The MORO Files, Gero Grassi: 4 –La Prigionia di Aldo Moro

#theMOROfiles Il Parlamentare Gero Grassi, grande esperto del caso Moro e conoscente personale del Presidente ucciso, promotore e membro della Commissione d’indagine Parlamentare “Moro 2” conclusa il 13 dicembre 2017, racconta in 5 appuntamenti su Byoblu la verità giudiziaria sull’evento terroristico più importante della storia d’Italia.

«Aldo Moro rappresenta un bene prezioso per il nostro partito. L’auspicio è che possa essere messa in atto ogni azione capace di far fallire lo scopo di questa criminosa e criminale attività». Benigno Zaccagnini – Segretario DC 16/3/1978

Il 17 marzo, in Italia si apre una disputa storica che permane: trattativa sì o trattativa no? Curioso che quando Cossiga viene interrogato, alla domanda: «Chi è il capo del partito antitrattativista?», risponda: «Eugenio Scalfari di “Repubblica”». E come fai, perché, che c’entra Scalfari? Non lo capisci! Ma Cossiga non parla a vanvera. Cossiga è criptico, ma se dice una cosa ha le sue motivazioni, almeno così a me ha insegnato questa storia del caso Moro. Alcuni dicono Andreotti, che scrive: «Le lettere di Moro sono moralmente irricevibili». E Moro gli risponde dal carcere: «Presidente Andreotti, lei passerà alla triste cronaca. La storia non le appartiene. Lei è un uomo cinico senza mai un momento di umana pietà».

C’è un tentativo in Italia anche autorevole ad opera di Cardinali, Vescovi, politici, sindacalisti, giornalisti: non bisogna trattare! Perché se trattiamo lo Stato diventa debole con le Brigate Rosse. Moro dice che: «Aveva detto che bisognava trattare in occasione del caso Lorenz, in Germania, e aveva detto che bisognava trattare in occasione del rapimento del Giudice Sossi, rapito dalle “BR” nel ’74 a Genova». Sereno Freato, che era il capo della segreteria di Moro, dice: «Moro avrebbe trattato anche per l’usciere del più piccolo Paese dove c’era la Democrazia Cristiana». Giuliano Vassalli dice: «Guardate, chi conosce Moro capisce che nelle sue lettere c’è quello che insegnava a Bari all’Università: “la persona prima di tutto”». Claudio Martelli, socialista dice: «Quella di Moro non è un’apologia pro vita sua, ma pro vita omnium. Lui si batte per la vita dei “desaparecidos” argentini e dei sovietici rinchiusi nei Gulag, quindi lui ci indica come salvargli la vita». Ma c’è un famoso Cardinale, il Cardinal Siri di Genova, il quale, quando il direttore Anselmi gli va a dire che Moro è stato rapito risponde: «Ha avuto quello che si merita!». E quando poi Moro sarà ucciso e Siri viene nuovamente intervistato, dice: «Quando è venuto a trovarmi per spiegarmi il centro-sinistra non l’ho preso a schiaffi perché io ho le mani consacrate. Purtroppo, soltanto quando è andato via mi sono ricordato che i piedi non erano consacrati, sennò lo avrei preso a calci nel sedere».

Ci sono autorevoli esponenti del mondo cattolico, penso a una persona perbene: Pietro Scoppola, che sostiene che quello non è il pensiero di Moro. De Rosa, Gabriele De Rosa non conoscono Moro. Io Avevo appena vent’anni, ma avendo conosciuto e frequentato Moro per tanti anni capivo che quelle lettere erano il pensiero di Aldo Moro. E in quelle lettere era scritto semplicemente una cosa, che: “La vita della persona viene prima dello Stato!”.

D’altra parte, la cosa stranissima è che lo Stato italiano, dopo, ha trattato con tutti! Ha trattato per Cirillo, ha trattato per Dozier, ha trattato per tutti i colleghi giornalisti rapiti in Medio Oriente quando il conflitto si è spostato – diciamo – dal Mediterraneo in Medio Oriente, penso all’Afghanistan. Per Moro no!

