Torino, terra di mafia


di Valerio Valentini
Prendetevi un minuto di pausa e fate un respiro profondo: oggi facciamo un gioco. Immaginate che un consiglio provinciale si costituisca parte civile in un processo di ‘ndrangheta, nel quale un noto politico locale è accusato di aver interloquito con la cosche calabresi, ottenendo voti e garantendo favori. Poi ipotizzate – ragionando sempre per assurdo – che nelle poltrone del consiglio provinciale costituitosi parte civile contro quel politico, sia seduto il figlio dello stesso politico. Che, tra l’altro, è stato eletto proprio grazie ai voti che suo padre, giudizioso, ha racimolato presso i boss.
 
Ora, terminato il gioco, strabuzzate pure gli occhi: quello che avete letto è tutto vero. Succede nella provincia di Torino, nel cuore di quel Piemonte che è diventato, ormai da anni, una vera e propria terra di mafia.
Ma andiamo con ordine. L’8 maggio scorso, di fronte alla Commissione Speciale Antimafia, il presidente del consiglio provinciale di Torino, Sergio Bisacca, ha annunciato l’intenzione dell’ente da lui diretto di costituirsi parte civile. Fin qui niente di strano. Se non fosse che uno dei principali indagati nell’inchiesta è Nevio Coral, noto politico e imprenditore, sindaco di Leinì per oltre dieci anni (un comune di 15mila abitanti nel torinese) ed esponente a vario titolo di molte aziende attive in campi che vanno dall’edilizia ai servizi comunali. Non solo: Nevio Coral è anche il fondatore di “Nuove Energie”, associazione culturale che ha “l’intento di incrementare la partecipazione di persone della società civile alla gestione della cosa pubblica”. Tuttavia, la curiosità è che su come gestire la cosa pubblica Nevio Coral ha un’idea tutta sua. Stando agli inquirenti, infatti, il buon Coral – arrestato nel giugno scorso – avrebbe stabilito solidi rapporti con le cosche calabresi impiantatesi nella provincia di Torino, tanto che gli ‘ndranghetisti lo userebbero come “un biglietto da visita”, e addirittura come “un gioco” da spartirsi e litigarsi per ottenerne ritorni economici e favori di vario genere. Favori in cambio dei quali Coral otteneva ovviamente un’ottima contropartita: la garanzia di un mucchio di voti.
E a chi andavano i voti che lui raccoglieva? Al figlio, appunto, che dal 2005 fino al dicembre del 2011 è stato sindaco dello stesso comune, Leinì, divenuto un feudo di famiglia e sciolto per infiltrazioni mafiose nel marzo scorso, riuscendo contemporaneamente ad approdare in consiglio provinciale nel 2009. Ad affermarlo, infatti, sono le carte dell’inchiesta Minotauro, quella che ha portato all’arresto di Coral padre per concorso esterno in associazione mafiosa: Ivano sarebbe fortemente condizionato – per non dire manipolato – nel suo operato dalle indicazioni del padre, che dunque resterebbe il vero burattinaio della politica di Leinì e dintorni. E le ombre dei voti di ‘ndrangheta non ricadono soltanto sul figlio Ivano, ma anche sulla nuora (la moglie dell’altro suo figlio, Claudio) Caterina Ferrero, ex assessore regionale alla sanità, travolta da un’altra inchiesta, di poco precedente all’operazione Minotauro, che la vedeva al centro di uno scandalo fatto di turbative d’asta e corruzione in ambito sanitario. Una famiglia modello , insomma.
Tuttavia, al di là delle accuse formulate dai magistrati, a dare un’idea del sistema messo in piedi da Nevio Coral ci pensano le vive voci dei protagonisti di questa storia: lo stesso politico-imprenditore e i boss coi quali lui interloquiva. L’incontro avviene in un ristorante di proprietà di Claudio Coral, il 20 maggio: l’obiettivo è lanciare l’enfant prodige in corsa per le elezioni provinciali del 6 e 7 giugno 2009, Ivano. Il boss con cui viene intavolata la trattativa è un esponente importante all’interno del “Crimine” di Torino, l’organo di raccordo tra le varie cosche locali, e si chiama Vincenzo Argirò. Il quale, non sapendo di essere intercettato dalle microspie dei Carabinieri, fa un accenno ai bei tempi passati: “dottore, noi siamo qua e siamo felici di esserlo perché … sanno che noi siamo qua con voi e saremo felici come lo siamo stati … anni fa …se voi vi ricordate bene …”. Poi, mentre la serata trascorre, un altro picciotto continua: “con tutto il rispetto che io c’ho per Ivano, lo conosco da piccolo, siamo cresciuti assieme … ascolta … però, dove vai vai, Ivano non è Ivano, Ivano è il figlio di Nevio!”. E Nevio, infatti, che non ha ritenuto opportuno neppure portarlo alla cena, suo figlio, precisa: “In molti casi dicono che è la mia copia più istruita, no? perché lui si è preso una laurea …ha quel qualcosa in più … gli manca, gli manca, forse, gli manca quella maestria e quella esperienza…”.
E la conferma del fatto che la mediazione della ‘ndrangheta è stata fruttuosa, arriva due giorni dopo le elezioni, quando un altro boss locale, Giovanni Iaria, viene intercettato mentre parla al telefono con un altro affiliato: “gli ho telefonato a Nevio […] ho detto vedrai che gli unici che mantengono gli impegni sono quelli che… vicino a te, e tuo figlio è eletto…viene eletto tuo figlio perché io avevo già fatto i conti […] loro hanno aspettato fino alle tre e mezza a saperlo, però io gliel’ho detto ieri sera alle sei e mezza. […] Ha preso 7500 voti: dei nostri non è scappato nessuno!”.
Dunque il sistema Coral non aveva fallito. Quel sistema che lui aveva esposto alla tavolata dei boss: “Innanzitutto prendiamo uno lo mettiamo in Comune, l’altro lo mettiamo nel consiglio, l’altro lo mettiamo in una proloco, l’altro lo mettiamo in tutta altra cosa, magari arriviamo che ci ritroviamo persone nostre che… E diventiamo un gruppo forte”.
Ora, resta da capire come si svolgerà il dibattimento in aula. La parte civile, infatti, di norma è quella che si ritiene danneggiata e intende far valere le proprie ragioni davanti al giudice, al fine di vedersi risarcita. E ci scapperà da ridere a sentire Ivano Coral in preda a crisi mistiche: “Caro papà, dato che tu mi hai favorito regalandomi i voti della ‘ndrangheta, io mi ritengo da te danneggiato. Non in quanto tuo figlio, ma in quanto membro del consiglio provinciale che oggi ti accusa”. Onde evitare cortocircuiti del genere, a disposizione del povero Nevio Coral, forniamo qui brevemente delle formule linguistiche per uscire dall’imbarazzo nel quale potrebbe cadere. Innanzitutto, può ritenersi perfettamente a posto con la propria coscienza presentandosi come semplice “utilizzatore finale” dei voti illegali che suo padre gli ha fornito; oppure, può proclamarsi come il primo eletto coi voti della ‘ndrangheta a sua insaputa. Formula che, ultimamente, va molto di moda.
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2 commenti

