa volevano confluire sotto la sapiente guida di europarlamentari stimati da Mario Monti e ormai dimentichi della logica dei portavoce, ma sempre più calati nei panni del perfetto manovratore di palazzo.

Quei tempi sono finiti. Li abbiamo rimpianti. Li abbiamo voluti indietro. Abbiamo tentato di spiegare perché dovevano continuare ad esistere, esattamente in quella forma voluta da Casaleggio, l’unica in grado di staccare una garanzia assoluta sul trasferimento efficace del potere nelle mani del popolo, laddove tutte le rivoluzioni, storicamente, non fanno altro sostituire una classe dirigente con un’altra, talvolta perfino peggiore.

Oggi il Movimento 5 Stelle è un partito. Si comporta da partito. Ha i riti di un partito. Accentra il potere, come un partito. Ha i suoi servi, i suoi yes-men, i suoi adoratori, i suoi fan, la sua terminologia, i suoi giornalisti, come un partito. Ha perfino il culto della personalità del capo, esattamente come un partito (vedere la lunga presa diretta su Di Maio che entra nell’area delle kermesse di Rimini e, live su Facebook, stringe mani per un quarto d’ora buono, scortato dalla sicurezza, come un Berlusconi o un Renzi qualunque). La spinta di rottura, la narrazione dirompente, la creazione di un linguaggio differente, motivante, sferzante, con i suoi neologismi dissacranti, la componente di attivismo disinteressato e un po’ ingenuo, l’esaltazione dell’uguaglianza, quella impagabile fucina culturale che il blog di Grillo aveva saputo esprimere nella gestione Casaleggio Sr, richiamando intorno a sé ogni giorno intellettuali anticonvenzionali che rappresentavano visioni diverse e inascoltate sulla società, sulle tematiche ambientali, sul futuro, mentre gli altri – i partiti – non avevano che piccole vetrine di propaganda in rete, dove gli dei di un Olimpo demagogico e goebbelsiano ogni giorno parlavano esclusivamente a se stessi, ai loro segretari, ai loro portaborse e ai pochi iscritti con tessera che avevano il fegato di ascoltarli (vedere oggi cosa è diventato il blog di Grillo per accertarsi della metamorfosi in organo di mera propaganda). Tutto questo non esiste più. Il Movimento 5 Stelle ha compiuto la metamorfosi. Dal bozzolo è uscito un leader (termine che un tempo avrebbe procurato inguaribili allergie e insopportabili pruriti). Questo leader ha vinto primarie senza rivali, con risultati bulgari, che in ossequio all’era dei reality show hanno tuttavia beneficiato di una suspence artificiale, con tanto di musica da nomination del Grande Fratello. Questo nonostante il fatto che i vertici avessero deciso che l’erede doveva essere Di Maio già da diverso tempo, e che quindi la cosa più ragionevole da fare (e più onesta) sarebbe stata per il garante prendersi la responsabilità di proporre Di Maio e sottoporre il suo nome a una ratifica referendaria sul blog, da parte degli attivisti. I quali avrebbero certamente confermato, consegnando a Di Maio una legittimità politica che adesso, con una vittoria ottenuta senza rivali, appare meno forte, soprattutto internamente al Movimento stesso.

Tuttavia, tutto questo ce lo siamo detto. Ce lo siamo ridetto e poi stradetto. I primi “grillini”, quelli che ci avevano creduto quando tutti gli altri li prendevano in giro, e che avevano combattuto contro qualunque pregiudizio perché erano autenticamente affascinati, ammaliati dalla purezza cristallina di un’idea coraggiosa e sfrontata, ed erano riusciti a coinvolgere con il loro prorompente e disinteressato entusiasmo ben 9 milioni di elettori che nulla sapevano dei Cinque Stelle e che invece di tutta questa mirabolante costruzione avevano interiorizzato solo un grande, immenso vaffanculo.. beh, questi eroi che (loro sì) hanno cambiato il quadro politico di un intero Paese, hanno provato a raccontare, a chi è venuto dopo, tutte le cose che ho ricordato sopra. Alcuni sono stati espulsi, altri hanno continuato la loro battaglia da dentro. Ma questo è un Paese che arriva da Mussolini (prima) e da vent’anni di Berlusconi (poi). Quest’ultimo è colui che considerava gli elettori come ragazzini con il quoziente intellettivo di uno studente della terza media (parole sue). È un paese che dà 9 milioni di voti a un movimento che non fa alleanze, e poi non capisce perché non le faccia, tanto che, con la complicità di una classe politica debole (che evidentemente Casaleggio non l’aveva né capito né studiato) lo trasforma, attraverso la servitù volontaria dell’asservimento ai sondaggi, in una nuova democrazia cristiana a vocazione maggioritaria, per cui governare non è più il mezzo ma il fine (come il tessssoro del Gollum), che parla con tutti, che tranquillizza tutti, che distribuisce rassicurazioni a tutti, senza capire (o capendolo benissimo) che se vai al governo con il voto di tutti, poi non ti sarà più possibile fare niente, perché tutti chiederanno la loro fetta di torta, e non potrai rifiutarti di consegnargliela, altrimenti se ti va bene torni semplicemente a casa, e se ti va meno bene non ci torni proprio.