C’è da dire anche (per capire), quando Alberto Franceschini viene interrogato, gli si pone questa domanda: «Ma come mai voi, per rapire il Giudice Sossi,» – che viaggiava in tram a Genova – «siete andati in 17 e per rapire Moro 9 persone?» – che era armato, aveva cinque uomini di scorta -. Franceschini dice: «Guardate che per il rapimento Sossi non eravamo 17, eravamo 18». I Magistrati dicono: «Ma come? Vi abbiamo arrestati tutti!». «No! Perché Francesco Marra, pescivendolo di Quarto Oggiaro, non l’avete arrestato». I magistrati dicono: «Perché?». E Franceschini risponde: «Perché è un infiltrato dei carabinieri nelle Brigate Rosse». E durante i giorni del rapimento Sossi, Francesco Marra ci diceva sempre: «Quando ammazziamo il maiale?» – riferimento a Sossi – «Per fortuna non lo abbiamo ammazzato», dice Franceschini. Che vuol dire questo? Dice Franceschini: «Noi siamo stati infiltrati già nel 1971, quando le “BR” sono nate all’Hotel “Stella Maris” di Chiavari. Fino a quando io sono stato capo delle Brigate Rosse gli infiltrati erano tre, dopo gli infiltrati non si sono più contati».

Abu Bassam Sharif, l’aiutante di Arafat, dice: «Le Brigate Rosse, che noi abbiamo aiutato e favorito facendoli venire in Palestina, a un certo punto le abbiamo respinte perché ci siamo resi conto che erano infiltrati».

Quindi esiste una fase (tra virgolette) di “purezza ideologica” delle “BR” e una fase nella quale le “BR” sono fortemente infiltrate. Ed elementi per dedurre questa infiltrazione sono:

  • il non arresto di Moretti in diverse occasioni, nelle quali vengono poi arrestati Curcio e Franceschini, con Moretti che non si presenta all’appuntamento.
  • La faccenda della cascina di Asti dove muore Mara Cagol e dove pare che il brigatista fuggito e mai individuato sia proprio Mario Moretti.
  • Il non arresto di Valerio Morucci quando tenta con le armi di entrare dalla Svizzera,
  • la collaborazione di Morucci da pentito per la redazione del memoriale Morucci/Faranda e quindi una collaborazione che lui offre a organi dello Stato, mentre è imputato dallo stesso Stato.

Nei 55 giorni ci sono episodi scandalosi. C’è l’episodio della seduta spiritica che si realizza in provincia di Bologna. In questa seduta spiritica – secondo chi l’ha trasferito, Zappolino, frazione di Valsamogge – nove professori universitari (cinque donne e quattro uomini), muovendo l’anima di Don Sturzo e di La Pira attraverso un piattino, quindi una seduta spiritica, avrebbero individuato in Gradoli il luogo nel quale stava Moro.

Ci sono due cose strane: la prima è che questi quattro uomini siano poi diventati tutti Ministri della Repubblica, dei quali tre di cento-sinistra e uno di centro-destra. Prodi, Gobbo e Cro per il centro-sinistra e Baldassarre per il centro-destra. La cosa strana non è che io per gioco faccio la seduta spiritica e aspetto il piattino che si muova. La cosa strana è che la Magistratura italiana – nella parte di chi ha ascoltato questi professori – ha creduto alla possibilità del piattino che si fosse mosso grazie all’anima di Sturzo/La Pira. Questa è la cosa drammatica!

È chiaro che la seduta spiritica è un malcelato tentativo di coprire una fonte che non si vuol definire. E che io – così come ho scritto nel libro – ritengo stia nell’Università di Cosenza dove il Rettore era Beniamino Andreatta, che è il capo storico di questi nove professori universitari e che, pur stando nella casa dove c’è la seduta spiritica, non vi partecipa. L’Università di Cosenza è anche il luogo dove insegnano alcuni professori universitari notoriamente legati alle Brigate Rosse. Penso a uno: Franco Piperno, la cui moglie (ex moglie, parlo della moglie dell’epoca) era Flora Pirri Ardizzone che fu arrestata e poi rilasciata.

