La storia degli appendiabiti

quadro appendiabiti cappotto cappello

Si possono appendere le scarpe al chiodo quando si smette di giocare a pallone. Si possono appendere i panni al sole, le speranze a un filo, i quadri al muro, i condannati a un legno e i festoni sulle porte. Poi si possono appendere i vestiti agli appendiabiti. E non è che sia stata sempre una cosa naturale. Esistono appendiabiti da parete e appendiabiti da armadio, esistono gli ometti, le grucce, gli appendini, gli attaccapanni e così via. Ma non ci sono sempre stati: sono stati inventati tutto sommato di recente. Per la precisione, i primi prototipi risalgono alla metà dell’ottocento. I vestiti vittoriani, in crinolina, erano impossibili da sistemare senza che si sgualcissero tutti. Così l’unica soluzione era appenderli. Il termine “ometto” deriva dalla tipica forma a spalla dell’appendino, in maniera che sia semplice sistemare camicie, giacche da uomo, gonne, cappotti… Possono chiamarsi perfino “uomo morto” (quelli appoggiati al pavimento) o “servomuto”. La fantasia non ha limiti.

Come che sia, bisogna aspettare i primi del novecento per averne almeno 190 tipi diversi a disposizione, brevettati negli Stati Uniti d’America. Ma il modello che conosciamo tutti, quello più familiare, è quello brevettato da un costruttore di paralumi, Albert Parkhouse, che stufo di sentire le lagnanze dei suoi colleghi i quali non sapevano dove riporre i loro soprabiti, prende un filo di ferro, lo ripiega nella classica forma cui siamo abituati, gli aggiunge un gancio nel mezzo et voilà: la gruccia è servita. I sarti poi fanno il resto, approfittando dei primi brevetti, risalenti al 1932 e al 1935 (quest’ultimo aveva anche il sostegno orizzontale per i pantaloni), per esporre le loro creazioni al grande pubblico.

Che mondo sarebbe, oggi, se non sapessimo dove appendere gli abiti? E nonostante questo, nonostante cioè sia passato almeno un secolo dall’invenzione degli appendiabiti, in camera mia i vistiti formano ancora graziose palle di tessuto arrotolato negli angoli più improbabili, sulle sedie, sui mobili e ovunque ci sia posto per creare l’ennesima montagnetta da disfare alla mattina. Un mistero che forse solo Piero Angela potrebbe svelare.

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