La poltrona vuota

 

articolo di Valerio Valentini per Byoblu.com

Alle ultime elezioni regionali e amministrative emergono candidati ed eletti in liste gremite di persone che non sono certo degne di rappresentare nessuno. La disinvoltura nella formazione delle liste è molto più allarmante di quella che noi abbiamo immaginato“. È l’ottobre del 2010, e a parlare così non è Beppe Grillo, ma Beppe Pisanu. Il Presidente della Commissione parlamentare Antimafia se la prende soprattutto con le prefetture, che sono gli enti preposti per legge ad effettuare accertamenti sugli eletti dei vari partiti nelle varie elezioni. Non, però, sui candidati. Per cercare di limitare il numero degli “indegni”, il 18 febbraio del 2010 la stessa Commissione aveva adottato il codice di autoregolamentazione, con il quale i partiti si impegnavano solennemente a non candidare persone rinviate a giudizio, o condannate in primo grado, per una serie di reati ritenuti gravi: mafia, terrorismo, traffico d’armi e di rifiuti, estorsione, usura e via dicendo.
Ma in Italia, si sa, i partiti sono soliti confondere il concetto di “autoregolamentazione” con quello di “nessuna regolamentazione”. Una mano lava l’altra, e tutte e due servono a farsi il bidet. Ecco perché Pisanu, dopo qualche mese, inveisce in maniera dura contro i prefetti, rei di non aver fornito, o di averlo fatto solo parzialmente, i dati richiesti dall’Antimafia su candidati ed eletti. Gli errori sono diffusi in tutto il Paese, e riguardano ben 30 prefetture, cioè un terzo di quelle interessate dalle elezioni del 2010. Agrigento, Mantova, Messina, Catania e Bolzano sono le 5 prefetture completamente inadempienti, mentre tra quelle che hanno inviato dati insufficienti figurano anche Milano e Bergamo. Ecco che allora Pisanu sbatte il pungo sul tavolo e s’infuria: ipotizza una nuova procedura di sorveglianza, consistente in una scheda “in cui sono indicate le caselle da riempire: le manderemo al ministro dell’Interno e alle Prefetture e noi vogliamo una risposta entro una settimana. Fine. Se non arrivano le risposte vorrà dire che arriverete voi, signori Prefetti a spiegarci in commissione che cosa è successo“. Gli fa subito eco Walter Veltroni: “Non possiamo accettare come commissione di essere presi in giro: sono 7 mesi che dobbiamo assolvere a un impegno e non possiamo. Avendo percorso tutte le vie interne e non avendo avuto una vera risposta dobbiamo rendere nota questa situazione“. Bene, bravi, bis! Ma ora che le nuove elezioni si avvicinano, gli Italiani vorrebbero sapere cosa ha prodotto in due anni la macchina della politica dopo cotanta polemica e il dispiego di un così nutrito numero di cervelli. La risposta è facile: assolutamente nulla. Col rischio, anzi con la certezza, di risvegliarci all’indomani delle elezioni e scoprire le solite facce inguardabili con passati imbarazzanti e fedine penali sporche più che mai.
Quando si pensa agli “indegni” nelle liste elettorali, vengono subito in mente gli esempi più noti: igieniste dentali e figli di papà lobotomizzati divenuti consiglieri regionali a 12mila euro al mese, oppure showgirl nominate ministre. Ma il rischio più atroce nell’avere un sistema di controllo così inadeguato è quello delle infiltrazioni delle organizzazioni criminali che sempre più, nel corso degli anni, hanno affinato le loro tecniche di inserimento nelle Giunte e nei Consigli, fino ad arrivare al Parlamento. Per analizzare nel dettaglio questa capacità sempre maggiore di controllo della politica da parte delle cosche ci sono due storie che meritano di essere raccontate.
La prima è quella di Caccamo, che ci consegna la fotografia di una mafia per certi versi datata: quella che è stata Cosa Nostra fino agli anni ’70. Caccamo è un comune di 8mila abitanti a est di Palermo, che Giovanni Falcone, stupefatto dalla ricchezza delle famiglie locali, aveva ribattezzato “la Svizzera di Cosa Nostra“. Il modo in cui vi si è esercitata la politica, per oltre mezzo secolo, lo ha spiegato Vera Pegna, giovane eletta nel Consiglio Comunale tra le file del PCI nel 1962. Pur non essendo originaria della zona, aveva notato subito delle stranezze, che pochi anni dopo, nel 1970, riferì alla Commissione Parlamentare Antimafia. “Con nostra grande sorpresa, quando siamo entrati nella prima seduta del Consiglio Comunale, abbiamo visto che c’erano 22 sedie bianche per la maggioranza e 8 sedie nere per l’opposizione. Abbiamo visto inoltre che c’era, a parte queste trenta sedie e quella del segretario comunale, una grossa poltrona, e abbiamo chiesto di chi era questa poltrona, se ci si poteva sedere, ma ci è stato detto di no. Era la poltrona di don Peppino Panzeca e non ci si poteva sedere nessuno. Succedeva l’anno scorso. Oggi don Peppino è latitante”. Non credo ci sia bisogno di chiarire che Panzeca era il capomafia di Caccamo. Invece va detto che il suo successore sarà Nino Giuffrè, uomo di fiducia di Riina e Provenzano. Ma quello che è importante notare è il modo in cui Cosa Nostra a Caccamo gestiva gli affari che le interessavano. Lo faceva dall’esterno, senza inserire nel Consiglio Comunale un proprio uomo, confidando nella “comprensione” dei consiglieri e dei sindaci, garantendosi la loro obbedienza tramite corruzione o minacce. Obbedienza che era simbolizzata dalla poltrona lasciata vuota in rispetto del capomafia locale. Una regia, quindi, che la mafia esercitava sulle istituzioni restando al di fuori delle istituzioni.