«Avrebbero fatto gli accertamenti nel Paese di Gradoli e io dissi: “Mah! Siamo sicuri che a Roma non ci sia una via Gradoli cui sia più probabile che possa esserci qualche cosa?”. E la risposta è stata – adesso non ricordo di chi – che sulle Pagine Gialle questo nome non risultava. E, andate via queste persone, io vado a prendermi il mio elenco telefonico e ho visto che questo nome c’era». Eleonora Moro – tratto da una testimonianza.

Dopo la notizia di Gradoli che cosa succede? Che le forze dell’ordine vanno a Gradoli, dove non c’è nessuno. Secondo Tina Anselmi l’obiettivo non era Gradoli, era via Gradoli. Ma qui bisogna dire che il biglietto portato da Prodi a seguito della seduta spiritica a piazza del Gesù (la sede della DC) per darlo a Cossiga contiene indicazioni che portano a Gradoli Città. Ma Prodi non lo ha dato a Cossiga. Quindi nel passaggio Prodi/Cossiga io non so che cosa è successo perché non c’ero.

Secondo Tina Anselmi il luogo era via Gradoli, che non è la prigione di Moro, ma era il quartier generale delle Brigate Rosse, cioè è il luogo dove stavano Moretti con la Balzerani. E lì la polizia si ferma per un disguido o per un interesse e non abbatte la porta nonostante nessuno abbia risposto. Sul presupposto che i coinquilini dicono: «No, sono bravi ragazzi».

Lì c’è un’altra cosa strana, e cioè che il verbale della polizia dell’irruzione in via Gradoli è fatto su carta intestata della Polizia di Stato (e il termine “Polizia di Stato” è successivo alla riforma dell”81. Prima si chiamava “Servizio di pubblica sicurezza”). La cosa altrettanto strana di via Gradoli è che una persona di una grande abilità strategica e logistica come Mario Moretti ponga il quartier generale delle Brigate Rosse in una strada a senso unico. In una strada chiusa. Peraltro una strada molto frequentata dalle forze dell’ordine, perché all’epoca in via Gradoli, a Roma, c’era microcriminalità, prostitute, terzomondisti.

Un’altra cosa strana su via Gradoli è che quando la moglie di Moro chiede a Cossiga: «Ma scusa, Francesco, avete visto se sta sulle Pagine Gialle via Gradoli?». Cossiga, Ministro degli Interni, dice: «Non c’è». Io le ho trovate le Pagine Gialle del ’78: via Gradoli c’è, è una strada sulla Cassia, ovviamente molto meno abitata di oggi.

Ma non c’era bisogno di andare alle Pagine Gialle, perché in via Gradoli l'”UCIGOS”, che sono i servizi segreti dell’epoca, hanno sei appartamenti di proprietà del Ministero degli Interni. E Vincenzo Parisi, che era Prefetto di Grosseto, che poi fu capo della polizia, aveva quattro appartamenti in via Gradoli. E nessuno sapeva che a Roma ci fosse via Gradoli. Quindi una cosa molto, molto, molto strana. Via Gradoli non deve passare alla storia per la scopa… quello è tutto un gioco, un bluff. Via Gradoli era l’epicentro strategico delle Brigate Rosse.

Nei 55 giorni succede anche l’episodio del lago della Duchessa. Moro è morto e l’hanno gettato nel lago. Il lago della Duchessa (per sua esplicita ammissione) è una prova per tastare la sensibilità degli italiani sulla morte di Moro, voluta da un Magistrato: Claudio Vitalone. E realizzata – questa cosa stranissima – da Toni Chichiarelli, che è un grande falsario appartenente alla “Banda della Magliana” e che fa la rapina del secolo. Cioè fa la rapina in una banca particolare di Roma legata a Calvi, dove normalmente stanno 4 miliardi di deposito e quel giorno ne stanno 40. Anche se è una banca anomala, cioè è una banca alla quale fanno riferimento le altre banche e non i privati cittadini. Toni Chichiarelli verrà poi ucciso (dopo poco).

