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	<description>Il video blog di Claudio Messora &#124; Informazione libera</description>
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		<title>Tecno-fascismi e purghe staliniane</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jun 2013 10:49:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Messora</dc:creator>
				<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[adele gambaro]]></category>
		<category><![CDATA[movimento 5 stelle]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/Tecno-fascismi-purghe-staliniane.jpg" /></div>I media occupano pagine e pagine parlando solo di espulsioni e dissidenti. Alcuni commentatori si spingono a usare termini come tecno-fascismo e purghe staliniane. Ma cosa hanno a che fare le immagini feroci evocate sui media con le regole di un gruppo parlamentare? E' davvero una pratica così barbara come viene dipinta, o ha un senso legittimo e profondo, che trova le sue radici nel rispetto dei cittadini e degli elettori?]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/Tecno-fascismi-purghe-staliniane.jpg" /></div><p><img class="aligncenter size-full wp-image-15346" alt="Tecno-fascismo purghe staliniane" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/Tecno-fascismi-purghe-staliniane.jpg" width="480" height="270" /></p>
<p>Nelle comunità primitive, l’appartenenza al gruppo era fortissima. C’era un motivo. Dalla coesione e dall’unità di intenti del gruppo dipendeva la sopravvivenza dei suoi stessi individui. Quando qualcuno la metteva in pericolo, la sua sorte era segnata. Una delle punizioni più severe era l’espulsione dalla comunità. In una ambiente primitivo e ostile, essere cacciati dal gruppo significava andare incontro a morte certa. Nel gruppo si viveva. Fuori dal gruppo, no.<span id="more-15344"></span></p>
<p>Qualcosa di simile avveniva nelle comunità più avanzate. Romeo fu cacciato da Verona perché aveva assassinato Tebaldo e venne esiliato (il fatto che si tratti di una tragedia di Shakespeare non rende l’esempio meno realistico). Certo, le conseguenze di un esilio erano meno traumatiche. Ma non del tutto indolori. In un mondo fortemente diviso per fazioni arrivare in un nuovo villaggio, un nuovo feudo, una nuova cittadella da esule, da forestiero, senza la protezione del gruppo, o addirittura provare a mettersi al seguito dell’esercito nemico, poteva avere le stesse tragiche conseguenze dell’espulsione da una comunità tribale.</p>
<p>Tra le espulsioni traumatiche c’è sicuramente quella messa in atto da una corte marziale, il tradimento della gerarchia e della fedeltà a un corpo militare, che in tempi di guerra costa frequentemente la morte. Analogamente (per intransigenza e per spietatezza), perdere la fiducia del gruppo in una organizzazione criminale significa andare incontro a una esecuzione. E incontro a morte certa andavano anche coloro che venivano giudicati cospiratori, anche semplici cittadini, che nella Russia di Stalin subivano esecuzioni sommarie (le Grandi Purghe), o i dissidenti sudamericani (i desaparecidos gettati in mare dagli aerei ad alta quota), o coloro che non si allineavano nel periodo fascista. La punizione era sempre la stessa: la reclusione o la morte. Spesso tra le due condizioni ve n’era una terza intermedia: la tortura.</p>
<p>Potremmo andare avanti a lungo, ma sono sicuro che ci siamo capiti. Perché vi racconto queste cose? Perché non è infrequente che alcuni commentatori in mala fede, su media compiacenti, si riferiscano alle espulsioni dal Movimento 5 Stelle come a episodi di <strong>tecno-fascismo</strong>, a <strong>purghe staliniane</strong> e così via, con l’unico limite dell&#8217;attitudine individuale al <strong>solipsismo verbale acrobatico</strong> (masturbazioni linguistico-paranoidi in cui il raggiungimento del piacere è legato all’invenzione dell&#8217;associazione di idee il più indecente e indecoroso possibile).</p>
<p>E’ utile disperdere la cortina di fumo sollevata ad arte e recuperare la giusta lucidità. Le democrazie moderne hanno superato il rito dell’espulsione fisica, codificando e sublimando la legittima necessità di preservare l’identità di gruppo attraverso una nutrita filiera di ordinamenti giuridici. L’arbitro che espelle un giocatore dal campo non lo condanna a morte, ma sanziona solo un comportamento scorretto rispetto alle regole scritte (come, immagino, il divieto di insultare il ruolo di chi svolge funzioni di garante rispetto al regolare svolgimento della partita) o non scritte ma semplicemente lapalissiane. E’ la giustizia sportiva. Allo stesso modo, un’assemblea condominiale può “espellere” un condomino per morosità, e una qualsiasi associazione privata può fissare le proprie regole e decidere, a maggioranza, sulla permanenza di un membro nel gruppo.</p>
<p>Non è un caso che un gruppo parlamentare sia, di fatto, una associazione privata e abbia uno statuto (o un “non statuto”). Inoltre, il carattere distintivo che lega un parlamentare al suo gruppo è di natura prevalentemente fiduciaria. Sono le regole delle quali la nostra democrazia si è dotata per sostanziarsi in istituzioni che tutelino sia i diritti inalienabili del singolo, sia quelli giuridici dei singoli che si costituiscono in gruppo e che hanno parimenti “diritto” a preservarne le intenzioni, lo spirito, l’attitudine. Cosa resterebbe di una cellula se i suoi mitocondri si mettessero ognuno a divorare ogni giorno un pezzo di dna a piacere?</p>
<p>I gruppi parlamentari sono solo organizzazioni, interne al Parlamento, nate per semplificare e razionalizzare l’appartenenza degli eletti secondo i tratti distintivi comuni. L’eletto, essendo libero da vincoli di mandato, secondo il “regolamento condominiale” chiamato Costituzione (passatemela) è libero di passare da un gruppo all’altro, a seconda di quale sia quello nei cui valori si identifica maggiormente. Se non ne trova uno adatto, può continuare il suo percorso istituzionale nel Gruppo Misto. Allo stesso modo, se un gruppo ritiene che uno dei suoi membri non condivida più i tratti distintivi fondamentali condivisi dalla maggioranza, può decretarne l’esclusione al fine di preservare una chiara identità. E l’identità è tutto, sia nella psicologia individuale come, a maggior ragione, nella dinamica sociologico-politica. Tanto più se parliamo del Movimento 5 Stelle, che si picca di fare della coerenza uno dei suoi punti di forza.</p>
<p>Il Movimento 5 Stelle, nelle sue declinazioni parlamentari, è attraversato da opinioni estremamente diverse, e questo gli conferisce valore e costituisce la rappresentazione plastica degli ideali di democrazia partecipata che persegue. Quando tuttavia queste opinioni minano alle fondamenta la sua stabilità, i suoi valori chiave, i suoi punti di riferimento, rischiando di svuotarlo dall’interno e, soprattutto, di farlo avvitare su se stesso, disperdendo l’energia politica in interminabili discussioni di metafisica istituzionale e spezzando quel legame, quel patto di responsabilità politica basato sui programmi che lega l’elettore ai suoi portavoce, allora è legittimo che il gruppo decida, convergendo a maggioranza, di autopreservarsi, e in questo modo preservare le speranze e le intenzioni dei cittadini che lo hanno votato.</p>
<p>Un senatore o un deputato “espulso” da un gruppo parlamentare non va incontro a un destino orribile: perde solo il diritto di parlare a nome di quel gruppo che non si riconosce più nelle sue opinioni o nei suoi comportamenti, ma continua a portare avanti la sua attività politica nelle stesse aule, spesso senza cambiare neanche di posto (Mastrangeli molto di frequente siede vicino ai parlamentari M5S e chiede a loro come e cosa votare). Di contro, chi non riconosce a un gruppo il diritto di decidere a maggioranza su quali contenuti, valori e forme veicolare, disconosce la Costituzione repubblicana e il senso stesso della politica. E anche, francamente, il senso del ridicolo, visto che le espulsioni (per motivi ben più gravi come l’avere denunciato attività illecite dei propri capi di partito) sono all’ordine del giorno nelle grosse formazioni politiche.</p>
<p>Ma nessuno ne parla. E, soprattutto, nessuno usa termini come “tecno-fascismo” o “purghe staliniane”. E’ più fascista chi usa strumenti istituzionali per cercare di preservare la coerenza del patto elettorale, o chi sui media accusa di fascismo il legittimo utilizzo di una normale pratica codificata dai regolamenti parlamentari, omettendo sistematicamente di guardare alla trave negli occhi dei suoi referenti politici?</p>
<p>Non so se sia giusta l’espulsione individuale di questo o quel parlamentare, ma una cosa è certa: le dichiarazioni che alcuni di loro costantemente rilasciano in televisione e sulla carta stampata, spesso con un tempismo fenomenale, oscurano costantemente l’attività politica di chi alle lamentele e alle luci della ribalta preferisce i lavori delle commissioni e l’attività dell’aula. E questo, con la complicità dei media che si disinteressano dei contenuti (dichiarandolo apertamente, come ha fatto Corrado Formigli durante l’intervista a Nicola Morra) per sollevare cortine fumogene basate esclusivamente sul gossip metapolitico, rappresenta il vero cancro di questo paese.</p>
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		<title>La Gambaro si rimetta alla Rete</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jun 2013 11:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Becchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[adele gambaro]]></category>
