Da LifeLog a Facebook: la staffetta Pentagono-Zuckerberg

Tutto il mondo ha seguito nei giorni scorsi la testimonianza di Mark Zuckerberg, il “fondatore” di Facebook, davanti al Senato americano, conseguenza dello scandalo Cambridge Analytica. Il più famoso social del pianeta, con i suoi 2 miliardi di iscritti, è stato infatti accusato di aver ceduto le informazioni private dei propri utenti.

Zuckerberg, alle domande non proprio tecniche dei senatori USA ha risposto che no, lui non ha mai “venduto” tali informazioni, e soprattutto ha ribadito molte volte di essere lui il creatore di Facebook, nato nella sua stanzetta ad Harvard mentre frequentava l’università. D’altronde Hollywood ci ha raccontato l’intera storia con un film di successo, quindi deve essere vero.

La domanda che però ancora aleggia è: solo Cambridge Analytica è riuscita ad ottenere l’accesso a tali dati, preziosissimi non solo per il marketing e la pubblicità, ma anche per governi e strutture governative? E’ molto probabile che lo scopriremo nelle prossime settimane, perché la vicenda Facebook e social in generale non è destinata a chiudersi qui: c’è ancora molto altro da svelare.

Ad esempio che l’idea di un social, ovvero un sistema in Rete che connetta milioni di utenti incoraggiandoli a condividere tutta la loro vita privata, giorno per giorno e fin nei minimi dettagli, non ha avuto origine da un giovane nerd ansioso di conoscere belle studentesse o di farsi notare nel mondo del lavoro, ma risale forse a molti anni prima e a menti molto più raffinate. Come quelle del Darpa, ovvero Defense Advanced Research Projects Agency (Agenzia per i Progetti di Ricerca Avanzata di Difesa), l’agenzia del governo degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di tecnologie per uso militare. La storia la raccontò Wired, il più autorevole e storico magazine di tecnologia e Web, in un articolo che qualcuno ha appena ripescato e che sta in queste ore facendo il giro della Rete.

Nel febbraio 2004, Wired titolava: “Il Pentagono cancella il suo progetto LifeLog”, che potremmo tradurre come “Progetto Vite Tracciate”. E l’apertura dell’articolo dice tutto:

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Il Pentagono ha cancellato il suo progetto chiamato “Vite Tracciate”, uno sforzo ambizioso per costruire un database che tracci l’intera esistenza delle persone. Gestito dal Darpa, il settore ricerca del Dipartimento della Difesa, LifeLog prevedeva di concentrare in un unico posto tutto quello che un individuo dice, vede o fa: le sue telefonate, gli spettacoli alla TV, i giornali che legge, i biglietti aerei che compra, le email che invia e riceve. Da questo apparentemente sterminato oceano di informazioni, i tecnici avrebbero ricostruito percorsi nei dati, mappando le relazioni, i ricordi, gli eventi e le esperienze.

A distanza di 14 anni chiunque, bambino o anziano, riconosce immediatamente ciò che Wired descriveva all’epoca come quasi fantascienza: è Facebook, è Whatsapp, è Android. Sono i social e le tecnologie che usiamo ogni giorno, e che oggi sono parte della nostra vita come l’automobile o la TV.

In un altro articolo sempre riguardante LifeLog, del luglio 2003 (4), Wired descriveva il progetto con altri dettagli:

Ai ricercatori che lavorano su LifeLog è stato richiesto di testare il sistema su se stessi. Videocamere registreranno tutto quello che fanno durante un viaggio a Washington, i satelliti GPS li tracceranno ovunque loro vadano. Sensori biomedici monitoreranno la loro salute. Tutte le loro mail, i giornali che leggono, i pagamenti con la carta di credito saranno indicizzati e resi cercabili.

Nota bene: stiamo parlando del 2003. Tutto ciò di cui discutiamo oggi (“Qualcuno traccia i nostri pagamenti? Tiene memoria della nostra localizzazione? Conosce i dati sulla nostra salute? E cosa se ne fa?”) era possibile, applicabile, e già sperimentato a livello militare. Era, potremmo spingerci a dire, anche attivamente perseguito: i big data, per chi di mestiere è addetto a prevedere il futuro, erano già the next big thing.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che l’articolo di Wired riportava anche come il progetto fosse stato chiuso all’improvviso, e senza spiegazioni. Magari non se ne è fatto più nulla perché i problemi relativi alla privacy hanno avuto la meglio: quale cittadino avrebbe mai concesso volontariamente l’uso di tutti i propri dati personali? Senza l’autorizzazione spontanea di masse enormi di persone, tali big data non avrebbero avuto alcuna utilità. Chissà, magari è così, e il progetto è finito in niente. Ma è curioso notare, come molti già stanno notando in Rete, che l’articolo di Wired sulla chiusura di LifeLog riporta la data del 4 febbraio 2004: proprio lo stesso giorno in cui nasceva, ufficialmente, Facebook.

p.s. benvenuta a Debora Billi, autrice di questo articolo, nello staff di Byoblu. La prima di molte sorprese che seguiranno.

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