Nei 55 giorni succedono anche delle cose molto strane. Si pensi, per esempio, a qualche giorno dopo il rapimento, che il Parlamento approva un decreto del Governo – è una conversione – che è unica nella storia d’Italia. Perché questo decreto, che è il cosiddetto “decreto antiterrorismo”, ad un certo punto dice che la Magistratura capitolina è subordinata, per il caso Moro, a un preventivo parere del Ministero degli Interni. Che è una cosa unica, perché è la sottoposizione del potere giudiziario  a quello esecutivo. Noi in Italia abbiamo la tripartizione dei poteri. Quindi: esecutivo, legislativo, giudiziario. Questa cosa non è mai successa.

Abbiamo la dichiarazione del Procuratore generale della Repubblica dell’epoca – Pascalino -, il quale dice: «La polizia ha fatto, nel caso Moro, operazioni di parata non per cercare Moro, ma per tranquillizzare la popolazione». Abbiamo parlato prima del lago della Duchessa. Quando l’elicottero parte per andare al lago della Duchessa ci va Elveno Pastorelli (era il capo dei vigili del fuoco, poi sarà il capo della Protezione civile), ci va Santillo (che è il capo dell’antiterrorismo), il Procuratore capo della Repubblica di Roma De Matteo. Non ci va il sostituto che segue il caso Moro: Infelisi. Quando gli chiedono: «Ma lei perché non è andato al lago della Duchessa?» – perché si diceva che al lago della Duchessa fosse stato gettato Moro morto -, Infelisi dice: «Perché io sapevo che il comunicato era falso».

La cosa può essere vera perché la falsità di quel comunicato (che è il cosiddetto comunicato n° 7 delle Brigate Rosse) si evince dal fatto che le Brigate Rosse disegnano la stella a cinque punte in un cerchio di una cento Lire. Nel comunicato n° 7 il cerchio è grosso così. Il dramma è: perché Infelisi non ha parlato con il Procuratore capo e gli ha detto: «Guarda, è inutile andare là perché il comunicato è falso»? La risposta di Infelisi: «Io e il Procuratore della Repubblica non ci siamo mai parlati nei 55 giorni».

Nei 55 giorni, al Ministro degli Interni, c’è un comitato formato da 40 persone (che è quello che deve gestire l’emergenza Moro). Di questi 40, 39 sono iscritti alla “P2”. Tranne il Prefetto Napolitano, che è il capo del “CEIS”, che viene immediatamente sostituito dal Prefetto Pelosi, di Venezia, anche lui iscritto alla “P2”. Steve Pieczenik, consulente CIA di Cossiga, in una trasmissione di Minoli – quindi tutto registrato che noi abbiamo acquisito – e in un libro editato in Francia dice: «Quando sono arrivati i primi comunicati delle “BR”, io mi sono reso conto che c’erano alcune frasi riservate dette “del Comitato dei quaranta“.

Ne ho parlato con Cossiga e abbiamo ridotto il Comitato esecutivo da 40 a 20. Sono arrivate altre lettere – comunicati “BR” – e la storia continuava. Abbiamo ridotto a 10. Arrivavano i comunicati delle “BR”, io mi rendevo conto che contenevano notizie riservate nostre. Alla fine abbiamo fatto il Comitato a due: io e Cossiga, ma il comunicato successivo conteneva le cose riservate che ci siamo detti io e Cossiga».