		<category><![CDATA[movimento 5 stelle]]></category>
		<category><![CDATA[paolo becchi]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="" /></div>di Anna e Paolo Becchi Nei prossimi giorni i giornali grideranno allo scandalo per il &#8220;caso&#8221; della Senatrice Gambaro. Dopo la comunicazione annunciata da Crimi e Morra della prossima riunione del gruppo parlamentare del M5S per valutare la «proposta di cessazione dell&#8217;appartenenza al gruppo parlamentare» si tornerà &#8211; su stampa e televisioni &#8211; ad accusare [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="" /></div><p><strong>di Anna e Paolo Becchi</strong></p>
<p>Nei prossimi giorni i giornali grideranno allo scandalo per il &#8220;caso&#8221; della Senatrice Gambaro. Dopo la comunicazione annunciata da Crimi e Morra della prossima riunione del gruppo parlamentare del M5S per valutare la «proposta di cessazione dell&#8217;appartenenza al gruppo parlamentare» si tornerà &#8211; su stampa e televisioni &#8211; ad accusare il M5S di assenza di democrazia interna, e Grillo di essere un &#8220;dittatore&#8221; che non ammette, all&#8217;interno del &#8220;suo&#8221; movimento, né opposizioni né dissensi.  Ma cosa c&#8217;entra la democrazia interna al MoVimento con il &#8220;caso&#8221; Gambaro? Non c&#8217;entra nulla. Ripercorriamo brevemente i fatti.</p>
<p>La Senatrice, eletta nelle fila del M5S, rilascia un&#8217;intervista in televisione nel corso della quale dichiara che «il problema del Movimento è Beppe Grillo» ed aggiunge: «stiamo pagando i toni e la comunicazione di Beppe Grillo, i suoi post minacciosi, soprattutto quelli contro il Parlamento. Mi chiedo come possa parlare male del Parlamento se qui non lo abbiamo mai visto».  Si tratta di dichiarazioni politicamente molto decise, di una presa di posizione chiara e radicale contro Beppe Grillo, che è e resta il capo politico del MoVimento.</p>
<p>La domanda, allora, non è se nel M5S vi sia spazio per il dissenso, la dialettica interna, la critica, quanto piuttosto il chiarire una volta per tutte la questione fondamentale del rapporto tra capo politico, MoVimento e gruppi parlamentari. La Senatrice non ha espresso dissenso verso questioni politiche discusse dal gruppo, ma ha indicato in Grillo la causa della perdita di consensi del MoVimento nell&#8217;ultima tornata elettorale. Ora, la Senatrice avrebbe potuto esprimere chiaramente la sua critica all&#8217;interno del gruppo e invece ha deciso di farlo pubblicamente in un&#8217;intervista televisiva concordata, proprio quando il giorno prima in una lunga riunione congiunta dei gruppi di Camera e Senato si era sottolineata l&#8217;importanza di evitare di dare in pasto opinioni di dissenso ai giornalisti, sempre pronti a contribuire al gioco del massacro. La Senatrice, insomma, è andata contro un principio etico valido per qualsiasi forza politica, il quale impone la lealtà verso i propri compagni e il rispetto delle decisioni prese insieme.</p>
<p>Ma vi è un aspetto ulteriore e decisivo per il M5S: <strong>una portavoce non può parlare a titolo personale</strong>. La differenza sostanziale tra il MoVimento e i partiti politici tradizionali consiste nel fatto che deputati e senatori sono infatti solo i portavoce del MoVimento nel Parlamento. La questione cruciale allora è anche se con quello che la Senatrice ha detto abbia espresso la voce del MoVimento. Lei non ha violato in modo esplicito regole del Codice di comportamento, ma ci sono regole più alte di quelle scritte nei codici: ha violato la fiducia che il MoVimento aveva riposto in lei.</p>
<p>Alla decisione di indire una riunione dei parlamentari 5 Stelle per decidere della proposta di espulsione si è giunti dopo che Grillo aveva invitato la Senatrice a uscire dal M5S e Adele Gambaro, dopo aver detto di voler valutare se andare al Gruppo Misto, aveva dichiarato: «Non ho assolutamente intenzione di passare al Gruppo Misto. Io sono ancora nel M5S e ci rimango finche&#8217; non dovessero decidere di espellermi».  Questo muro contro muro non ha alcun senso, se non quello di danneggiare ulteriormente l&#8217;immagine del MoVimento. Se un membro del gruppo parlamentare del M5S non condivide più le scelte del suo capo, con cui il MoVimento continua a identificarsi, non si capisce la ragione per la quale non dovrebbe spontaneamente dimettersi. La stessa Senatrice Gambaro, del resto, aveva qualche mese fa dichiarato: &#8220;Penso ad un Parlamentare che nel caso non fosse più in sintonia con il M5S, grazie al quale è stato eletto, la sua base, i suoi principi, semplicemente si debba dimettere&#8221;. E ora si presenta in televisione, da sola, attaccando il capo del MoVimento e dichiarando che non se ne andrà.</p>
<p>È sotto gli occhi di tutti che le dichiarazioni della Senatrice hanno leso non solo Beppe Grillo ma    l&#8217;immagine del Movimento 5S in quanto tale. Ed è dunque il MoVimento che deve decidere sulla espulsione della senatrice. Se in qualsiasi modo i gruppi parlamentari impedissero o bloccassero  questo rinvio al MoVimento, si esporrebbero ad un fatto gravissimo che metterebbe in questione un principio fondante: il MoVimento è &#8220;tutto&#8221; e loro sono solo i &#8220;portavoce&#8221;.</p>
<p>Si vorrebbe sempre evitare un&#8217;espulsione, una decisione in ogni caso difficile e sofferta, ultima ratio a cui ricorrere. Eppure è la Senatrice Gambaro ad avere imposto questa scelta, e hanno ragione Crimi e Morra a rammaricarsi del fatto che «invitare alla coerenza e al rispetto del patto elettorale sul quale si fonda ogni responsabilità politica nei confronti dei cittadini, sia per alcuni così impegnativo da rispettare».  Qui non c&#8217;entra la democrazia interna, ma il fatto che la Senatrice, per usare le sue parole, non è più «in sintonia con il M5S.»</p>
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		<title>Un piano del terrore: la &#8216;ndrangheta dietro a Preiti?</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jun 2013 09:37:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valerio Valentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[CRIMINALITÀ]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Preiti]]></category>
		<category><![CDATA[ndragheta]]></category>
		<category><![CDATA[valerio valentini]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/Preiti.jpg" /></div>Secondo le rivelazioni rilasciate in esclusiva per Byoblu.com del collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura, Preiti avrebbe sparato chiaramente per ordine della 'ndrangheta, per danneggiare il Movimento 5 Stelle o addirittura per cercare di aprire una trattativa.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/Preiti.jpg" /></div><div style="text-align: center;"></div>
<div style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-14764" alt="Luigi Preiti" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/Preiti.jpg" width="480" height="270" /></div>
<p>di <strong>Valerio Valentini</strong></p>
<p>“Francamente, a me la storia di Preiti, così come ce l’hanno raccontata, non ha mai convinto. Un disadattato che decide di fare un atto eclatante in segno di disperazione? No, non mi sembra proprio”. Parla convinto <strong>Luigi Bonaventura</strong>, ex ‘ndranghetista di spicco, reggente del clan Vrenna-Bonaventura di Crotone, che dal 2006 ha deciso di collaborare con la giustizia. Parla convinto, eppure nella sua voce non c’è arroganza: “Sia chiaro – precisa subito – che tutto quello che dirò non lo dirò per volermi sostituire agli investigatori, che fanno egregiamente il loro mestiere. Il collaboratore di giustizia non è un mago che risolve i casi, o un professore che arriva a spiegare come sono andate le cose. Il punto è che quando hai vissuto in una determinata mentalità criminale fin dalla nascita, quando hai sparato e ordinato di sparare, quando hai avuto a che fare per anni con dei corpi riservati e azioni del genere le hai pianificate ed eseguite, certe anomalie ti risultano più evidenti. Le annusi subito”.<span id="more-15315"></span></p>
<p><strong>Corpi riservati?</strong></p>
<p>La ‘ndrangheta se ne serve moltissimo. Sono criminali non necessariamente affiliati o organici all’organizzazione. Persone che possono essere reclutate all’occorrenza per commettere attentati, e che di solito sono pronti a morire nel corso di queste missioni. Persone spesso disperate, ma molto preparate. Dei kamikaze, insomma. Ecco, a me Preiti sembra rispondere perfettamente a questo identikit. E di certo le sue origini potrebbero essere un’ulteriore conferma di questa teoria.</p>
<p><strong>E perché?</strong></p>
<p>Innanzitutto, so per certo che la famiglia Preiti è vicino ad ambienti legati alla ‘ndrangheta. E poi non dimentichiamoci che a Rosarno c’è da sempre una situazione un po’ particolare.</p>
<p><strong>Si spieghi meglio.</strong></p>
<p>Da sempre a Rosarno ci sono dei clan molto propensi a ricorrere alla violenza e ad atti eclatanti. Clan che agiscono spesso autonomamente, senza il consenso di tutta l’organizzazione. Diciamo che non sono stati molto inquadrati. Però stavolta la cosa sembra diversa, e non a caso Preiti non è partito dalla stazione di Rosarno, ma da quella di Gioia Tauro.</p>
<p><strong>Un segnale? O voleva semplicemente farsi riprendere dalla videocamera di sorveglianza?</strong></p>
