Una definizione possibile di "puttana"


Nel mio post di oggi sul Fatto Quotidiano, scritto in risposta a quello di Aldo Ricci, ho puntualizzato il senso del mio articolo precedente “E se le chiamassimo puttane?“, nel quale mi scagliavo contro Piero Ostellino.
 
Tra i molti commenti, devo dire abbastanza concordi con le mie argomentazioni, qualcuno insiste nel sollevare questioni escatologiche sulla liceità di circoscrivere il termine “puttana” solo ad alcune fattispecie di compravendita sessuale, chiedendosi se non sarebbe giusto invece includere la segretaria che la dà al capo, la studentessa che la dà al professore e via discorrendo, intendendo in questo modo giustificare il fenomeno nel suo insieme, derubricandolo dalla sua collocazione nell’ambito dei comportamenti abietti. In parole povere, perché chiamarle puttane, se tanto così fan tutte?
Come ho scritto sul Fatto:

 “Ragionando come Sgarbi, che definisce puttane anche le signorine che si fanno pagare una cena, si finisce inevitabilmente per dare del puttaniere a tutti gli uomini che a cena ce le portano, per il solo fatto di voler insistere a pagare il conto. Mi sembra un voler allargare una definizione a qualunque cosa, al fine di ottenere che in quella definizione non ricada più niente. Esattamente come ha cercato di fare Ostellino sul Corriere.”

Più in generale, propongo la mia accezione del termine, così come l’ho formulata tra i commenti all’articolo sul Fatto.

« Non capisco perché arrabattarsi in questo contorsionismo mentale. Se ti prostituisci, in qualsiasi ambito tu lo faccia (quindi includendo anche il concetto di prostituzione sociale), semplicemente scegli la strada più comoda e scavalchi chi magari ha più meriti di te, ma cerca di rispettare le regole.
Se nelle regole per fare carriera in un’azienda, ad esempio, ci fosse “fare una fellatio al capo ufficio“, una potrebbe liberamente scegliere se farsi assumere, oppure dire “no, grazie“. Visto che invece sono tutti d’accordo nel sostenere con forza il termine “meritocrazia“, intendendo il fare carriera per meriti aziendali, collettivi, e non per l’avere più o meno compiuto servigi individuali al capo, allora colei che usa la scorciatoia della fellatio umilia se stessa, perché implicitamente si arrende e si trasforma in un oggetto (umilia cioé il suo intelletto, dichiarandolo implicitamente incapace: la morale o il perbenismo non c’entrano niente) e soprattutto tradisce la sua comunità, che ne ha quindi ben donde nell’aggettivarla come meglio crede.
Ovviamente, nella  specularità dei sessi, vale anche il contrario. »

Tra le intercettate di Arcore, ve ne erano molte che si rifiutavano di cercarsi un lavoro, perché della loro laurea non avrebbero saputo che farsene, visto che gli stipendi non sarebbero certo stati equivalenti, e altre che invece il lavoro se lo facevano trovare, essendo compiacenti con uno degli uomini più potenti del paese: il capoufficio d’Italia.
Perché complicarsi oltre la vita?

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