Pieczenik: «Siamo stati noi, dal Ministero degli Interni, a far sì che un uomo morisse perché dovevamo salvare lo Stato». «Ma lei ne ha parlato con Cossiga?». «Sempre! Lui mi ha dato il via». «Andreotti?», «Presumo lo abbia informato». Il Giudice, a Noretta Moro: «Signora Moro, lei ha mai visto Andreotti?», «Mai! Né prima, né durante, né dopo l’omicidio di mio marito». «Cossiga?», «Sì, Cossiga sì. È venuto a casa qualche giorno dopo il rapimento. Ci conoscevamo da tanto tempo. Mi ha detto: “Noretta stai tranquilla, ci penso a tutto io“», «E lei?» «In quel momento ho temuto: conoscevo troppo bene Cossiga».

Il Presidente Cossiga viene interrogato da “Radio Radicale” qualche mese prima di morire: «Presidente, chi vorrà incontrare nell’aldilà?», «Aldo Moro, il mio migliore amico per chiedergli scusa, perché lo abbiamo ucciso da innocente».

Il Presidente Cossiga è parte centrale del caso Moro. In che senso? Cossiga ha ucciso Moro? No! Cossiga ha organizzato la morte di Moro? No! Ma Cossiga non ha avuto la volontà, la forza, la capacità di corrispondere agli interessi di Moro persona, ma agli interessi di quanti – con la morte di Moro – volevano bloccare l’evoluzione di un processo che era partito dalla Resistenza. Moro, tra le tante cose che vuol fare, vuole costruire l’Europa dei popoli. E per costruire l’Europa dei popoli Moro deve rivedere Jalta.

La revisione di Jalta presuppone che gli americani debbano mollare l’ovest, i russi l’est e gli inglesi le colonie. Gli inglesi, all’inizio degli anni ’60, nei loro atti riservati scrivono che Moro è ammalato di tumore. All’autopsia verrà fuori: sano come un pesce! Gli inglesi scrivono che hanno in Italia due nemici: uno che si è messo in testa di rendere l’Italia autonoma dal punto di vista petrolifero, quindi energetico: Enrico Mattei (ucciso a Bascapè). E l’altro che senza il parere degli inglesi, dei russi, degli americani vuole costruire l’Europa dei popoli, una “antibrexit” – diciamo – onoris causa.

Tutto questo ci dice che il caso Moro non è come ha scritto Rossana Rossanda: “Una storia italiana”. Non è come dice Moretti ai brigatisti che le Brigate Rosse hanno fatto tutto loro. È una storia europea che travalica gli interessi della Nazione, entra in Europa ed in Europa: francesi, inglesi, russi non avevano alcun interesse al compimento del progetto politico di Aldo Moro, che era l’Europa dei popoli. Cosa che tutt’oggi manca ancora.

Nelle lunghe giornate passate nella “prigione del popolo” – come si diceva – Aldo Moro (dice Morucci) fa il “moroteo”. Lo dice in tribunale e il Magistrato non capisce: «E che vuol dire fare il “moroteo”?». «Moro tenta di capire perché noi giovani» – perché le Brigate Rosse erano giovani – «lasciamo le scuole, le Università, le fabbriche per inseguire il mito della rivoluzione armata». Cioè, la grandezza di Moro che sta in carcere e tenta di capire perché i suoi carcerieri hanno fatto quello che… E poi aggiunge (le Brigate Rosse): «Se gli avessimo dato tempo, dopo aver portato i socialisti e i comunisti al Governo avrebbe portato anche noi. Perché diceva a noi: “Dobbiamo stare tutti insieme con lo Stato per combattere il più grande flagello dell’umanità, che è la povertà“».

