La nuova Ferrari F138 e la nuova F12 di Marchionne

LaNovaFerrariF138

Pochi minuti fa è stata presentata la nuova Ferrari F138, a Maranello. L’ultimo a parlare: Luca Cordero di Montezemolo. La macchina è targata in ogni dove Santander, cioè la banca spagnola che ha rifilato la sola Antonveneta a MPS senza averla neppure realmente acquistata. E che ha beneficiato anche di una anomalia (a Mps non la chiamano stecca) da 230 milioni di euro. Di certo non esportiamo nel mondo un’immagine limpida e cristallina.

 

Cordero Di Montezemolo ricorda poi, durante il suo discorso, un simpatico aneddoto. Marchionne lo chiama e gli dice di star tranquillo che sarebbe venuto alla presentazione. E anzi: già che c’era voleva piazzare la prenotazione di una nuovissima, fiammante F12.

Intanto, mentre Marchionne legittimamente prenota la sua F12, gli operai FIAT in cassa integrazione sono disperati. E la fusione tra Fiat Industrial con Case New Hollande, passata inosservata, porta in Olanda un marchio prestigioso che non aveva nessun problema, insieme ai miliardi di tassazione che ora serviranno a concimare i tulipani.

Per Byoblu.com, Francesco Boccardo


Alla fine di novembre scorso arrivò la notizia, che non venne ripresa quasi da nessuno: lo Special Committee, l’assemblea straordinaria degli azionisti di Case New Hollande, aveva approvato la fusione con Fiat Industrial. Case New Hollande è una società che produce macchine agricole e movimento terra, nata dalla fusione tra New Hollande e Case Corporation, un’azienda americana dello stesso settore, avvenuta nel 1999. Fu proprio allora che si scelse l’Olanda come sede della nuova compagnia. La società in questione rientra nel portafoglio di Fiat Industrial grazie ad una campagna di acquisizioni portata avanti da FIAT nel secolo scorso di cui il passo più importante fu l’acquisizione di Ford New Hollande nel ‘94 .

Il nuovo accordo prevedeva che gli azionisti di CNH ricevessero 3,828 azioni della nuova società per ogni azione di CNH posseduta da costoro, mentre per gli azionisti di Fiat Industrial lo scambio sarebbe stato in rapporto di parità con le azioni della nuova società. Fiat Industrial è controllata al 30,5% da Exor, la holding della famiglia Agnelli e a sua volta controlla l’88,2% di CNH. Ai soci di minoranza, in maggioranza soci istituzionali a cui era rimasto l’11,8% di CNH, è stato assegnato un dividendo straordinario di 10 euro per azione, pagato prima della fusione definitiva.

C’è solo un piccolo dettaglio: la sede della nuova compagnia è in Olanda, cioè nella sede di CNH. Le azioni sono state scambiate a Milano ed a New York, ma le tasse vengono pagate al governo di Amsterdam. La separazione di Fiat spa in Fiat Automobiles spa e Fiat industrial spa è avvenuta nel 2010 ed ora si comprende bene la ragione: permettere ad una parte di industria italiana di svestirsi della propria nazionalità. Il danno per il fisco italiano è notevole perché quando parliamo di Fiat Industrial ci si riferisce a marchi e aziende importanti, che fanno innovazione come Iveco, FPT, New Hollande oltre che ad un gruppo che è il terzo nel mondo per i veicoli agricoli e industriali, che vanta 25 miliardi di euro di fatturato e due miliardi di utili circa. E dopo la fusione, nel 2012 ha incrementato i profitti del 6,2%. Sono aziende, quelle di questo gruppo, che sviluppano tecnologie all’avanguardia e apprezzate a livello internazionale. Infatti, tanto per dirne una, la New Hollande Agricolture ha progettato il trattore ad idrogeno con l’obbiettivo di rendere l’agricoltura indipendente dal petrolio. Fiat Automobiles, che non investe nell’auto ibrida, invece è rimasta in Italia, forse sperando di ottenere protezione economica dal governo o forse più probabilmente perché non è ancora completata la fusione con Chrysler, a quel punto potrebbe anch’essa lasciare il Belpaese.