<p>Sicuramente lui sapeva che alla stazione di Gioia Tauro sarebbe stato ripreso da quella videocamera. Ma qui il messaggio è un altro, e ben più importante. Se io da Rosarno devo raggiungere Roma in treno, non ha alcun senso che io vada in auto fino alla stazione di Gioia Tauro. Il fatto che Preiti lo abbia fatto, significa che si voleva far sapere a tutti che il suo gesto folle non era stato deciso solo dai clan di Rosarno, ma aveva <strong>il consenso di tutta la mamma</strong> [nel gergo ‘ndranghetistico, l’organo di controllo supremo dell’organizzazione criminale, ndr]. Gioia Tauro è il centro del mandamento della Piana: aver lasciato la macchina lì equivale ad affermare che il vertice assoluto della ‘ndrangheta ha approvato.</p>
<p><strong>Questo significherebbe che la ‘ndrangheta ha intenzione di inaugurare una stagione di destabilizzazione? C’è un progetto preciso?</strong></p>
<p>Più volte, dopo esser diventato collaboratore di giustizia, ho avuto incontri con finti pentiti che descrivevano prospettive inquietanti. In particolare, nel 2011, fui abbordato due volte da esponenti della cosca De Stefano-Tegano, [le ‘ndrine che controllano Reggio Calabria, ndr], che cercavano di reclutarmi e di corrompermi. Mi parlarono di <strong>un piano del terrore</strong> che sarebbe stato messo in atto, un piano contro magistrati e forze dell’ordine, teso a destabilizzare. E si vantarono di avere a disposizione truppe di criminali pronte ad ammazzare e a farsi ammazzare. Ecco, quando ho appreso dell’attentato di Preiti, non ho potuto non ripensare a quegli incontri.</p>
<p><strong>Ma perché l’idea che Preiti possa semplicemente essere un disoccupato, magari anche mentalmente instabile, non riesce proprio a convincerti?</strong></p>
<p>In realtà è proprio se penso a Preiti come un disperato che i conti non tornano. Se io non avessi un lavoro e non riuscissi ad arrivare a fine mese, perché dovrei partire il giorno prima dell’attentato e pagare un pernottamento in hotel, anziché prendere il treno la mattina stessa? E poi c’è la pistola: se fossi in condizioni economiche così disastrate, la prima cosa che farei sarebbe andare a rivendere una pistola, comprata al mercato nero, che vale da sola almeno 1200 o 1300 euro. Senza contare che quella non è una pistola qualunque. Si tratta di una 7 e 65 Pietro Beretta, modello A 35, usata già nella Seconda Guerra Mondiale, e spesso data in dotazione alle forze dell’ordine. La canna è facilmente estraibile: basta aprire il carrello, e con un colpo la si fa uscire; ed è per questo che è comoda anche da sostituire, ad esempio con una calibro 9 corto. È <strong>l’arma preferita dalla ‘ndrangheta</strong>, che infatti quando vuole lasciare una firma, spara sempre con quel modello lì, anche perché di fatto non si inceppa mai. Ha un solo difetto: non è molto precisa. E questo la dice lunga sulle capacità di questo Preiti, che <strong>va bersaglio quattro volte sparando sette colpi</strong>. Un’efficienza incredibile: io con quell’arma ho sparato decine di volte, e le assicuro che non è facile andare a bersaglio con tanta precisione, soprattutto in una situazione così concitata come quella, e soprattutto per uno che dice di aver mai sparato prima.</p>
<p><strong>Poco credibile, in effetti.</strong></p>
<p>E non solo: Preiti sapeva perfettamente che doveva sparare da vicino, perché quel modello di Beretta non è precisa a grande distanza. E sapeva anche, o almeno sospettava, che i carabinieri dovevano avere una qualche protezione al torace, magari un giubbotto antiproiettile. E guarda caso lui ne colpisce uno al collo e uno alla gamba. Una freddezza pazzesca. Viene da chiedersi dove abbia imparato a sparare così bene. Una cosa è indubbia: se vivi a Rosarno, non puoi certo metterti ad esercitarti al tiro al bersaglio, perché è praticamente impossibile non richiamare l’attenzione di chi, su quel territorio, ha il controllo assoluto. E poi, ancora, perché, se sono incensurato, devo comprare un’arma al mercato nero, con una matricola abrasa?</p>
<p><strong>Ecco, perché?</strong></p>
<p>Per un solo motivo: perché so già, fin dal giorno in cui la acquisto, che quell’arma mi servirà per uccidere. Altrimenti non ha alcun senso: Preiti era incensurato, poteva benissimo ottenere il porto d’armi e comprare regolarmente una pistola, se davvero intendesse usarla per difesa personale. Anche perché niente gli avrebbe vietato di utilizzarla, un domani, per fare una rapina. I disperati fanno così. Non comprano una pistola al mercato nero, tra l’altro con la matricola abrasa.</p>
<p><strong>Possibile che l’abbia cancellata Preiti stesso, la matricola, magari con la punta di trapano che è stata ritrovata nel suo borsello?</strong></p>
<p>Lo escludo. Non ci si inventa autodidatti per certe cose: <strong>punzonare un’arma è un lavoro da professionisti</strong>. Soprattutto per fare in modo che, come in questo caso, a distanza di settimane gli inquirenti non riescano a risalire alla matricola originale: per lavori del genere si usano liquidi speciali, ci servono attrezzature apposite e una certa manualità. Impossibile farlo soltanto con una punta di trapano. Secondo me, ma questa è una mia ipotesi, quella punta di trapano è stata messa lì per confondere le acque, per sviare le indagini.</p>
<p><strong>Nel borsello è stato trovato anche un cellulare.</strong></p>
<p>Con una carta SIM intestata ad un extracomunitario. Gli appartenenti alle organizzazioni criminali sono soliti ricorrere a questo sistema, per rimanere invisibili e non lasciare tracce, mentre discutono di traffici e di progetti.</p>
<p><strong>Nelle interviste che hanno rilasciato, i familiari sembravano sinceramente sconvolti. Erano molto lontani dall’immaginario comune della tipica famiglia ‘ndranghetista.</strong></p>
<p>Vero. Ma molto spesso, mi creda, quando fai quel mestiere lì, i tuoi familiari non ti conoscono affatto. Soprattutto se sei un corpo riservato. Tra l’altro sembra che lui sia uscito di casa senza il borsello con cui poi è stato ritrovato davanti a Palazzo Chigi. Dove lo ha preso? Chi glielo ha dato? Anche questo, a mio avviso, potrebbe essere un indizio importante. E poi c’è la questione della cocaina. Se davvero Preiti aveva quel vizio, è impossibile che non fosse in contatto con ambienti criminali, specialmente se pensiamo che a Rosarno le ‘ndrine controllano anche lo spaccio in maniera capillare.</p>
<p><strong>In molti potrebbero accusarti di alimentare, con questa sua lettura dei fatti, il luogo comune, un po’ meschino, per cui tutti i calabresi, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con la ‘ndrangheta.</strong></p>
<p>Non è assolutamente vero. La Calabria è piena di persone per bene, onesti lavoratori. E lo stesso vale per Rosarno. Ma il punto è proprio questo: nessuna persona per bene, nessuna persona che non sappia di godere della protezione della ‘ndrangheta potrebbe anche solo pensare di partire da Rosarno e fare un atto del genere. Significherebbe condannare a morte non solo se stessi, ma anche la propria famiglia.</p>
<p><strong>Ma qual è il segnale che voleva lanciare la ‘ndrangheta, allora?</strong></p>
<p>Difficile dirlo. Però sicuramente un messaggio è arrivato chiaro: il fatto che Preiti, subito dopo esser stato immobilizzato, ha dichiarato che aveva intenzione di far fuori un uomo delle istituzioni, significa che <strong>la ‘ndrangheta ha lanciato un segnale a tutta la politica</strong>. Secondo me, Preiti è andato diritto contro il bersaglio che aveva designato: lui voleva ammazzare i carabinieri, quella mattina. Ma è evidente che non era un segnale di odio contro le forze dell’ordine; è alla politica che era diretto, quel segnale.</p>
<p><strong>Un attentato politico, quindi?</strong></p>
<p>Be’, certamente dei risultati li ha ottenuti subito, visto che molti giornali hanno immediatamente collegato quell’atto col <strong>clima di odio fomentato ad arte da un certo movimentismo politico</strong>. Ma preferisco comunque non entrare direttamente in questi risvolti.</p>
<p><strong>Quest’attentato arriva poche settimane dopo la lettera inviata a Nino De Matteo, nella quale si dice chiaramente che non si può mettere il Paese in mano a comici e froci. Potrebbe essere il segnale che la ‘ndrangheta, e le altre organizzazioni criminali, vogliono ottenere qualcosa dallo Stato?</strong></p>
<p>Guarda, quando la ‘ndrangheta alza il tiro è sempre perché vuole arrivare ad aprire una trattativa. Che ormai è una parola abusata. Quando si parla di trattativa si pensa spesso, perché così ci hanno abituato a fare, ad un grande tavolo in cui tutti si riuniscono per prendere chissà quali accordi. In Italia la trattativa si vive ogni giorno, tra lo Stato e le mafie: è fatta spesso più di silenzi che di parole, si regge su taciti accordi. Quando si spara, di solito, è perché si vuole arrivare ad una rinegoziazione.</p>
<p><em>Intervista realizzata il 15 maggio 2013</em></p>
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		<title>War on Cash &#8211; Guerra al contante</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2013 17:59:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valerio Valentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[valerio valentini]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/WAR-OF-CASH-blog.jpg" /></div>Le istituzioni finanziarie e politiche italiane dichiarano guerra al contante, e mettono fuori legge la lira, mentre il marco in Germania sarà sempre convertibile. Altri paesi d'Europa, poi, costringono la Svizzera ad aprire i conti segreti dei grandi evasori, ma non l'Italia. Perché?