C’è un signore che ha scritto un libro “La pazzia di Aldo Moro”: io mi sarei vergognato! Mi sarei vergognato! Chi dice che Moro ciecamente dimentica il mondo e tenta di salvare se stesso commette un grave errore. Moro è professore, è credente, è politico, è uomo anche nei 55 giorni. E l’episodio citato da Andreotti relativamente alle vedove Ricci e Leonardi che avrebbero minacciato di darsi fuoco se lo Stato italiano avesse trattato è falso. È smentito dalle vedove a Porta a Porta. Il figlio di Domenico Ricci – Giovanni, criminologo, bravo ragazzo – a me ha sempre smentito questo episodio. Anzi, ha detto: c’è traccia anche nelle dichiarazioni della moglie di Moro che, quando sul “Corriere della Sera” esce questa notizia la madre, quindi la vedova Ricci chiama la signora Moro e dice: «Non è vero che noi abbiamo sostenuto questo. Noi vorremmo che il Presidente Moro torni a casa: avrebbe un senso la morte dei nostri mariti».

Nei 55 giorni Moro scrive: «Io ci sarò sempre come punto di riferimento per evitare che la DC si faccia quello che se ne fa oggi». Nei 55 giorni Moro ci parla di Gladio. Moro esalta la vita dei prigionieri spiegando che non c’è nessun reato se invece che in carcere una trattativa porti la persona che deve andare in carcere all’estero, in esilio.

La Commissione Moro ha toccato con mano che un inizio di trattativa ci fu. Il mondo arabo tentò di salvare Moro. L'”OLP”, la Palestina tentarono di salvare Moro, ma le cose non s’incrociarono. Non s’incrociarono. Perché? Perché prevalse la volontà che Moro morto fosse più utile alla causa di tanti soggetti. Nessuno deve pensare a un’assemblea di condominio, nella quale si siedono gli americani, i russi, gli israeliani, i servizi segreti e decidono di rapire Moro: no! C’è un cointeresse da parte di soggetti diversi a che Moro muoia.

Dice Alberto Franceschini: «Senza la complicità attiva o omissiva del “KGB”, del Mossat e della “CIA”, Moro non poteva essere nascosto a Roma per 55 giorni». E per far capire il coacervo d’interessi che ruota intorno al caso Moro vi racconto quello che succede il 29 maggio 1979. Che è certamente dopo la morte di Moro, ma è propedeutico a capire la morte. Il 29 maggio del ’79, in viale Giulio Cesare a Roma – vicino al Policlinico -, nella casa di un autorevolissimo capo del “KGB” italiano, il professor Giorgio Dario Conforto, già spia “OVRA” fascista, e la Commissione ha notizia che contestualmente ad essere spia del “KGB” era spia del “SISMI” e della “CIA”.

Nella casa di questo personaggio vengono arrestati i due fidanzati delle Brigate Rosse: Morucci e Faranda. All’epoca si parla di sensazionale colpo dell’antiterrorismo che ha arrestato due brigatisti. Noi abbiamo le prove che i due brigatisti si sono consegnati per paura che Moretti li uccidesse. E l’hanno fatto tramite il “Salone Autocia” della “Banda della Magliana”. Perché le Brigate Rosse a Roma – tramite Morucci – erano amiche della “Banda della Magliana”. Le Brigate Rosse compravano da lì le automobili usate e da lì prendevano i bolli e le assicurazioni contraffatte per poter andare in giro. Quindi c’è stata una trattativa per la consegna, non c’è stato un arresto.

Nella casa del capo del “KGB” troviamo: carta intestata dello “IOR” di Marcinkus, che è il capo della Banca Vaticana, che è in contrasto aperto con Paolo VI. L’indirizzo privato di Marcinkus, via della Nocetta, 4 – Roma. Marcinkus è iscritto alla “P2” ed è un soggetto “CIA”. Poi ci stacarta intestata dello “IOR”, dell’istituto “Pro Deo”, il cui capo è Padre Morleon, che è un presbitero americano, che è l’omologo di Conforto, cioè il capo degli agenti della “CIA” in Italia. Quindi – anche lui iscritto alla “P2” – nello stesso appartamento troviamo: “P2”, “IOR”, “CIA” e “KGB”.