Alla fine di questa metamorfosi, come che sia, abbiamo dunque un Partito. Un partito primo nelle intenzioni di voto. Un partito leaderistico, che è nato pescando nelle ideologie di sinistra, così come nel serbatoio di elettori delusi a destra, ma che ora, abbandonato e rinnegato – a destra – quel pazzo di Farage che pure ha portato il Regno Unito alla brexit, e sfatato il mito dell’accoglienza tout court di immigrati e rifugiati – a sinistra -, si è riposizionato con nonchalance al centro, lontano dagli estremi e in corsa per Palazzo Chigi con il beneplacito della Chiesa, del potere transazionale della Trilaterale (Monti, Napolitano & Co), delle lobby, dell’establishment americano in cui il Cinque Stelle è di casa, dei circoli europeisti di Bruxelles, della finanza internazionale e dei mercati, cui Di Maio si è appellato personalmente.

Abbiamo un partito che però non ha segreterie, non ha strutture dirigenziali (per espressa volontà di Casaleggio, ma quando questo vincolo fu ideato il Movimento 5 Stelle era ancora, per l’appunto, un “Movimento”), non ha correnti e neppure regole e tempi certi per sostituire il capo politico (che può decidere di candidature ed espulsioni, mentre non è chiaro come gli altri facciano a decidere di lui). Un partito così è un ibrido che, venuto meno non solo Gianroberto Casaleggio ma adesso anche Beppe Grillo, non si sa bene come prenda le sue decisioni politiche di primo livello, quelle cui gli attivisti della seconda ora hanno felicemente abdicato perché “non si può mica decidere tutto in rete, dai!“. È, insomma, un partito dove tutti sono d’accordo perché gli altri per definizione sono già stati espulsi, dove molti di quelli che avevano remore e hanno pensato per lungo tempo di esternarle ora sorridono sul palco dietro a Luigi che abbraccia Beppe, come se fossero tutti una grande famiglia da Mulino Bianco priva di attriti e di screzi (che non si sa mai poi non vengano rieletti) e dove i dissidenti che hanno ancora un ruolo troppo importante per essere cacciati via vengono bonariamente definiti “romantici” e non salgono sul palco della più importante manifestazione nazionale (come se Buffon non giocasse la finale pur senza essere infortunato, mentre al suo posto scendesse in campo la riserva e tutti lo trovassero più che normale). La Costituzione dice che i partiti sono associazioni dove i cittadini concorrono con metodo democratico alla politica nazionale, ma qui onestamente è difficile scorgere qualcosa di democratico, laddove per democrazia si intenda la facoltà di dissentire. E del resto, a nulla vale votare in rete quando non si ha facoltà di decidere “su cosa” votare. Per intenderci, poi il risultato sono primarie che assomigliano più a un sorteggio di Champions dove in un girone da una parte c’è la Juventus e dall’altra tre squadrette dell’oratorio (e tutti i bianconeri a fingersi preoccupati per la partita contro i cresimandi della parrocchia della divina misericordia). Ma nessuna squadra blasonata si iscrivebbe mai a un torneo se tutti sanno che le designazioni sono truccate.

Ora, però, detto questo, è necessario mettere un punto a queste interminabili considerazioni di merito e di metodo. Non solo sono discorsi che a quanto pare ormai interessano una parte molto residuale degli elettori del Movimento, ma una volta che questi punti siano stati sufficientemente elaborati, bisogna anche comprendere che tale cambiamento è ormai irreversibile, che il Movimento si è trasformato nel Partito Cinque Stelle, che questo partito ha un nuovo capo politico, che è comunque il primo partito nelle intenzioni di voto e che per quanto la situazione possa essere fonte di rimpianto per alcuni, di certo non ci troviamo di fronte a una forza politica peggiore del Pd, di Forza Italia, della Lega e di tanti altri soggetti che da lungo tempo (un tempo a dire il vero molto superiore) calcano il palcoscenico istituzionale. Perlomeno, questo nuovo partito non ha ancora avuto modo di fare i danni che i vecchi partiti hanno certamente e incontestabilmente apportato al tessuto sociale, produttivo ed economico del Paese, dunque lo si può ritenere responsabile di non avere soddisfatto lo slancio ideale di chi viene oggi accusato di essere un inguaribile utopista, e forse di non avere permesso, a chi si sarebbe volentieri organizzato in una forza politica più concretamente devoluta alla realizzazione di un programma di rottura, di portare a termine un obiettivo politico alternativo, ma non lo si può accusare di essere responsabile delle privatizzazioni, delle liberalizzazioni, delle cessioni di sovranità, della sottomissione ai mercati, della distruzione del tessuto produttivo, della domanda interna, della ratifica del Pareggio di Bilancio, del Fiscal Compact, del Mes e di tutte le disgrazie che il Movimento Cinque Stelle a trazione Di Maio ha fino adesso invero dimostrato di non avere compreso e alle quali non sembra intenzionato a porre rimedio.

Oggi è nato un nuovo Partito, sulle ceneri del movimento politico che lo ha preceduto. Lo giudicherò per le scelte che farà. Così come giudicherò l’operato di Luigi Di Maio. Quello che non farò più è ricordare com’era, il Movimento Cinque Stelle, quali erano i suoi principi, i suoi valori, il suo metodo e in cosa credevano le persone che l’hanno portato, dal 2009 al 2013, fino in Parlamento, convincendo proprio con la loro “rigida intransigenza” 9 milioni di persone. Quello è un ricordo che resterà nel mio cuore, così come l’uomo che l’ha creato.

Il Movimento 5 Stelle è morto. Viva il Movimento 5 Stelle!

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