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  • Mi cascano le braccia, ma non so se Ivano può essere cacciato dal consiglio provinciale. Certo la cosa è ridicola.

    Aproposito di “A MIA INSAPUTA”, lo sapevi che il governo ha riaffidato un incarico a Malinconico?

  • In un altro Stato, Stati Uniti o tra quelli europei che hanno ratificato le norme contro la “corruzione”, sarebbero stati tutti, padre, figlio e parenti, cacciati dalle Istituzioni, a pedate nel culo, da noi in Italia aspettiamo sempre l’esito dei processi come se i tribunali fossero “il lavacro purificatorio delle anime e delle coscienze”.

    Ricordiamo che i tribunali non perseguono i comportamenti indegni, ma solo i reati che eventualmente dai comportamenti potrebbero essere stati compiuti.

    Condannare “evidenti” comportamenti indegni con l’allontanamento dei soggetti implicati, dai luoghi in cui si gestisce il bene pubblico, è un “dovere civico” assolutamente necessario e prioritario che deve avvenire da “subito” indipendentemente dai reati che solo un processo può eventualmente dimostrare e condannare.

    Un reato potrebbe non esserci, ma un comportamento improprio al ruolo pubblico esiste dal momento in cui si hanno le prove degli “intrattenimenti ed interlocuzioni con soggetti criminali” fatto che da solo compromette chiunque svolga un incarico politico, ameno che non riesca a dimostrare che ad interloquire non sia stato lui personalmente, ma un sosia che adoperava il suo telefono , la sua automobile ed il suo corpo negli incontri con i malavitosi.

     

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