Ma non è finita perché la Faranda – interrogata in Commissione – ci dice che spesso, la sera, loro due cenavano con Conforto Senior e con la figlia di Conforto Senior (un’altra professoressa universitaria) già legata sentimentalmente a Piperno. In quel momento legata a un giornalista famoso di “Repubblica”: Saverio Tutino, amico di Giangiacomo Feltrinelli e di Fidel Castro.

La cosa strana è che la Faranda dica in Commissione che Piperno e Tutino non abbiano conosciuto Faranda e Morucci! Tenete presente che i passaggi televisivi nelle televisioni dell’epoca di Faranda e Morucci erano quotidiani ed erano – diciamo – a livello di Trump oggi o di Mattarella, Gentiloni, Bergoglio. Cioè, stavano sempre in televisione perché erano brigatisti ricercati. E un famoso giornalista di Repubblica, Tutino, non li riconosce. Quindi completa falsità.

L’altra anomalia di questa casa a viale Giulio Cesare è che quando Morucci e Faranda vengono arrestati, sotto il cuscino del letto di Morucci, vengono trovati quattro fogli A4 con i nomi dei 96 brigatisti, molti dei quali – cioè tutti ricercati – non noti all’opinione pubblica, quindi brigatisti che stavano nel mezzo tra la vita normale e il terrorismo. La cosa stranissima è che questo documento A4 venga trovato sotto il cuscino di Morucci, dopodiché viene allegato al mandato di cattura di Morucci, che fa otto processi. Morucci in Commissione dice: «Io non l’ho mai visto questo documento», ma è allegato al suo mandato di arresto. La Faranda dice che lo ha avuto perché lo hanno rubato in un commissariato di polizia. Il documento trovato lì il 29 maggio viene mandato alla Magistratura, la Magistratura non l’ha mai avuto. È l’unico documento che non risulta agli atti della Commissione Moro, che stanno in Parlamento. Noi riusciamo a trovare una fotocopia di queste quattro pagine.

Tutto questo per dire che cosa? Che quando in una casa, nel ’79, tu hai lo “IOR” che contesta il Papa (ma che ha i soldi), il “KGB” (che è la Russia), la “CIA” (che sono gli americani), la “P2” (che sono tutti e il contrario di tutti) e le Brigate Rosse, è difficile tracciare con un segmento il confine del lecito dall’illecito e del brigatismo da tutto quello che ha accompagnato questo brigatismo.

 


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2 commenti

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  • Assolutamente “incredibile” ma purtroppo più che vero: verissimo. E quand’anche il Gero Grasso e quanti prima di lui volessero, ho hanno avuto, interesse ad una “costruzione” interessata basta seguire le tante e altre ricostruzioni di giornalisti e stqocirici per capire che Moro è tutt’altro che storia ‘Italia. E se ne pagano ancora oggi conseguenza tipo a dannatissima Europa del germanici. Tema drammatico per, appunto, i popoli europei.

    Ps. Non essendo grafologo ma non per questo fesso e privo di elementi di psicologia, quando mi è capitato un libro sul Caso Moro, e nel vedere la sua scrittura “infantile” w bonaria molte dei dubbi che uno si fa si sono svelati come in un caleidoscopio

  • L’informazione che abbiamo oggi sulle vicende importanti legate al mondo sia finanziario che politico, da parte dei media , sono lontane dalla verità . Per fortuna che oggi l’informazione non è solo quella dei media nazionali e delle agenzie preposte. Il grosso dell’informazione purtroppo è ancora quasi come ieri e la maggior parte di noi vive immerso nel falso, anche per questo. Giorgio Gaber assieme al filosofo Luporini hanno scritto una canzone che ci calza a pennello “Il tutto è falso”. Come ci dipingono oggi l’Europa ? Con gli stessi colori che usano per confonderci. Il problema è che ci riesono ma qualcosa sta cambiando, grazie credo anche a una informazione che usa canali e metodi alternativi, come è il caso di Byoblu di Claudio Messora. Grazie ancora Claudio per il tuo importante contributo.

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