Il mercato delle intercettazioni

Tra pochi giorni passerà il DDL Intercettazioni, quello pensato per dare uno stretto giro di vite sulla possibilità di raccontare o meno le malefatte in cui incappano i malfattori. Basterebbe non essere malfattori per non temere di vedere svelate le proprie malefatte, lo dice la logica, ma questa è un’altra storia. In realtà basterebbe molto meno. Per esempio si potrebbe lasciare ai giudici la possibilità di marcare certe parti di un’intercettazione come pubblicabili e certe altre parti come riservate, o mediaticamente irrilevanti.
Facciamo un esempio. Se io, consigliere comunale, vengo beccato mentre mi accordo con il salumiere per avere le salsicce gratis in cambio della licenza di aggiungere un piano alla mia villetta in brianza, e nel corso delle intercettazioni vengo anche registrato mentre confesso che mia moglie mi ha tradito, un magistrato potrebbe concedere alla stampa il diritto di pubblicare le trattative segrete ad-salsiccias, e marcare come riservate le parti dove lancio epiteti ingloriosi all’indirizzo della mia consorte. A meno che la mia consorte non mi abbia tradito con il capo dei vigili urbani per scambiare i propri umori intimi con il plico di contravvenzioni che giacciono sul tavolo in cucina.
 
Basterebbe il buon senso. Ma no, con la scusa di un dente cariato, si tolgono tutti i denti e si mette davanti alla bocca una bella museruola. Così si può continuare a chiacchierare in santa pace di affari, che per i nostri liberali italiani non si conducono siglando contratti a condizioni vantaggiose, bensì includendo postille scritte con l’inchiostro simpatico, la cui simpatia consiste nel regalare case, prestazioni cervico-sessuali, vile danaro, ruoli nelle fiction e qualche volta elezioni alla carica di senatore.
Tralasciamo momentaneamente l’aberrazione di voler normare il mondo complesso e in massima parte sconosciuto a lorsignori della rete in un disegno di legge che si occupa di tutt’altro, quasi che internet fosse un fenomeno circoscritto, un’appendice trascurabile della realtà e non piuttosto un balzo epocale nelle possibilità di comunicazione che in molti paesi è ormai, insieme alla banda larga, un diritto fondamentale del cittadino. Fingiamo cioè di ignorare che l’approvando DDL Intercettazioni contiene, en passant, l’introduzione del famigerato diritto di rettifica entro 48 ore anche per i blog, norma scellerata e internetticida. Resta comunque tanta altra carne al fuoco.
Per esempio, dalle mie parti si dice gallina che canta ha fatto l’uovo.  I lettori del Giornale potrebbero essere cioè indotti a credere che il popolo delle libertà sia seriamente indignato per la pubblicazione indiscriminata delle intercettazioni telefoniche, pratica da ritenersi lesiva della privacy, eticamente scorretta e in alcun modo tollerabile. Ma anche fingendo di credere a Babbo Natale, qualcosa non torna. Quello che non torna, per la precisione, il blog l’ha pubblicato il 15 marzo, nel post Chi si intercetta da sè, fa per tre.
Raccontavamo di come Silvio Berlusconi, già a Natale 2005, ricevesse la visita ad Arcore di delegazioni-Giuda che recavano in dono non già oro, incenso e mirra, ma scatoloni colmi di intercettazioni, tra cui quelle allora segrete Bnl-Unipol tra il presidente Unipol Giovanni Consorte e il segretario dei Ds Piero Fassino. Dopo evidenti valutazioni politiche e presunti ricatti (poi ci domandiamo come mai la sinistra non ha mai fatto una legge contro il conflitto di interessi), le registrazioni venivano passate al Giornale per la pubblicazione. Addirittura prima che venissero depositate agli atti! Non tutte, però. Alcune potevano tranquillamente restare negli archivi segreti. Per la precisione, quelle che potevano essere brandite minacciosamente allo scopo di evitare un’opposizione politica che non fosse solamente di facciata. Tanto che Berlusconi il carnefice, infatti, non esitava a farsi tenero agnellino, negando opportunamente al Gip Clementina Forleo l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni che riguardavano gli onorevoli Massimo D’Alema, Piero Fassino e Nicola LaTorre, per il suo innato garantismo a tutela della privacy. Anche se sarebbero servite a far cadere quel governo che si stava industriando per sgambettare, subissando il reverenziale Agostino Saccà di richieste per conferire ruoli nelle fiction RAI alle raccomandate dei senatori che potevano far cadere la maggioranza.
Dopo queste rivelazioni, è evidente che anche il Berlusconi che tutela la privacy è autentico come il lupo di cappuccetto rosso che si infila sotto le coperte travestito da nonna. E infatti, della sua totale estraneità a questo commercio di informazioni private abbiamo avuto un’altra prova con il caso Marrazzo, quando il presidente del Consiglio ricevette dalla figlia Marina, in anteprima, i video del ricatto che lo ritraevano in situazioni ambigue con Brenda, il trans bruciato vivo, inspiegabilmente morto come il pusher Gianguarino Cafasso che aveva cercato di piazzare le registrazioni. Berlusconi telefonò a Marrazzo per avvisarlo bonariamente (perché lui è buono) dell’esistenza di questi documenti scomodi, ma meritoriamente annunciò che non li avrebbe mai usati politicamente. Sarà, ma stranamente poco dopo i video finirono nelle mani degli inquirenti, che fecero scoppiare il caso,  e nessuno sa ancora come. Sappiamo però che in Lazio adesso governa la Polverini.
Ma l’acme dell’ipocrisia si raggiunge quando la presidenza del Consiglio grida allo scandalo sproloquiando numeri che Alfano butta lì, come i famigerati 3 milioni di italiani intercettati, ottenuti moltiplicando tutto con tutti in evidente spregio di centinaia di anni di evoluzione della matematica. Da un lato si inveisce contro la pratica delle intercettazioni. Dall’altra, il 15 marzo scorso spiegavamo come l’editore de Il Giornale, Paolo Berlusconi, avrebbe intascato oltre mezzo milione di euro da Roberto Raffaelli (amministratore di Rcs-Research control system, società che faceva intercettazioni per conto dei pm e che le portava in dono a Berlusconi) in cambio dell’intercessione dell’onorevole Valentino Valentini, assistente personale di Berlusconi e capo dell’Ufficio del Presidente del Consiglio, al fine di permettergli di espandersi nel mercato delle intercettazioni.
Berlusconi è insomma tanto schifato dalla pratica dell’ascolto delle conversazioni altrui da avere addirittura usufruito della stessa per le sue convenienze di parte e, tramite l’azione del suo assistente personale, da avere indotto il fratello Paolo a ritenere che fosse possibile avvantaggiare una di queste aziende in un mercato dove essere presenti con la proprio influenza politica ha implicazioni estremamente venefiche per lo stato di salute della democrazia. Un ennesimo conflitto di interessi: la perfetta coincidenza tra l’intercettato e l’intercettatore.

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4 commenti

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    • @Masaghepensu

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