Beppe Scienza, chiamato da Valerio Valentini, cita almeno tre motivi per i quali la democrazia tedesca è migliore della nostra.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/WAR-OF-CASH-blog.jpg" /></div><p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=lcUXhX0cbpM" target="_blank"><img class="aligncenter size-full wp-image-15290" alt="Beppe Scienza War Cash Contanti" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/WAR-OF-CASH-blog.jpg" width="480" height="270" /></a></p>
<p>di <strong>Beppe Scienza</strong>, <em>intervistato da <a href="https://twitter.com/valentinivaler" target="_blank">Valerio Valentini</a></em></p>
<p>In Italia allignano sentimenti antitedeschi, fomentati dai politici e dai giornalisti. È comprensibile che ai politici italiani quelli tedeschi non piacciano, dal momento che nel Parlamento tedesco non c’è un solo inquisito, un solo indagato, un solo condannato: è certamente gente antipatica.</p>
<p>E anche ai giornalisti italiani si capisce che non possano piacere quelli tedeschi: se guardiamo <i>Der Spiegel</i>, c’è un mare di giornalisti, tutti pronti a cercare le notizie, a informare i lettori, anziché dedicarsi a fare i favori a questo o a quell’amico, insomma a fare marchette. È naturale che il giornalismo tedesco, quello di alto livello soprattutto, sia inviso a quello italiano. Quindi si capisce perché vengano fomentati sentimenti antitedeschi.</p>
<p><span id="more-15288"></span></p>
<p>Però, pensando invece ai cittadini, e non ai potenti, ci sono delle cose che, soprattutto nel campo di cui mi occupo – <b>risparmio</b>, <b>previdenza</b> e anche <b>fisco</b> –molti Italiani meriterebbero di sapere, mentre non vengono dette chiaramente.</p>
<p>Incominciamo con una. In Italia, le lire non valgono più niente, innanzitutto perché era previsto che dopo dieci anni sarebbero andate in prescrizione, e in secondo luogo perché con una grande manovra politica degna di un Roosevelt, Monti anticipò la prescrizione, di punto in bianco nel novembre 2011 con la manovra “Salva Italia”, anziché lasciarle scadere, dopo circa due mesi, alla fine di febbraio 2012. Grande mossa geniale, grande politico, grande economista, bocconiano, certo. Il problema era registrare a bilancio, togliere quella posta passiva nel 2011 e non 2012, perché tanto dopo due mesi-tre mesi, le banconote sarebbero scadute comunque. Ora, questo è capitato in Italia.</p>
<p>In Germania è molto diverso. In Germania la Bundesbank, la banca centrale, ha sempre cambiato le banconote da essa emesse, e ancora quelle emesse nel ’48 dalla Bank Deutscher Länder, che l’ha preceduta; le banconote in marchi non scadranno mai, saran sempre convertibili in euro. E lo stesso vale – leggiamo nel sito della  <a href="http://www.bundesbank.de/Navigation/DE/Kerngeschaeftsfelder/Bargeld/Auslaendische_Banknoten-und_Muenzen/auslaendische_banknoten_und_muenzen.html" target="_blank">Bundesbank</a>  – per il Belgio, l’Irlanda, per l’Austria, addirittura per l’Estonia. Perché mai uno Stato dovrebbero non riconoscere e non cambiare le sue monete? Si vuole forse colpire la criminalità organizzata? Be’, la criminalità organizzata, essendo organizzata, in Italia ha avuto tempo, dall’inizio del 2002 all’autunno del 2011, per cambiare le banconote in contanti. Quindi non è per quello. Si colpiscono dei poveracci, dei distratti, dei pasticcioni insomma, gente con problemi di lucidità; qualcuno che magari pensava “Me le tengo fino all’ultimo momento e le vado a cambiare a fine febbraio 2012”. No, tie’, fregato! Quindi <b>1 a</b><b> 0 in favore della Germania</b> (per i risparmiatori).</p>
<p>Passiamo ai consumatori. La Banca Centrale Tedesca ritiene una cosa che sembrerebbe logica, che il contante e la moneta elettronica vadano di pari passo. Cioè, uno usa quello che vuole: è libero di scegliere. Tant’è che la Banca Centrale Tedesca ha addirittura organizzato un convegno, il <a href="http://www.bundesbank.de/Redaktion/DE/Termine/2012/2012_10_10_frankfurt.html" target="_blank">Bargeldsymposium</a>, di cui ho riferito nel <a href="http://www.beppegrillo.it/2012/12/lindecenza_delle_banche.html" target="_blank">blog di Beppe Grillo</a> , un convegno del 10 ottobre del 2012, sul contante. Un convegno dove studiosi della Banca Centrale e di atenei tedeschi hanno spiegato quali erano i vantaggi del contante.</p>
<p>Per esempio, un vantaggio innegabile del contante è che dà il senso della spesa. Cioè, se una preleva 300, 400 euro una volta, li spende e poi ne ripreleva altri, si rende conto di quanto spende. Non altrettanto bene si rende conto uno che paga 10, 30 euro, 40, 50, una volta con la carta di credito, una volta col bancomat eccetera. Altri vantaggi del contante sono l’immediatezza e il funzionamento sicuro: si paga anche se manca la corrente elettrica, che collega l’apparecchio alla rete telefonica; e soprattutto si paga in modo anonimo. Ecco, magari anche se uno non è un mafioso, anzi proprio se non è mafioso, non ha piacere che si sappia di tutte le spese che ha fatto, che la banca o CartaSì abbia l’elenco di quanto ha speso, quello che ha comprato, quando, come, con che frequenza, a che ora eccetera. Ecco, la riservatezza, per importi piccoli. Poi in Italia col contante ormai si può pagare solo sotto i mille euro: non si comprano i Cézanne, non si comprano i diamanti coi contanti, si fanno spese normali, quotidiane. Lo sanno quelli che pochi mesi fa non riuscivano a entrare nei Musei Vaticani, perché era bloccato il sistema di pagamento con bancomat e carte di credito. Addirittura un dirigente della Banca d’Italia,  <a href="http://www.bancaditalia.it/interventi/altri_int/2012/Docenza-Pisanti-IPE-giugno-2012.pdf" target="_blank">Carlo Pisanti</a>, ha riconosciuto in un convegno che il vantaggio del contante è che dà il senso della spesa.</p>
<p>In Italia invece la banca centrale si dà da fare per collaborare alla cosiddetta – bel termine inglese! – War-on-Cash, la guerra al contante, dove l’ABI, l’associazione bancaria italiana, viene a dire che è una lotta di civiltà (termini che magari andrebbero usati a proposito, non così da sbruffoni). Ora, non è una lotta di civiltà, la guerra al contante, è un interesse delle banche, che vogliono avere tutti i soldi sui conti correnti, quindi a interessi circa zero, e lucrare su commissioni varie a carico del consumatore o del commerciante. E quindi direttamente a carico del consumatore, perché gli verranno rigirate addosso. Ecco quindi anche qui, anche sul contante, alla Banca Centrale Tedesca e alla Germania, va un altro punto. E quindi siamo <b>2-0 a favore della Germania</b>.</p>
<p>Al che uno potrebbe pensare che i Tedeschi con questo difendono gli evasori, fanno vita facile agli evasori, perché si dice in Italia – è una tesi che ha qualche fondamento, ma molto limitato – che la lotta al contante serve a debellare l’evasione fiscale, ma su questo si è già proceduto ottenuta abbassando moltissimo la soglia massima di pagamento con denaro liquido. Ora non si può proprio dire che in Germania ci sia un atteggiamento di connivenza, di tolleranza, di simpatia o di incuria nei confronti degli evasori fiscali. Anzi è esattamente il contrario.</p>
<p>E questo è <b>il 3° caso</b>, il 3° punto: il caso dei conti clandestini in Svizzera, o comunque all’estero, ma soprattutto in Svizzera, visto che sia l’Italia che la Germania confinano con la Svizzera; e la Svizzera è stata per decenni il luogo dove si arrivava con la valigetta in contanti e si versava nella banca svizzera, dando il proprio nome, ma con un conto cifrato – e poi il problema non è il conto cifrato, il problema è che la Svizzera per decenni non ha fornito informazioni al fisco estero. Ebbene, su questo ci sono state due impostazioni: una è l’impostazione dell’Austria e della Gran Bretagna, che han fatto un accordo con la Svizzera, siglato e ratificato per la fine dell’anno scorso (2012). Con l’accordo, chi aveva un conto clandestino pagava una tassa, una sanzione, dal 20 al 40% circa, e poteva tenerlo lì: una sorta di scudo fiscale, ma molto più oneroso, che prevede che la Svizzera si impegni, nei confronti del Regno Unito e nei confronti dell’Austria, a non accettare più soldi sul nero dai suoi cittadini. Sono accordi molto complicati, tanto che sono stati chiamati  Rubik, in ricordo del cubo di Rubik, complicatissimo gioco di molti anni fa. E però -  ripeto &#8211; Regno Unito e Austria li hanno siglati, e in effetti l’Italia ha trattato per mesi, anni, senza poi fare nulla.</p>
