
27 settembre 2008 - 03.48
Questo è un lavoro
meraviglioso. Se avete voglia di giocarvi la camicia, non esitate:
fatelo!
Proverete l'
ebbrezza di prendere ogni giorno un
treno diverso. Di andare ad un appuntamento con persone sconosciute, ma sempre
interessanti. Di preparare le
domande che via email ricevete dai vostri
editori -
voi - mentre fuori dal finestrino
Desenzano sul Garda si specchia, vanitosa, nelle pittoresche acque che la lambiscono. Avrete a che fare con gente
vera. Gente che
ci crede. Che non si è ancora
rassegnata. E soprattutto, tornerete a casa con una
storia da raccontare.
La storia di oggi è
lunga, tanto da doverla suddividere in più
capitoli. Il primo mi è stato suggerito da
Paolo Ricci, e si intitola
La Decrescita.
Felice, aggiungo io.
Felice perchè ne esiste anche una
infelice.
Molto infelice. Lo sanno bene gli
ecosistemi dove le risorse alimentari iniziano improvvisamente a
scarseggiare. Le specie che vi abitano iniziano una
dieta forzata. La popolazione si riduce, vittima degli
stenti. La natura ridimensiona i
predatori fino a quando non si trovano di nuovo in un sostenibile rapporto di
equilibrio con le prede. Se ciò non avviene, li
estingue. La decrescita naturale è molto,
molto infelice!
La
nostra può essere ancora
felice, perchè abbiamo una
scelta. Dio ci vuole bene. Possiamo scegliere di limitare gli
sprechi, e in questo modo permettere all'ecosistema di ristabilirsi, alle prede di stabilizzarsi. Le nostre prede si chiamano
aria,
acqua,
ambiente. Ma anche
uomini. Noi prediamo e
deprediamo. Come cavallette,
infestiamo un territorio e ne esauriamo la capacità produttiva. Per di più lo rendiamo
inutilizzabile. Con il nucleare, addirittura per
200.000 anni! Allo stesso modo facciamo con i nostri simili. Ne esauriamo la
carica vitale. Sottraiamo loro la possibilità di apprezzare la
bellezza del mondo. Rubiamo loro il
tempo, la gioa. E inevitabilmente finiamo per farlo con
noi stessi.
Bastano
otto R, per decrescere felicemente. Chi ha la
erre moscia è esentato dal pronunciarle, ma non dal metterle in pratica. Stanno per:
- Rivalutare.
Rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita. Per esempio, è meglio cooperare che competere; è meglio essere altruisti, piuttosto che egoisti. E' meglio lavorare il giusto, piuttosto che lavorare e basta.
- Ricontestualizzare.
Cambiare il sistema di coordinate che ci permette di interpretare il mondo circostante. Capire che se abbiamo questa perenne sensazione di scarsità, è solo perchè è funzionale al sistema. Abbiamo molto di più dei nostri padri e dei nostri nonni, ma crediamo di avere meno. Perchè?
- Ristrutturare.
Cambiare il modo in cui facciamo le cose, il modo in cui viviamo, passiamo le nostre sere, scegliamo le nostre vacanze. Cambiare i modelli per cambiare le azioni.
- Rilocalizzare.
Tornare a consumare quello che produciamo, a livello locale. Non ha senso mangiare le fragole in qualsiasi stagione. Non ha senso bere l'acqua che arriva da oltre 900km. ognuno consumi quel che è in grado di produrre.
- Ridistribuire.
Garantire a tutti gli abitanti del pianeta un equo accesso alle risorse naturali, alla ricchezza.
- Ridurre.
Diminuire i consumi. Usiamo troppe cose. Le usiamo male. E non le facciamo usare a nessun altro.
- Riutilizzare.
Superare la frenesia degli acquisti come metro di misura della felicità. Si è rotto qualcosa? Se si può riparare, aggiustiamolo. Tutto ciò che buttiamo ci impoverisce.
- Riciclare.
Recuperare gli scarti. Gli scarti sono un insuccesso. Una società matura, eco-consapevole, non produce rifiuti. I suoi materiali di risulta sono la materia prima di altri prodotti.
Lo so, sembra tutto molto
lontano. Non lo è. Noi siamo il
germe del cambiamento. Se non lottiamo noi,
nessuno lo farà al posto nostro. Se non cambiamo noi, allora sarà
finita.