IL TRICERATOPO

Un triceratopo spinge un enorme tronco con le possenti corna. Si produce in uno sforzo estenuante che ne mette a dura prova l’intelaiatura scheletrica, la poderosa muscolatura e ogni singola fibra nervosa. Sembra completamente assorbito in quell’impresa titanica, mentre vigorosi sbuffi dalle grandi narici tradiscono una fatica che non potrà sopportare ancora a lungo, senza compromettere il suo sistema cardiocircolatorio.
Si potrebbe pensare che non faccia una bella vita. In realtà è felice. Ha uno scopo. E la consapevolezza di stare facendo tutto il possibile per conseguirlo lo rende leggero. Se fosse un uomo, diremmo che ha risolto i suoi sensi di colpa. Lo sforzo fisico scarica ogni sua tensione e, nel contempo, produce sostanze che gli regaleranno un inatteso benessere una volta che, terminato il suo compito, potrà acquietarsi su un soffice manto d’erba. Magari ai piedi di una gigantesca sequoia, sprofondando in un estatico sonno ristoratore.
Una volta era diverso. I problemi erano più comprensibili, circoscritti. Le comunità erano ristrette. Decine di migliaia di anni fa gli uomini avevano obiettivi semplici, a breve termine. Se ti accorgevi, nella tua vita, di avere sbagliato tutto, avevi sempre una possibilità di riscatto. Bastava iniziare a lavorare sodo. Quanto tempo potevi metterci a recuperare la tua credibilità sociale? Un mese? Un anno? Ripartire da zero era possibile. Sempre. E se volevi dimenticare perfino te stesso, ti bastava partire e trovare una nuova tribù a cui unirti e dove, se eri fortunato, trovare anche la felicità. Nessuno ti avrebbe inseguito. Nessuno ti avrebbe localizzato. Nessuno ti avrebbe estradato. Ti bastava costruirti una casa e renderti utile alla nuova comunità. Nessuno te l’avrebbe rubata per compensare un vecchio debito che il tempo ha gonfiato a dismisura rendendolo impossibile da restituire e assolutamente incongruo nelle sue spropositate richieste.
 Ricominciare. Ecco quello che ci è stato rubato. Oggi, se perdi il lavoro non ti basta sostituirlo con un altro, perché il lavoro è diventato il fine, non il mezzo. E’ merce rara, come le pepite d’oro. Se te lo rubano, ti portano via tutto, a cominciare dalla casa, dall’auto. E se non basta si siedono lì, come corvi. Aspettano pazienti. Al primo centesimo che guadagni te lo portano via. Se erediti qualcosa, se lo prendono. Ti rubano il futuro. Non puoi nemmeno scappare: la globalizzazione ha invaso ogni luogo. Chiunque sa chi sei, da dove vieni, cos’hai fatto e a chi devi dei soldi. Uno sbaglio, e sei fottuto a vita. Dio perdona infinite volte, l’uomo neppure una.
Ci sono giorni in cui vorrei essere un triceratopo.

11 commenti

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  • no. quello che dici non è del tutto vero.

    ricominciare è sempre stato difficile.

    anzi, allora, essere estromessi dalla propria posizione poteva essere ancora più pericoloso. pensa a certe desrizioni bilbiche sul destino delle città prese d’assedio e passate dal nemico a fil di spada.

    vero è che una società veramente civile dovrebbe distinguersi proprio per questo, cioè per la libertà riconosciuta ad ognuno di ricostruire se stesso in qualunque momento, ma non è sempre così.

  • Quella in cui viviamo non è più società del consumo, ma la metamorfosi della società capitalista che si è evoluta in “società dello spettacolo”.

    Società che implica la distruzione del reale, qundi del pianeta e dell’umanità stessa, distruggendo l’individuo, isolando colui che con questo assurdo della vita non trova comunanza.

    Essa incentra il suo fulcro, la mistificazione della realtà e della sua verità, l’alterazione di essa e di tutto ciò che le concerne, rapporti sociali e individuali, eleggendo epicentro, di questo devastante terremoto, il cervello e il pensiero di ogni individuo, involontariamente o volontariamente, collaborazionista di questo sistema.

    Il documentario

    http://youtu.be/XDupGWRp_Z4

  • Un’ interessante sfida potrebbe essere rappresentata dal tentativo di coraggiosi pionieri di vivere al di fuori del sistema, rinunciando alla tecnologio o meglio appropriarsi di una tecnologia che permetta loro di essere autosufficenti e indipendenti dal sistema. Se si potesse creare una civililtà in embrione, costituita da un numero relativamente basso di individui, forse si potrebbe indagare sul miglior modo di gestire la collettività e si potrebbe individuare sul nascere un eventuale aberrazione (corruzione, crinine, disuguaglianza, ecc.) e prevenirla. Ma tale comunità dovrebbe rimanere nascosta e la sua esistenza rimanere insospettata, altrimenti il sistema globale la eliminerebbe.

    Il mio è solo un costrutto mentale(forse come quello di Claudio) che tenta di dimostrare quanto oggi sia effimero il concetto di libertà e di autodeterminazione.

    • Qualcosa del genere esiste già.

      Negli anni 60 il paesino Ruigoord  è stato evacuato dal Governo olandese che aveva intenzione di estendere il porto di Amsterdam ma i lavori di ampliamento non iniziarono mai e il paese rimase deserto. Nel 1973 un gruppo di Hippies occupò il villaggio facendolo diventare una comunità indipendente.

      Dicono si tratti di uno spendido esempio di villaggio autogestito.

  • Bisogna VOTARE gente capace di emanare leggi di ripristinare il rapporto perverso : Banca / Shiavo  e  Datore di stipendio / Schiavo e farlo tornare alla normarmalità a un rapporto di scambio di servizi : Banca / Cliente  e  Datore di stipendio / Lavoratore.

  • Messora, questa sorta di “favola” mi è piaciuta moltissimo: la voce è bellissima e ho ascoltato rapita, invidiando i tuoi bambini che sentono favole narrate da una voca così profonda e coinvolgente. Trovo che questa idea della video-favola sia bellissima, agisce sul bambino che siamo stati, riporta indietro nel tempo in un attimo ad evidenziare l’invivibilità della vita che ci propinano come unica via obbligata. Come non essere d’accordo col messaggio di fondo, del resto? Splendida iniziativa, spero ne seguano altre analoghe. E splendida la musica di sottofondo: la conosco ma non ricordo cosa sia. Grazie, grazie davvero.

  • Ho avuto la fortuna  di conoscere molti popoli del mesoamerica popoli e tribu’ con una grande cultura,in equador  ad esempio ci sono ancora macchie di indios che non hanno quasi mai avuto contatti con la nostra civilta’ globalizzata e, oramai culturamente cancerigena,queste persone hanno paura di noi come se avessimo la peste e sono sicuro che se la nostra societa’ collassa e si disintegra(credo cosa oramai invitabile) loro nemmeno se ne accorgeranno e continueranno felici la loro vita’.Perche questo e’ l’importante essere semplicemente.Riempirici di cose unitile e dare tanta importanza a oggetti materiali solamente alla lunga di svuota perche le cose ti possiedono,ho visto ninos (bambini) indios giocare con oggetti di legno e’ ho visto nei loro occhi e nei loro sorrisi una felicita’ che sono sicuro che anche l’uomo piu’ ricco del mondo no  avra’ mai nemmeno per un istante.

    Siamo esseri spirituali dentro un corpo fisico e non il contrario.

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