<p>Poi c’è il sistema tedesco, che in Italia conoscono pochissimi, perché pochissimi ne parlano e addirittura certi giornalisti negano di sapere che ci sia, quando è documentato da centinaia di articoli sulla stampa tedesca, interrogazioni parlamentari, commenti vari ecc. È insomma fuori discussione che la Germania, e in particolare i Länder (le regioni) con maggioranza socialdemocratica e verde, applichino questo metodo da alcuni anni, che consiste nel corrompere – sì, proprio corrompere – impiegati di banca svizzeri e comprare a caro <i>ma congruo</i> prezzo, elenchi di conti clandestini nelle banche svizzere. Questi dati vengono poi elaborati dal fisco tedesco, che convoca gli interessati. Sul piano giuridico studiosi di diritto tedeschi hanno stabilito che questo comportamento da parte dello stato è lecito. Con la conseguenza che, anche se qualche cd – e in un caso fu così – è stato pagato 5 milioni di euro, poi dopo, recuperando le imposte con tutte le sanzioni, le imposte per tutte le autodenunce – perché la gente a quel punto è preoccupata, e molti vanno ad autodenunciarsi temendo di essere identificati – c&#8217;è stato un guadagno per il fisco tedesco, o meglio per quei Länder (quelle regioni) che usano questo sistema, molto di più di quanto hanno pagato. Quindi siamo totalmente in attivo.</p>
<p>Ecco, in Italia questa ipotesi non è stata neanche presa in considerazione. Mai nessun politico ne ha parlato. Addirittura mi ricordo una <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/20/limu-svizzera-e-sole-24-ore/" target="_blank">vicenda interessante</a>, che merita di essere riferita. Ero intervistato da <i>Radio Anch’io</i>, di Radio1, cioè della Rai, il 9 gennaio 2013. Ero intervistato in quanto collaboratore del blog di Beppe Grillo, e mi si chiese il mio parere su fatti fiscali. E io feci notare che questa via qui, che la Germania percorreva &#8211; e fra l’altro continua a percorrere &#8211; poteva far arrivare soldi nelle casse italiane, dello Stato italiano. Teniamo conto che in uno studio della Banca d’Italia, precisamente   <a href="http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/QF_97" target="_blank">Questioni di Economia e Finanza n. 97</a>, si stima, con una metodologia valida (anche se, certo, son delle stime) che siano tra i 164 e i 194 miliardi i soldi clandestini italiani all’estero, in gran parte in Svizzera, data la vicinanza, ovviamente, e data anche la lingua del Canton Ticino. E feci anche notare che un accordo con la Svizzera permetteva di ottenere comunque delle entrate. E anche l’altra forma, quella di comprare gli elenchi di evasori, era da prendere in considerazione, se non altro.</p>
<p>Ebbene, mi sentii dire, da Ruggero Po, che conduceva la trasmissione, e da quello che era stato chiamato come esperto, Fabrizio Forquet, uno dei vicedirettori del <i>Sole 24 Ore</i>, che di questo loro non sapevano assolutamente nulla;  salvo, forse, un caso, una certa lista Falciani, che era finita sulle prime pagine dei giornali italiani, e quindi non si poteva negare che ci fosse. Questo è il livello del giornalismo italiano: poi ci si lamenta se gli Italiani non comprano giornali. E certo che non comprano giornali.</p>
<p>Oltretutto, questo Fabrizio Forquet evidentemente è come Ruby Rubacuori, soffre di amnesia, perché nel suo giornale stesso, il bollettino della Confindustria, di cui è vicedirettore, un po’ di notizie erano comunque uscite su questa attività dei tedeschi per stanare i soldi dei loro cittadini clandestinamente in Svizzera.</p>
<p>Già, i tedeschi… mi viene in mente un dettaglio d’attualità e lo dico: pochi giorni fa – è un fatto politico, storico – in Germania il Partito Social-Democratico, la SPD, ha festeggiato i 150 anni di storia. Ora, in Italia si trova a stento un partito, di quelli attualmente esistenti, che abbia 20 anni: forse la Lega Nord, non so. Comunque sicuramente nessun partito risale a 25 anni fa. Ma 150 anni sono tutt’altra cosa. Insomma la situazione in Germania è molto diversa, e molte volte in positivo, tralasciando il fatto che i cinquantacinquenni che perdono un lavoro trovano lavoro, e tante altre cose così.</p>
<p>Soprattutto quello che è fuori luogo sono le caricature in cui si vede Angela Merkel con i baffetti alla Hitler. Faccio notare che il Terzo Reich è finito nel 1945 e dal 1948 c’è la Repubblica Federale di Germania, non più il Terzo Reich. E in tema di democrazia, di difesa dei diritti dei cittadini e di stato sociale, l’Italia ha certamente poco da insegnare alla Germania.</p>
<p>Beppe Scienza<br />
<a href="http://www.beppescienza.it/">http://www.beppescienza.it/</a><br />
 beppe.scienza@unito.it</p>
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		<title>Che poi, un giorno..</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Jun 2013 14:04:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Messora</dc:creator>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="" /></div>Che poi un giorno ti ritrovi a guidare sopra un nastro d&#8217;asfalto, arroventato da un sole che spacca le pietre, sotto a un cielo azzurro e profondo che sembra non finire mai. E ti trovi a pensare che, in fondo, all&#8217;universo poco interessa: i venti continuano a soffiare, le stagioni cambiano, le rondini e i [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="" /></div><p>Che poi un giorno ti ritrovi a guidare sopra un nastro d&#8217;asfalto, arroventato da un sole che spacca le pietre, sotto a un cielo azzurro e profondo che sembra non finire mai. E ti trovi a pensare che, in fondo, all&#8217;universo poco interessa: i venti continuano a soffiare, le stagioni cambiano, le rondini e i torrenti le inseguono, gli alberi ondeggiano nella brezza del mattino, come fanno gli anemoni di mare immersi nelle correnti. Te ne accorgi bene ogni volta che prendi un aereo: al mondo, enorme e indifferente com&#8217;è, tutto sommato non importa poi molto di ciò che anima i formicai di uomini. Tutto è sempre restato bene o male com&#8217;era. E quindi ti diventa chiaro come tutto questo gran parlare di crisi, che si agita intorno, in fondo altro non è che una lotta di riorganizzazione interna. Come una gigantesca lite di condominio. Basterebbe che le formiche rosse la smettessero di odiare quelle nere. Basterebbe che quello del primo piano capisse che anche lui deve pagare un po&#8217; dell&#8217;ascensore della vecchina al quinto. Non c&#8217;é nessuna crisi se non la nostra di esseri umani. Ed è questa la cosa che ti fa più male.</p>
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		<title>Il referendum sull&#8217;euro? Si può fare!</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jun 2013 14:05:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Becchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[movimento cinque stelle]]></category>
		<category><![CDATA[paolo becchi]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/euro-crepato.jpg" /></div>Un referendum sull'euro, ci dicono, è impossibile. Tuttavia pochi sanno (quei pochi che lo lessero su byoblu.com) che siamo entrati in Europa proprio con un referendum "impossibile". Cioè una temporanea "rottura costituzionale" indetta per consentire al popolo di esprimersi su una questione di fondamentale importanza per il suo futuro. Il professor Becchi riprende quella notizia e spiega come si potrebbe applicare da subito alle difficoltà dei nostri tempi, anche oggi, grazie alla presenza in Parlamento del Movimento 5 Stelle.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/euro-crepato.jpg" /></div><p><img class="aligncenter size-full wp-image-15249" alt="Euro crepe" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/euro-crepato.jpg" width="480" height="270" /></p>
<p>La questione del rafforzamento degli <i>strumenti di democrazia diretta</i> all’interno della nostra organizzazione politica ed istituzionale è uno degli temi centrali del MoVimento. Strumenti che dovranno portare ad un rafforzamento della democrazia fondata sulla <i>partecipazione attiva </i>di tutti i cittadini, contro quel sistema di «democrazia dei partiti» (o <i>partitocrazia</i>) che è stata l’espressione più evidente della volontà delle vecchie forze politiche di <i>spostare la sovranità dal popolo ad un particolare soggetto</i> <i>politico</i>, il partito appunto. Uno dei punti programmatici del MoVimento è, in questo senso, costituito dall’introduzione del <i>referendum propositivo senza quorum</i>.  Come è noto, per realizzare questo obiettivo sarà necessaria una modifica della Costituzione, che non potrà non attuarsi attraverso tutti i passaggi previsti dal testo costituzionale.<span id="more-15248"></span></p>
<p>La Costituzione prevede, per le leggi di modifica della Costituzione, <i>due approvazioni successive</i>, ad almeno 3 mesi l’una dall’altra, da parte di entrambi i rami del Parlamento (Camera e Senato). Nella seconda votazione, è richiesta, per l’approvazione, la <i>maggioranza assoluta</i> (metà più uno dei componenti dell’assemblea). A questo punto, secondo l’art. 138 della Costituzione, si devono distinguere due ipotesi:</p>
<ol style="list-style-type: lower-alpha;">
<li>se, entro tre mesi dall&#8217;approvazione &#8211; lo richiedano 500.000 elettori, oppure 1/5 dei membri di ciascuna Camera, o, infine, 5 consigli regionali &#8211; la legge viene sottoposta a referendum popolare;</li>