Il nostro fisco non può opporsi poiché, nonostante l’Olanda presenti una tassazione assai vantaggiosa per le imprese, non è considerato un paradiso fiscale e non può essere oltretutto colpito dall’ostracismo dell’Unione Europea essendo un membro illustre della zona euro. Un altro esempio di cooperazione economica ben riuscita e solidale. La cosa che colpisce di più è che Case New Hollande fa parte dell’orbita Fiat da molti
anni e non sembra che ci siano gravi squilibri aziendali a causa della mancata fusione. Non era vista come un’esigenza impellente presso la comunità economica. L’unica spiegazione logica è proprio che questa sia stata una fuga all’inglese: lo sfruttamento di un espediente elegante per prendere il largo. Il relativo silenzio dei media è dato dal fatto che non esiste, collegata a questa vicenda, un’emergenza occupazionale, almeno
non per ora. Infatti è la testa della società che si trasferisce, mentre stabilimenti e personale italiano restano confermati, per ora. Focalizzare l’attenzione su questa dinamica, comune a molte società italiane solo più nel nome, a partire dalle tante svendute nei primi anni novanta fino ad arrivare alle nuove illustri acquisizioni, può però aiutare a rispondere alle tante domande sul perché per fare carriera molti giovani laureati italiani debbano trasferirsi all’estero.

Il piano Fabbrica Italia, il miraggio di venti miliardi di investimenti, è stato utilizzato come uno specchiettoper le allodole mentre lentamente, sfruttando lo scorporo e la fusione, si mette in opera un piano di evacuazione dall’Italia. Lo si fa per le troppe tasse, forse, oppure la ragione della fuga da Torino è che il nostro Paese è diventato instabile e rischioso. Oppure, infine, semplicemente perché quello che più non si addice ad una grande multinazionale è proprio il legame con il territorio, che bisogna cercare di spezzare in ogni modo, non fosse altro che per consolidare la propria indipendenza.

L’unico ostacolo sulla via della fusione sarebbe stato il diritto di recesso riconosciuto agli azionisti Fiat Industrial per effetto dello spostamento della sede in Olanda. L’azienda torinese (per poco ancora) dovrebbe rimborsare le azioni a chi lo richiedesse a causa dello spostamento della sede. Difficile che succeda dato che è proprio agli azionisti che conviene il nuovo assetto.

Nel 2015 assisteremo probabilmente allo stesso scenario con la fusione di Fiat Automobiles con Chrysler.

 

 

8 commenti

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  • Intanto sul FQ è comparsa proprio oggi la notizia che la Fiat ha annunciato si sindacati la fine del progetto “fabbrica Italia” di Pomigliano

  • C’è una domanda che vorrei fare a tutti i grandi economisti: perchè la voce Mercantilismo è male? Uno Stato degno di questo nome DEVE difendere i propri cittadini e i loro interessi. Marchionne e gli Agnelli non hanno mai avuto niente degli italiani a parte i natali perciò, per quale motivo vanno trattati con i guanti bianchi? Vuoi produrre in Italia? Sì o no? Se produci qui, bene, sennò ti tratto come una qualsiasi altra azienda estera… TI FACCIO IL MAZZO!

    Ormai è ovvio che di questo paese a Fiat non gliene frega più niente. Può produrre auto in Polonia o qualche altro paese delle CE perchè le leggi lo consentono. Dimostrazione che la CE è nata solo per dare ai signori del vapore una nuova arma contro operai e classe media. Altro che unione dei popoli…

     

  • Me ne ricorderò,quando dovrò acquistare una nuova auto;per acquistare un’auto straniera(di fatto fiat)acquisterò un’auto straniera,ma quella che voglio io,bensi Citroen,Nissan purchè sia fuori dall’orbita fiat;se tutti facessero così il buon marchione,dovrebbe assuefarsi alla NOSTRA VOLONTA,e non sempre farsi i cazzi suoi a discapito di chi lo fa arricchire(operai)

  • Logicamente lascia amareggiati vedere la fuga delle aziende dall’Italia e vedere Marchionne comportarsi come un piccolo truffatore che strappa accordi vantaggiosi in cambio di false promesse fatte sulla pelle e la buona fede della gente fa arrabbiare. Però le multinazionali sono così: per definizione non sono legge al territorio, e d’altra parte lo Stato Italiano non può obbligare con la forza le imprese a rimanere in un territorio sovratassato, con pochi servizi inefficienti, burocratico, senza infrastrutture, senza garanzie del diritto. Ovviamente chi può va dove gli conviene di più: lo fanno le piccole imprese, figuriamoci le multinazionali. È lo stato che dee cambiare, puntando sulle piccole imprese che sono più legate al territorio, rendendo più semplice lavorare in Italia. Come prima cosa però dobbiamo renderci conto che non possiamo più permetterci di avere dei cialtroni nullafacenti e incompetenti in politica, e il voto è l’unico strumento che abbiamo.

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