Peter Pan

Andare a vedere Peter Pan, seppure al Teatro degli Arcimboldi, dopo avere assistito a più di una produzione di David Zard, lo ammetto, rischia di non predisporre ad una certa obiettività.
Quel fuorviante “Musiche di Edoardo Bennato”, poi, riempie di aspettative il pubblico che ha nelle orecchie ancora le note di Notre Dame De Paris, negli occhi l’impressionante scenografia di Dracula Opera Rock, con quegli imponenti torrioni che incutono timore ancor prima che il mitico Kabuki, l’enorme drappo rosso che nasconde il palco, cada al suolo con evidente stupore.

Eppure per chi come me ha riscoperto il Musical proprio grazie a Riccardo Cocciante, alla PFM, a voci incantevoli come quella di Vittorio Matteucci, non vi è alcuna alternativa se non calarsi forzatamente in una dimensione del tutto diversa, sotto tutti i punti di vista.

Peter Pan si rivolge, e come non averci pensato subito, ad un pubblico di bambini, i soli che possano divertirsi durante le lunghe, interminabili scene di pargoli saltellanti e chiassosi vocii che deconcentrano e annoiano. Probabilmente pensato per spazi più contenuti, in una location come quella degli Arcimboldi la maggior parte dei dettagli si avverte a malapena, così come la gestualità degli attori, troppo fisicamente contenuta per andare oltre le prime file.

Non mancano alcune pensate geniali, come la scena in cui Peter Pan cerca di catturare la sua ombra che, saltellando qua e là per gli allestimenti, interagisce con lui con un realismo e una sincronia davvero encomiabili. Anche campanellino, la fatina realizzata con un raggio laser verde che impazza sul palcoscenico pressocchè dall’inizio alla fine, è frutto di una trovata che conferisce originalità e allegria.
Tuttavia le musiche di Bennato, che dovrebbero farla da padrone, non sono state scritte appositamente per questa produzione, e questo di per sè potrebbe dirsi pubblicità ingannevole giacchè non viene specificato con chiarezza. Inoltre, la qualità artistica delle basi costruite ad hoc sulle canzoni originali è di una povertà quasi imbarazzante, e questo non contribuisce certo ad aiutare le giovani voci che interpretano i protagonisti, prive di colore timbrico e di espressività. Per non parlare della sceneggiatura, che mescola le scene recitate e le canzoni di Bennato in maniera rudimentale e senza nessuna armonia, dando l’impressione di eventi slegati e non parti di uno stesso fluire.

Per finire, la lettura in chiave comica di Capitan Uncino, le sue posture e il suo atteggiarsi sono smaccatamente prese dallo Jonnhy Depp del ciclo della Maledizione Della Prima Luna, copiate di sana pianta, sacrificando così un ingente tributo sull’altare dell’originalità.

Positiva l’interpretazione del papà dei terribili ragazzini, che strappa diverse volte un sorriso spontaneo ad un pubblico che ha poche altre soddisfazioni.

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