<li>se la legge, invece, è stata approvata nella seconda votazione con una maggioranza più alta di quella assoluta, pari ai 2/3 dei componenti dell’assemblea (<i>maggioranza qualificata</i>), essa è sottratta al referendum.</li>
</ol>
<p>È evidente che questo procedimento richiede che, per la modifica della Costituzione, il MoVimento disponga di una forza, di una maggioranza parlamentare, che al momento non ha. Che fare, allora, di fronte ad un problema decisivo come l’<i>Euro</i>? Come rendere possibile e concreta la necessità di cui Grillo, pochi giorni fa, si è fatto portavoce («L&#8217;Europa va ripensata. Noi consideriamo di fare un anno di informazione e poi di indire un referendum per dire sì o no all&#8217;Euro e sì o no all&#8217;Europa»)?</p>
<p>L’Europa va ripensata. È vero: questa Europa dei banchieri e dei grandi gruppi finanziari non è certo l’Europa dei popoli, ma <strong>l’Europa che sta dividendo i popoli</strong>. La questione della moneta riguarda tutto questo, perché è il cuore di questa Europa che non vogliamo. Il MoVimento ha sempre mantenuto una posizione chiara e coerente: quella di far decidere agli italiani con un referendum se continuare a stare in questa  gabbia d&#8217;acciaio o uscirne. Nessuno ce lo ha chiesto. Siamo entrati nell&#8217;Euro <a href="http://www.byoblu.com/post/2012/11/10/tutte-le-volte-che-in-europa-abbiamo-detto-no-ma-e-diventato-si.aspx" target="_blank">con una decisione presa senza alcuna consultazione popolare</a> (utili idioti all&#8217;interno di <a href="http://www.byoblu.com/post/2012/06/09/il-funzionario-oscuro-che-faceva-paura-a-kohl.aspx" target="_blank">un patto tra Kohl e Mitterrand</a>) e – non dimentichiamolo – il Governo Monti ci è stato <a href="http://www.byoblu.com/post/2011/11/08/il-grande-golpe.aspx" target="_blank">imposto dalla dittatura di Berlino e Bruxelles</a> per salvare la moneta unica.</p>
<p>Non ci sono alternative, dal momento che per ora un referendum <i>abrogativo</i>  è impossibile: non soltanto, infatti, l’art. 75 della Costituzione vieta esplicitamente che possa svolgersi un simile referendum sulle leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali ma, secondo una consolidata interpretazione della Corte Costituzionale, non sarebbe mai possibile interferire, attraverso referendum, con l’ambito di applicazione delle norme comunitarie e con gli obblighi assunti dall&#8217;Italia nei confronti dell’Unione Europea. Niente referendum abrogativo, quindi.</p>
<p>Eppure qualcosa si può fare. Esiste, infatti, un precedente, che potrebbe essere utilizzato. È da questo precedente che si può cominciare quella campagna di informazione e di dibattito pubblico contro il silenzio imposto dai giornali, anche in vista delle elezioni europee del prossimo anno. Veniamo, pertanto, al <i>precedente</i> che consentì, nel 1989, di evitare il “blocco” che la costituzione pone all’intervento diretto del popolo in materia di rapporti con l’Europa. Con legge costituzionale (3 aprile 1989, n. 2),<a href="http://www.byoblu.com/post/2012/11/10/tutte-le-volte-che-in-europa-abbiamo-detto-no-ma-e-diventato-si.aspx" target="_blank"> fu allora indetto un “<i>referendum di indirizzo</i>” (ossia consultivo)</a> sul conferimento di un mandato al Parlamento Europeo per redigere un progetto di Costituzione Europea (fu un plebiscito a favore dell’Europa, con l’88% dei sì). Fu necessaria, allora, una legge di iniziativa popolare promossa dal Movimento Federalista Europeo – successivamente sostituita dalla proposta di legge costituzionale presentata dal Partito Comunista – la cui approvazione richiese la doppia lettura in entrambi i rami del Parlamento, secondo l’<i>iter</i> necessario per le leggi costituzionali.</p>
<p>La Costituzione non prevede, nella sua lettera, un’ipotesi simile, ma nell’89 i partiti furono concordi nell’approvare questo strumento atipico (il “referendum di indirizzo”) mediante <strong>una legge costituzionale ad hoc</strong>, formalmente “in deroga” o “rottura” di quanto previsto dall’art. 75 della Costituzione, per legittimare con il ricorso al voto popolare l’accelerazione del processo di integrazione europea. Vi fu, allora, una <strong>«temporanea “rottura della Costituzione”»</strong>, che servì a consentire agli italiani di esprimere direttamente la propria posizione su una decisione fondamentale per lo Stato e la sua sovranità. <strong>Nessuno, tuttavia, ritenne questa “rottura” <i>incostituzionale</i>.</strong></p>
<p>La nostra stessa storia repubblicana ha dunque conosciuto – e non si vede perché ciò non possa ripetersi – “rotture” della lettera della Costituzione dirette a consentire al popolo di esprimersi direttamente su temi che mettevano in discussione alla radice la sua stessa sovranità. Si potrebbe, pertanto, lavorare per una nuova legge costituzionale ad hoc che consenta ai cittadini di esprimersi direttamente sulla possibile uscita dell’Italia dall&#8217;Eurozona. Questa volta non sarebbe neppure necessaria una iniziativa popolare, in quanto il MoVimento è già presente in Parlamento, ed i suoi deputati e senatori potrebbero, pertanto, <strong>presentare direttamente il progetto di legge.</strong></p>
<p>A differenza di un progetto di riforma e modifica della Costituzione, questa legge costituzionale <i>ad hoc</i> – che, senza introdurre nell&#8217;ordinamento il <i>referendum di indirizzo </i>si limiterebbe a farlo entrare e, dopo il voto, subito uscire dallo scenario costituzionale – costringerebbe i partiti ad esprimersi non sull&#8217;istituto del referendum in generale, ma su una questione particolare e concreta: decidere se chiedere ai cittadini, direttamente, di esprimere la loro volontà sull&#8217;Euro.</p>
<p>Il MoVimento dimostrerà, con questa iniziativa, la propria volontà di andare avanti, con coerenza e forza, nei propri obiettivi: ridare la voce al popolo, ridare la sovranità ai cittadini.</p>
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		<title>Una volgare dimostrazione di coerenza: Grillo, Rodotà, Robin Hood e Guglielmo Tell</title>
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		<pubDate>Thu, 30 May 2013 16:06:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Messora</dc:creator>
				<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[movimento 5 stelle]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Rodotà]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/stefano_rodota.jpg" /></div>Il blog di Grillo "scarica" Stefano Rodotà. Una decisione incomprensibile o un effetto prevedibile? L'analisi di Claudio Messora.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/stefano_rodota.jpg" /></div><p><img class="aligncenter size-full wp-image-15229" alt="Stefano Rodotà Beppe Grillo " src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/stefano_rodota.jpg" width="480" height="270" /></p>
<p>Il Movimento 5 Stelle &#8220;<em>it&#8217;s all about Process</em>&#8220;. E&#8217; solo una questione di metodo. <strong>Stefano Rodotà</strong> era stato scelto dagli attivisti certificati, cioè dalla base. Era stato scelto con un referendum online garantito da un ente certificatore terzo. Avrebbe potuto essere chiunque altro. Ma è stato scelto lui. Lo ha scelto la rete, fossero anche due su tre, e il Movimento lo ha portato alle urne per l&#8217;elezione del Presidente della Repubblica. Semplice. Lineare. Diretto, come la democrazia che si vorrebbe realizzare.</p>
<p>Perché questa volgare dimostrazione di coerenza? Perché veniamo da decenni di politici che si fanno eleggere con un programma che poi non attuano, preferendo riempire le prime pagine di processi per mafia, di nani e ballerine, di statisti all&#8217;amatriciana che scilipotano da un bancone all&#8217;altro al solo scopo di attendere la pensione. Di rappresentativo, in questa democrazia, erano rimaste solo le cricche che si facevano eleggere per spartirsi gli appalti. E gli effetti sull&#8217;economia e sulla tenuta del Paese si sono visti.</p>
<p>Per questo il Movimento 5 Stelle è un metodo: perché è l&#8217;unico modo di restituire la politica ai cittadini. &#8220;Fai quello che hai promesso di fare oppure te ne vai.&#8221;, dicono i <em>cives</em>, coloro con cui hai stipulato un contratto elettorale. &#8220;Anzi, fai quello che diciamo noi, che lo decidiamo di volta in volta, anche in corso di legislatura.&#8221;. Non è una diminuzione del ruolo e della responsabilità del politico, è il suo recupero dal baratro dove era stato precipitato dalla decadenza della cività. E&#8217; l&#8217;apoteosi della dignità e dell&#8217;onore di poter servire la Patria, servendo i cittadini.</p>
