Al recente G8 lo staff presidenziale USA
aveva consegnato una simpatica cartelletta stampa ai giornalisti intervenuti, presentando il nostro Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, come un politico dilettante, eletto solo grazie al controllo che opera sull'informazione.

Lo scorso venerdì sera gli states hanno fatto
di più, e se possibile ancora
peggio. La NBC, durante la cerimonia d'apertura dei Giochi di Pechino, trasmessa durante il prime time, per voce dei suoi due commentatori Bob Costas e Matt Lauer, ha solennemente sbeffeggiato Berlusconi davanti all'america intera, per l'occasione incollata al televisore. Dopo avere seguito le telecamere che inquadravano tutti gli 80 capi di stato, ed avere mantenuto un tono di una formalità ineccepibile, al turno dell'Italia Costas e Lauer sono improvvisamente divenuti faceti, e ridacchiando hanno così commentato: «Il primo ministro italiano Silvio Berlusconi ha rinunciato ad essere qui stasera insieme agli oltre 80 capi di stato. Perché a Pechino fa caldo. Troppo caldo per lui.

A 72 anni è troppo anziano per un viaggio del genere. Del resto, è il più ricco magnate italiano dei media ed è anche primo ministro del Paese! Se sei ricco e potente come lui, puoi permetterti di startene a casa a guardare la cerimonia. Comodamente seduto davanti alla tv».
Analogo trattamento per gli
atleti italiani. Mentre i profili dei campioni tedeschi, spagnoli, francesi e inglesi veniva passato in rassegna minuziosamente, gli atleti italiani sono stati mostrati solo per pochi secondi, con inquadrature di sfuggita. Un trattamento da paese del
terzo mondo.
Lo sapevamo già.
Lo sapevamo che l'Italia sta scivolando inesorabilmente verso il terzo mondo, del quale entrerà ufficialmente a fare parte
entro il 2050. E non siamo certo noi quelli che devono convincersi che vivono in un paese dove le più elementari regole della
separazione tra i poteri vengono barbaramente infrante.
Sì, noi
lo sapevamo. Ma
la certezza che ora
lo sanno anche
tutti gli americani, permettetemi di dirlo, mi lascia comunque
l'amaro in bocca.
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