Per vedere invece quanto le mafie si siano evolute, e fino a che punto le infiltrazioni nella politica siano divenute profonde, la storia che bisogna raccontare adesso è quella di Siderno. Il comune reggino è una delle zone d’Italia in cui il potere della criminalità organizzata è più forte e asfissiante. La locale di ‘ndrangheta che agisce su quel territorio è ritenuta una delle più influenti di tutta la mafia calabrese e, in una lavanderia del posto gestita dal boss Giuseppe Commisso, tra cellophane e lavatrici, si stabilivano gli equilibri del clan a livello mondiale. Nonostante questo, il comune di Siderno non è mai stato commissariato per mafia. Come è possibile? La realtà è che la ‘ndrangheta è riuscita ad oltrepassare il muro che separa le istituzioni dalla criminalità. E lo ha fatto meglio di tutte le altre mafie. Il 14 dicembre del 2010, infatti, è stato arrestato Alessandro Figliomeni. Gli inquirenti hanno individuato in lui un elemento di vertice della ‘ndrina dei Commisso, cioè un “santista”, un ruolo gerarchico altissimo nell’organigramma mafioso, in virtù del quale Figliomeni, secondo l’accusa, “contribuiva a dirigere e coordinare il sodalizio [criminale, ndr] prendendo le decisioni più rilevanti, impartendo ruoli e disposizioni agli altri associati“. Non solo: aveva stretti rapporti col boss Giuseppe Commisso e anche con gli affiliati che operano a Torino, già arrestati nell’ambito dell’operazione Il Crimine. Ora, qualcuno si starà chiedendo cosa c’entra l’arresto di Figliomeni con l’infiltrazione della ‘ndrangheta nella politica di Siderno. Ecco, Antonio Figliomeni, fino a pochi mesi prima di essere arrestato, di Siderno era il Sindaco. Era stato eletto con una lista di Forza Italia, poi era passato con l’Mpa e infine s’era candidato, con gattopardesco trasformismo, alle elezioni regionali con la lista “Autonomia e diritti con Loiero presidente”. Secondo i magistrati Figliomeni partecipava alle competizioni elettorali forte del supporto dell’intera organizzazione criminale o di parte di essa, che gli garantiva un mucchio di voti. Una volta eletto, curava gli interessi della cosca e la favoriva, attraverso l’adozione di specifici provvedimenti.
Le due storie appena raccontate descrivono l’evoluzione, nell’arco di quarant’anni, delle organizzazioni criminali. Le quali non si limitano più a convincere politici corrotti o minacciati a gestire la cosa pubblica in maniera tale da favorire gli interessi del clan, ma si sono fatti ormai gestori in proprio. Le mafie, insomma, non controllano più la politica. Loro la politica la fanno. Nei comuni come nelle province, ma a ben vedere anche ad un livello più alto [leggete le intercettazioni tra il Senatore Di Girolamo e Gennaro Mokbel]. Le tante poltrone lasciate vuote in ossequioso rispetto a un assente innominabile e temuto, oggi sono occupate stabilmente da un potere criminale che è in grado di presentare un pedigree apparentemente impeccabile.
E questo, insomma, il Paese che si sta avvicinando alle elezioni che si terranno a maggio in molti Comuni. Un Paese che corre il rischio, ad ogni tornata elettorale, di essere fagocitato pezzo a pezzo dall’aggressività delle mafie, che si stanno facendo istituzioni. Lo Stato, a causa dell’incapacità dei suoi amministratori e della scarsa attenzione dei media sul tema, si sta di fatto consegnando alle cosche.
Alla luce di ciò, il pensiero di Gianfranco Miglio, che auspicava la costituzionalizzazione delle mafie, si sta rivelando tutt’altro che folle. Se non per un piccolo, fondamentale errore commesso dal teorico della Lega: pensare che questo fenomeno potesse riguardare soltanto il Meridione.

Valerio Valentini

3 commenti

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  • Se Il presidente del consiglio italiano e i suoi amici ministri fanno parte del piu’ grosso cartello mafioso internazionale, quello bancario, che vi aspettate?  Lo stato si consegna alle cosche mafiose? No e’ gia’ completamente in mano della PRIMA COSCA MAFIOSA MONDIALE!!!!!!!

  • L’ho già detto e continuerò a dirlo in eterno:

    Massoneria, Mafia e Vaticano

    Questa è la trojka che governa il mondo, che ci crediate o no questo è; lavorano di regola separatamente ma, in caso di necessità, anche in sinergia (De Pedis, banda della magliana, sepolto in Sant’Apollinare docet).

  • Mafia nostrana emafia interazionale… quali sono le vie di uscita da questa situazione? Non vi sembra il caso di passare alle vie di fatto?? Vogliamo continuare a farci schiacciare da criminali che ci opprimono o alzare la esta per una volta soltanto nella vita. Se la mafia sta nelle istituzioni, allora le istituzioni vanno rovesciate, il resto sono chiacchiere per debosciati. Passiamo ai fatti!

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