Alla maniera di Luca De Biase


  Molti di voi sanno che Luca De Biase, che da 5 anni dirigeva l’inserto Nòva all’interno del Sole 24 ore, è stato rimosso dal suo incarico.
  Rispetto al post di ieri su Michele Santoro e sull’addio alla Rai, mutatis mutandis, ecco un tipo di approccio più equilibrato al problema del cambiamento, da cui forse in Italia dovremmo iniziare a prendere spunto se vogliamo perlomeno tentare di uscire dal teatrino delle volgarità e del clima continuo da guerra civile che fa molto bene a pochi, sempre gli stessi, e moltissimo male a tutti gli altri.

 
Dal blog di Luca De Biase: Sul prossimo futuro di Nòva

SUL PROSSIMO FUTURO DI NOVA

estratto dal blog di Luca De Biase


Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.

Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. Devo ringraziare la generosità di chi ha voluto reagire lanciando una campagna con il tag #tenetedebiase: so che è stato un gesto scherzoso e anch’io ne ho sorriso di gusto… Ma, in fondo, è stata un’esagerata personalizzazione dell’argomento. Se c’è una cosa importante da chiedere alla rete è questa: non facciamo che questo episodio diventi un motivo di scoraggiamento per chi sente il bisogno e per chi ha la volontà di innovare in Italia. Per quel poco che vale il mio lavoro, e soprattutto il lavoro di tutti coloro che hanno fatto Nòva, quello che serve è sostenere, raccontare, credere nell’importanza storica degli innovatori. E’ straordinario quanto decisivo sia “crederci” – non “illudersi”, ma “crederci” – quando si innova. E far sentire soli i costruttori del futuro è una delle armi dell’inerzia, la cui unica forza è lo scetticismo.
[…] Ma non è giusto – non è giusto! – considerare tutto questo come una perdita. E non c’è nessun motivo per pensare che i lettori che alla domenica comprano il Sole per abbeverarsi della grande tradizione dell’inserto culturale del giornale non trovino utile il nuovo inserto. Le scommesse editoriali vanno prese per quello che sono: proposte. E promesse. Che vanno a due verifiche: quella dei lettori e quella del mercato. Il successo che sinceramente mi auguro con tutto il cuore del nuovo inserto è una speranza che vale la pena di coltivare. Si rivolgerà a persone diverse, forse. Ma forse più numerose.
Il mio compito è quello di studiare, ascoltare e raccontare quello che succede là dove ancora non c’è un manuale d’istruzioni. Dove i fatti si incrociano con la visione, l’energia, l’indignazione di chi crea realtà che non esistevano. E continuerò a farlo. Quanto a Nòva, occorreva una guida dell’inserto più adatta a interpretare con attenzione il suo nuovo assetto.
Che succederà poi? Nella vita ci si adatta, si fa quello che è possibile. Ma il limite del possibile può essere spostato. E, nel nostro tempo, ce n’è molto bisogno.
Per leggere tutto l’articolo di Luca: http://blog.debiase.com/…

1 commento

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  • Scusa Claudio, leggo un po’ di sfuggita ma commento ugualmente perchè volevo cristallizzare questa emozione: a me sembra una vera e propria resa all’inevitabile. Che Santoro sia sopra le righe – eccessivamente, a volte – è fuori di dubbio. Anche lui ha preso questa faccenda come una ripicca personale più che una vera battaglia per l’informazione (altrimenti secondo me avrebbe dovuto virare completamente verso la rete e le pirate-tv: quello sarebbe stato un grande esempio di media tradizionale che va verso il media, diciamo, "innovativo"). In questo post che però riporti tu però c’è un dato: De Biase dice, in sostanza, che non ci si può sempre e solo opporre alle decisione eterodirette, ma che puntando allo scopo ‘vero’ si può depotenziarne l’aspetto più puramente politicante [non "politico", parola di cui ho un grande rispetto]. Quindi propone uno zen dei fini. L’acqua, prende la forma dello stagno, lo riempie, e per quanto lo stagno cambi forma o voglia imbottigliarla l’acqua resta sempre ciò che è. Calza la metafora? Spero di sì. Io però ho un dubbio, anzi, un timore: non è che così comunque si lasci a chi decide un po’ troppo vantaggio? Non è che così prima o dopo i vari Santoro, Debiase, ma anche De Bortoli, ecc.. ecc.. si finisca col minzolizzarci e svilire le buone qualità di quella stessa acqua che punta prima a dissetare che alla forma della bottiglia? Non so, resto scettico. Rileggo, voglio vedere cosa lo stesso pezzo mi suscita a mente fredda.

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