<p>Rodotà ha messo in discussione esattamente questi principi fondanti del Movimento: la rete, innanzitutto, che a dispetto di quanti credono solo e soltanto nel dio televisivo è il mezzo tecnologico che ha restituito un pezzo considerevole delle istituzioni agli italiani. E ci è riuscita proprio sconfiggendo la televisione in un duello feroce, spietato. La &#8220;<em>rete</em>&#8220;: lo strumento di realizzazione di una nuova conoscenza condivisa, il rinascimento culturale, una nuova speranza di eguaglianza sociale. Ha detto che la rete non basta, che fondamentalmente è trascurabile. E&#8217; come dire a Guglielmo Tell che con la sua balestra non ci fa niente, che deve usare le armi degli scudieri del re. Secondariamente, ha messo in discussione un principio ancora più fondante del Movimento 5 Stelle, quello secondo cui non si fanno alleanze o strategie. La democrazia diretta si fonda sul presupposto che i cittadini decidano, di volta in volta, quali leggi costruire, appoggiare, rifiutare, sulla base non di calcoli che prefigurano una nuova stagione dell&#8217;inciucio, ma solo ed esclusivamente del vantaggio che può derivarne alla collettività. Derogare a questo assunto equivale a cancellare un tentativo nobile, disperato e perfino ben avviato, per restaurare una politica vecchia, i cui effetti in questo paese di santi e navigatori hanno prodotto risultati catastrofici. E&#8217; come dire a Robin Hood che rubare ai ricchi per dare ai poveri funziona peggio che mettersi d&#8217;accordo con i ricchi per ottenere un&#8217;elemosina equa. E siccome il Movimento 5 Stelle &#8220;<em>is all about Process</em>&#8220;, ne consegue che non fa alcuna differenza che Rodotà sia stato il candidato alla presidenza della Repubblica, scelto dalla rete: se delegittimi il metodo, il metodo delegittima te. E&#8217; una dimostrazione di purezza, di coerenza, di affidabilità e di prevedibilità, in un mondo dove i rapporti, gli interessi e le opportunità comuni, suggellati da patti quasi sempre segreti, contano più di quelli della collettività.</p>
<p>Il Movimento 5 Stelle non fa alleanze. Nemmeno con Rodotà. E questo &#8220;metodo&#8221; rappresenta quel filo cui sono appese tutte le speranze di cambiamento.</p>
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		<title>La democrazia liquefatta</title>
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		<pubDate>Mon, 27 May 2013 20:39:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Becchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[paolo becchi]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="" /></div>di Paolo Becchi I risultati definitivi della tornata elettorale amministrativa si sapranno soltanto a sera inoltrata. Eppure i giornali già titolano &#8220;Crollo del M5S&#8221;. E&#8217; un titolo banale: tutti sapevano &#8211; per primi gli elettori e gli attivisti del MoVimento &#8211; che nelle elezioni comunali il M5S non avrebbe certo ripetuto il risultato delle politiche. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="" /></div><p>di <strong>Paolo Becchi</strong></p>
<p>I risultati definitivi della tornata elettorale amministrativa si sapranno soltanto a sera inoltrata. Eppure i giornali già titolano &#8220;Crollo del M5S&#8221;. E&#8217; un titolo banale: tutti sapevano &#8211; per primi gli elettori e gli attivisti del MoVimento &#8211; che nelle elezioni comunali il M5S non avrebbe certo ripetuto il risultato delle politiche. Del resto, tra persone sincere questo fatto non sarebbe neppure oggetto di discussione: non c&#8217;è nessun rapporto tra le consultazioni politiche nazionali e le elezioni locali.</p>
<p>Il problema, però, è un altro, ben più profondo: perché dovremmo essere felici, ed esultare, di fronte al &#8220;crollo&#8221; del M5S? Hanno forse vinto il Pd o il Pdl? I &#8220;partiti&#8221; hanno riacquistato la fiducia dei cittadini?  Di cosa dovremmo essere felici? Del fatto che un romano su due non è andato a votare? Di un grado di astensione che non ha precedenti?  È sorprendente vedere come si possono leggere le notizie, come la stampa possa presentarle. Possibile che non capiscano il dato reale? Ossia che la crisi della democrazia rappresentativa continua ad acuirsi, a farsi sempre più grave. Si attacca il M5S, ossia l&#8217;unica forza politica che è riuscita nel tentativo di riportare i cittadini alla partecipazione politica, all&#8217;interesse per la cosa pubblica.  Un italiano su due non è andato a votare: questa è la crisi, sempre più profonda, della partitocrazia, e non il &#8220;crollo&#8221; del M5S. Si è tanto spesso parlato di &#8220;società liquida&#8221;. Ebbene, la nostra è una democrazia liquida, ma liquida va inteso come <strong>liquefatta.</strong> Lo sconfitto è il sistema dei partiti. Lo sconfitto è un sistema politico che non funziona più.</p>
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		<title>Questa donna vuole chiudere il Movimento 5 Stelle e istituire la partitocrazia come nuovo potere dello Stato</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 11:49:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Becchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Aldo Moro]]></category>
		<category><![CDATA[paolo becchi]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/anna-finocchiaro.jpg" /></div>La legge Finocchiaro-Zanda sulla disciplina dei partiti politici è un rozzo tentativo di escludere il M5S dalla competizione elettorale. Per di più, invece di restituire la politica ai cittadini, vuole legittimare la partitocrazia come potere dello stato. Va fermata, altrimenti le conseguenze saranno irreparabili.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/anna-finocchiaro.jpg" /></div><p><img class="aligncenter size-full wp-image-15181" alt="Anna Finocchiaro" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/anna-finocchiaro.jpg" width="480" height="270" /></p>
<p>La proposta <strong>Finocchiaro-Zanda</strong> sulla disciplina dei partiti politici costituisce, dal <i>punto di vista politico</i>, un rozzo tentativo di <strong>escludere il M5S dalla competizione elettorale</strong> e, soprattutto, dalla possibilità di partecipare alla vita democratica del Paese entro le istituzioni. C’è, tuttavia, un ulteriore aspetto, che merita di essere considerato. Anche a voler, infatti, prescindere dagli scopi politici perseguiti dal Pd, il disegno di legge presenta evidenti profili di <i>incostituzionalità</i>.<span id="more-15180"></span></p>
<p>Vediamo, anzitutto, gli obiettivi dichiarati dal Pd. Il disegno di legge costituirebbe una proposta diretta ad assicurare «più democrazia interna nei movimenti politici in linea con quanto stabilisce l&#8217;art. 49 della Costituzione»: «la legge serve per garantire la trasparenza della vita interna dei partiti e la stessa partecipazione» (Finocchiaro). Nella presentazione del Ddl, inoltre, si precisa che le regole dettate dalla nuova legge non impediranno «a una semplice associazione o movimento di fare politica, ma il mancato acquisto della personalità giuridica precluderà l&#8217;accesso al finanziamento pubblico e <i>la partecipazione alle competizioni elettorali</i>». In altre parole: i movimenti potranno fare politica <strong>al di fuori delle istituzioni</strong>, saranno costretti – loro malgrado – a divenire forze extra-parlamentari, anche quando ciò non fosse in alcun modo la loro volontà, intenzione ed ispirazione. Tra partiti (legittimati alla competizione elettorale) e movimenti viene così stabilita questa distinzione essenziale: le forze politiche, per poter partecipare alle competizioni elettorali, dovranno divenire <i>associazioni riconosciute dotate di personalità giuridica</i>, che acquistano la personalità giuridica mediante il <i>riconoscimento</i> determinato dall&#8217;iscrizione nel registro delle persone giuridiche.</p>
<p>Si tratta di un’attuazione dell’art. 49 della Costituzione, come sostiene il Pd? In realtà, l’art. 49 Cost. <strong>non prevede alcun obbligo di registrazione ed acquisizione della personalità giuridica</strong> (previsto invece dall’art. 39 Cost. per le organizzazioni sindacali, e mai attuato). L’art. 49 Cost., infatti, si coordina e deve essere letto attraverso il riferimento fondamentale dell’art. 18 Cost., il quale garantisce a tutti i cittadini il «diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazioni». Le formule “<i>associarsi liberamente senza autorizzazione</i>” e “<i>associarsi liberamente in partiti</i>” giustificano la scelta dei Costituenti di escludere la necessità di registrazione e riconoscimento, con i relativi controlli pubblici. Come ricordato, di recente, dalla Corte Costituzionale, «i partiti politici sono garantiti dalla Carta costituzionale – <i>nella prospettiva del diritto dei cittadini di associarsi</i> – quali strumenti di rappresentanza di interessi politicamente organizzati; diritto di associazione al quale si ricollega la garanzia del pluralismo» (Corte Cost., ordinanza n. 79/2006).</p>
