Giovani boss crescono


di Valerio Valentini
Ci sono di solito due circostanze che fanno scoppiare una guerra di mafia. La prima si verifica quando un clan, o un cartello di clan, vuole dare la scalata all’organizzazione criminale e assumerne il comando, rompendo tutti gli equilibri interni e venendosi a scontrare con le cosche più importanti. È questo il caso, ad esempio, della cosiddetta seconda guerra di mafia, che nei primissimi anni ’80 portò i sanguinari Corleonesi di Leggio, Riina e Provenzano a scalzare i Palermitani di Stefano Bontade alla guida di Cosa Nostra. La seconda circostanza è invece quella in cui una nuova generazione di boss, rampanti e intraprendenti, decide di aggiornare l’organizzazione per farla restare al passo coi tempi, imponendo nuovi valori e nuove tecniche criminali. È quello che successe intorno alla metà degli anni ’70 all’interno della ‘ndrangheta, quando alcuni boss più lungimiranti e altri più giovani decisero di far fuori i vecchi gerarchi (Antonio Macrì e Mico Tripodo su tutti), realizzando una ‘ndrangheta meno arcaica e assai più potente: l’entrata dei boss nelle logge massoniche deviate e gli investimenti massicci nel narcotraffico cambiarono in maniera sostanziale il volto della mafia calabrese.
 
Ora, a questa seconda circostanza sembra riconducibile quanto sta accadendo all’interno della camorra. Qualcosa che non è ancora classificabile, tecnicamente, come guerra di mafia, ma che sembra poterlo diventare a breve. E in quest’ottica, a mio avviso, va inquadrato l’omicidio di Gaetano Marinosul lungomare di Terracina.
Da parecchi mesi, ormai, i connotati della camorra stanno cambiando, anche radicalmente. Dopo la sanguinosa faida di Scampia e Secondigliano tra gli scissionisti e i fedeli al clan Di Lauro, molti boss anziani sono stati incarcerati, oppure costretti alla latitanza: in ogni caso, relegati ad un ruolo più defilato. Inoltre, lo smantellamento del clan dei Casalesi e la cattura di molti dei loro alleati hanno tolto di mezzo alcuni degli esponenti più carismatici dell’organizzazione, che erano in grado di mediare eventuali tensioni e tenere a bada le teste matte dei vari clan. In questo scenario, “una nuova generazione di criminali, giovanissimi e fuori controllo, sta scalando i vertici dei clan. Hanno fra i diciotto e i venticinque anni, sono violenti, pericolosi e non rispettano nessuna regola, tanto meno quelle non scritte della camorra. Si tratta di boss emergenti, un agguerrito esercito in continua evoluzione“. Lo scrive Raffaele Cantone nel suo ultimo libro, Operazione Penelope, in cui il magistrato campano arriva a sostenere un’ipotesi investigativa secondo la quale una serie di ben nove omicidi, commessi a Napoli e provincia nel 2011, sarebbero riconducibili tutti ad un medesimo elemento scatenante: “l’entrata in scena, appunto, di giovanissimi criminali, che avrebbero assunto un ruolo di primo piano nei gruppi che gestiscono lo smercio di stupefacenti“, sostituendosi di fatto alle famiglie degli scissionisti e a quelle del clan Di Lauro. Questi giovani boss, spesso poco più che adolescenti, hanno deciso di rompere il cordone ombelicale con i vecchi capi rinchiusi in carcere, disobbedendo agli ordini, forti della loro presenza attiva sul territorio controllato. E quando alcuni dei gerarchi più anziani sono tornati in libertà e hanno tentato di assumere nuovamente i posti di comando, le nuove leve si sono opposte, e spesso per farlo non hanno esitato a sparare.
È all’interno di questo conflitto nascente che con ogni probabilità Gaetano Marino ha trovato la morte: lui, boss di spicco all’interno degli scissionisti, fratello di quel Gennaro Marino che aveva di fatto inaugurato la faida interna al clan Di Lauro, ha dovuto evidentemente pagare il suo ruolo preminente di mediatore con la criminalità albanese e il suo impegno attivo negli affari miliardari del narcotraffico. Ruoli troppo appetibili dai giovani boss, desiderosi di denaro e potere. E anche le modalità dell’attentato sembrano far pensare ad una batteria di fuoco feroce e determinata, ma forse non molto esperta: Marino è stato raggiunto e freddato da 7 proiettili, ma nell’agguato ne sono stati esplosi almeno 15. E l’auto degli assassini, una Punto grigia, è stata riconosciuta da molti passanti. Errori che certo non sono novità assolute nella storia della Camorra, ma che verosimilmente, stavolta, sono stati commessi da un commando di giovani killer, che hanno voluto eseguire un omicidio in grande stile.
Ovviamente queste sono soltanto supposizioni di chi si interessa agli sviluppi delle organizzazioni criminali, che andranno eventualmente confermate, oppure smentite, dalle indagini degli inquirenti. In ogni caso, però, resta una terribile realtà di fatto che va analizzata e affrontata con urgenza: il rifiorire di una nuova generazione di boss e aspiranti criminali, disposti a tutto pur di raggiungere i vertici della Camorra. Il che significa che un bagno di sangue può verificarsi da un momento all’altro. E questo lo Stato deve assolutamente evitarlo. Così conclude Raffaele Cantone il suo capitolo dedicato ai baby-boss: “la continua rinascita di boss sempre più giovani, dunque, dimostra ancora una volta che la repressione, pur essendo indispensabile, non basta. Anzi, diventa inutile se non è accompagnata da interventi sul territorio che migliorino le condizioni di vita sociali ed economiche. Se non si bonifica il loro terreno di coltura, queste arabe fenici risorgeranno sempre dalle loro ceneri“.

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