Da Reggio Calabria a Roma


di Valerio Valentini
Per la prima volta un consiglio comunale di un capoluogo di provincia viene sciolto per infiltrazioni mafiose. O meglio, come ha specificato il Ministro Cancellieri, per “contiguità” di molti amministratori locali con le organizzazioni criminali. Si tratta del Comune di Reggio Calabria, di cui starete leggendo in queste ore lunghi resoconti sui giornali nei quali si loda uno strumento amministrativo efficace, quello del commissariamento dei comuni “inquinati”, di cui solo l’Italia si è dotata. Fu Taurianova, un comune nella provincia in riva allo Stretto, il primo ad essere commissariato. Era il giugno del 1991. A distanza di oltre vent’anni, contrariamente a quanto molti credono, i limiti di questo istituto sono palesi, e andrebbero corretti in maniera rapida.
 
Il primo e più evidente difetto di questo provvedimento è che i commissariamenti dei comuni sciolti per mafia troppo spesso si rivelano delle misere parentesi tra una giunta sospetta e l’altra, in quanto i commissari scelti da Roma sono di solito incapaci di gestire situazioni socio-politiche di cui non conoscono dinamiche e natura e, purtroppo, neppure la storia. Accade quindi sempre più di frequente che i commissariamenti, la cui durata varia da 18 a 24 mesi, anziché costituire un momento di “bonifica”, si trasformino in periodi di paralisi dell’attività municipale che spingono i cittadini, anche quelli onesti, a rimpiangere le vecchie giunte. Colluse sì, ma almeno efficienti, in apparenza. Infatti, sono oltre 30 i casi di consigli comunali sciolti due volte, e in alcuni casi si arriva anche a tre.
Quello che occorre creare, come ripete da anni il magistrato casertano Raffaele Cantone, è un albo ad hoc di commissari, da inviare nei vari municipi in cui si ravvisino vicinanze pericolose tra amministratori e boss. I suoi componenti devono darsi  obiettivi precisi e concreti, e raggiungerli in maniera rapida. La gente deve comprendere che l’onestà non è solo una qualità morale dei poveri fessi o degli eroi, ma anche un incentivo all’efficienza e alla convenienza.
Altra pecca del decreto sta nella sua arretratezza: non è al passo coi tempi. Ad esempio, non tiene conto che la legge Bassanini del 1997 delega gran parte dei poteri e delle competenze non agli esponenti politici eletti, ma agli uffici comunali. Inutile eliminare insomma i consiglieri sospetti e lasciare al proprio posto chi fa i veri interessi del clan mafioso, destinando appalti e distribuendo incarichi.
Bisogna dire che, ultimamente, si è tentato di migliorare la legge, per esempio con il pacchetto sicurezza del 2009 che ha provveduto a stabilire l’allontanamento dei funzionari collusi dagli uffici e ha previsto l’incandidabilità degli amministratori ritenuti all’origine dell’infiltrazione. Tuttavia, paradosso dei paradossi, tale pacchetto garantisce la possibilità, per l’amministratore colluso cui è sbarrata la strada per il seggio comunale, provinciale e regionale, di poter essere comunque eletto deputato e senatore. Come al solito, il Parlamento viene così a rappresentare il giusto coronamento di una vita spesa all’insegna dell’illegalità. È ovvio che l’interdizione dai pubblici uffici, per chiunque sia stato coinvolto in fatti del genere, deve essere totale e irresolubile.
C’è poi un ulteriore aggiustamento che andrebbe apportato alla legge sullo scioglimento, e l’urgenza di questa modifica è testimoniata da quanto è avvenuto nell’ottobre del 2009 a Fondi, comune della provincia di Latina in cui erano state ravvisate infiltrazioni della ‘ndrangheta e della camorra dei Casalesi. Ebbene, il comune non è stato sciolto perché la giunta si è dimessa. Precedente di una gravità assoluta, perché se passasse il concetto che le dimissioni sono un equivalente del commissariamento e dello scioglimento di un comune, tanto varrebbe fare una bella croce su quest’istituto ideato e voluto da Giovanni Falcone. Se la giunta si dimette, vuol dire che in quel municipio si rivota dopo qualche mese, con un’alta probabilità di ritrovarsi le stesse facce nel consiglio comunale. Anche in quei casi, dunque, il commissariamento deve essere esecutivo.
Il commissariamento, insomma, deve essere un momento di crescita sociale e morale nei comuni oppressi dalle mafie. È vero che in 18 mesi un manipolo di funzionari, seppur onesti e determinati, non può demolire il potere decennale, in alcuni casi più che centenario, che i clan hanno acquisito. Ma è altrettanto vero che tali parentesi di responsabilità devono essere pensate come un periodo in cui proporre ai cittadini, abituati a vivere sotto il controllo asfissiante delle cosche, un nuovo modello sociale, sostenibile ed efficiente. Il commissariamento deve essere il primo passo per dissodare un terreno reso sterile dalla criminalità organizzata e prepararlo alla coltura della legalità e della civiltà.
 

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