<p>In realtà, il problema dell’ “attuazione” dell’art. 49 Cost. e della disciplina dei partiti politici è risalente, e fu oggetto di discussioni sin dall’Assemblea Costituente. Devono, tuttavia, essere distinti differenti questioni in merito, che il Ddl presentato dal Partito Democratico pretende invece di considerare, impropriamente, come se esse rispondessero tutte alla stessa logica. Un conto, infatti, è il problema – a lungo discusso – della «democrazia interna» ai partiti, ossia della necessità di assicurare meccanismi interni che consentano alle forze politiche di adottare le proprie decisioni e di definire il proprio funzionamento attraverso il metodo democratico. Come ricorderà <strong>Aldo Moro</strong>, «è evidente che, se non vi è una base di democrazia interna, i partiti non potrebbero  trasfondere indirizzo democratico nell’ambito della vita politica del Paese».</p>
<p>Ora, questo aspetto particolare non è direttamente legato alla presunta necessità di imporre ai partiti l’obbligo di registrazione e del riconoscimento della personalità giuridica. Diverso è, infatti, il problema della <i>personalità giuridica</i>. Il Ddl proposto dal Pd impone, infatti,  l’acquisto di personalità giuridica mediante il procedimento disciplinato dal D.P.R. 286/2000, il quale prevede l’obbligo di presentare una domanda per il riconoscimento presso le <i>Prefetture</i>. Si tratta, pertanto, di una particolare disciplina che si presenta ben più invasiva di quella proposta, a suo tempo, dal progetto Sturzo, il quale prevedeva unicamente che, al fine dell’acquisto della personalità giuridica, i partiti dovessero depositare nella cancelleria del <i>Tribunale</i> competente lo statuto, senza altri obblighi («questo atto – scrive Sturzo – basta per poter attribuire al partito la personalità giuridica e in tale veste potere anche possedere beni stabili e mobili senza alcuna autorizzazione preventiva).</p>
<p>C’è, infine, un’ultima questione, che riguarda il problema della <i>funzione costituzionale dei partiti</i>. Per spiegarci, possiamo ritornare all’intervento della Corte Costituzionale già citato. Nel giudizio, la parte ricorrente aveva sostenuto che «fra le diverse funzioni che svolgono i partiti, quella relativa alle competizioni elettorali rappresenta un’attribuzione costituzionale che l&#8217;art. 49 Cost. <i>assegna loro  in via esclusiva, non essendo configurabile a Costituzione vigente altra forma di rappresentanza politica</i>». La Corte Costituzionale respinge questa impostazione: «l’art. 49 Cost. – si legge nell’ordinanza – attribuisce ai partiti politici la funzione di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” e non specifici poteri di carattere costituzionale». La Corte, inoltre, ha precisato:<i></i></p>
<ol>
<li>che le funzioni attribuite dalla legge ai partiti sono unicamente funzionali a «raccordare il diritto, costituzionalmente riconosciuto ai cittadini, di associarsi in una pluralità di partiti con la rappresentanza politica, necessaria per concorrere nell&#8217;ambito del procedimento elettorale, e trovano solo un fondamento nello stesso art. 49 Cost.»;</li>
<li>che i partiti politici «vanno considerati come organizzazioni proprie della società civile, alle quali sono attribuite dalle leggi ordinarie talune funzioni pubbliche, e non come poteri dello Stato ai fini dell&#8217;art. 134 Cost.» (Corte Cost., ordinanza n. 79/2006).</li>
</ol>
<p>È abbastanza evidente che il Ddl intenda, con il <i>riconoscimento della personalità giuridica</i>, definire anche il partito politico come titolare di specifiche<i> funzioni costituzionali</i>. Cosa significa? Significa che <strong>i partiti giocano un’ultima carta che consenta loro di salvarsi</strong>: passare da <i>organizzazioni della società civile</i> a <i>poteri dello Stato</i>, a veri e propri <i>organi costituzionali</i>. L’unica forma di rappresentanza politica possibile diventerebbe, a questo punto, quella che passa non attraverso un’associazione di liberi cittadini, com’è previsto dalla Carta repubblicana, ma attraverso per un vero e proprio potere dello Stato, con specifiche funzioni pubbliche e costituzionali.</p>
<p>È evidente, pertanto, che il Ddl presentato dal Pd intende non soltanto <strong>escludere il M5S dalle istituzioni</strong>, ma anche il sogno mai definitivamente compiuto della <i>partitocrazia</i>: quello di <strong>fare del partito politico un <i>potere dello Stato</i></strong>, unico soggetto della rappresentanza politica.</p>
<p>Con il pretesto di dettare norme per assicurare la “democrazia interna” ai partiti <strong>si vuole “costituzionalizzare” la partitocrazia</strong>: è questo l’obiettivo che sta dietro la proposta del Pd. Obiettivo che non solo rappresenta una mossa politica, profondamente antidemocratica, perché diretta ad escludere i cittadini dalla possibilità di partecipare attivamente alla vita politica del Paese, ma che è, altresì perseguito introducendo disposizioni che non possono non dirsi sospette di incostituzionalità.</p>
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		<title>La Germania non si fida di Repubblica. E chiama Becchi.</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 08:53:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Becchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[beppe grillo]]></category>
		<category><![CDATA[movimento cinque stelle]]></category>
		<category><![CDATA[paolo becchi]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/ottomilionidiitalianipoveri.jpg" /></div>Uno dei più importanti quotidiani tedeschi non si fida di Repubblica e chiama Becchi, il professore simpatizzante del Movimento 5 Stelle, per chiedergli com'è andata veramente la storia dei fucili. Nel servizio che ne esce, emerge un dato impressionante su come guardano a noi da Berlino. L'Italia? Un paese con 8 milioni di poveri e molti altri che non arrivano a fine mese. Ma i media preferiscono occuparsi di Becchi e de La Zanzara.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="float:left; margin:5px;"><img width="150px" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/ottomilionidiitalianipoveri.jpg" /></div><p><img class="aligncenter size-full wp-image-15162" alt="soglia di povertà italia" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/ottomilionidiitalianipoveri.jpg" width="480" height="270" /></p>
<p>di <strong>Paolo Becchi</strong></p>
<p><em>Tutti i lettori di questo blog hanno seguito la mia ultima vicenda mediatica, il cui eco è giunto sino in Germania. Ma ecco la sorpresa. Invece di riprendere come al solito la notizia da Repubblica, mi chiama il corrispondente estero di uno dei più importanti quotidiani tedeschi, la “Süddeutsche Zeitung” di Monaco, per chiedermi un’intervista. Evidentemente non si fidano più dei media italiani. E così il corrispondente è venuto sino a Genova per raccogliere la seguente testimonianza che mia moglie Anna ha gentilmente tradotto per voi.</em></p>
<p>Jetzt.de – Süddeutsche Zeitung , 7.05.2013<br />
<strong>La dignità e i grillini <em>di Henning Klüver (foto dpa)</em></strong></p>
<hr />
<p><em>Visita a Genova al Filosofo del diritto Paolo Becchi, coinvolto in una polemica sulla violenza</em></p>
<p>Su una popolazione complessiva di 60 milioni di abitanti in Italia <strong>più di otto milioni di persone vivono in situazione di emergenza sociale</strong>. Non hanno lavoro o solo contratti a termine o ricevono soltanto una pensione minima. Molti di loro vivono sotto la soglia di povertà. A questi otto milioni si aggiungono molte famiglie i cui redditi spesso non bastano per arrivare alla fine del mese.<span id="more-15159"></span></p>
<p>In tempi di crisi economica “la dignità umana è in pericolo”, dice pertanto il filosofo del diritto Paolo Becchi che insegna all’Università di Genova. La dignità dell’uomo è radicata nella Costituzione italiana e similmente in quella tedesca. La formulazione italiana va però aldilà di quella tedesca. Nell’articolo 3 si dice che tutti i cittadini godono di “pari dignità sociale”. La dignità viene in base a ciò conferita attraverso la società. Questa ampia formulazione non è presente in nessun’altra costituzione. “E tuttavia”, dice il filosofo, “ proprio questo diritto manca oggi in una società che non sa più garantire una vita dignitosa a una parte dei suoi membri.”</p>
<p>Otto milioni di italiani vivono sotto la soglia di povertà, circa <strong>il 13 % della popolazione italiana</strong>.</p>
<p>Paolo Becchi è vicino al MoVimento Cinque Stelle (M5S) di Beppe Grillo e i media amano definirlo “l’ideologo dei grillini”, ma lui nega con veemenza di esserlo. Egli spiega che il M5S nella sua essenza non è ideologico e che quindi non ha ideologi. Beppe Grillo, continua il cinquantottenne Becchi, è riuscito a unire il movimento nato in rete “alla piazza”, alla gente, instillando nuova linfa nella politica italiana.</p>
<p>In Germania il MoVimento viene considerato populista o addirittura antidemocratico. “È un’impressione sbagliata.” Secondo Becchi il M5S ricorda semmai i Verdi ai tempi della loro fondazione in Germania. Anche se nel M5S ci sono persone che hanno valori conservatori e in parte sono di “destra”, nel suo nucleo si tratta comunque di un “movimento ecologista di sinistra”. Si tratta di qualcosa di nuovo che sta prendendo il posto dei vecchi partiti di sinistra come il Partito Democratico (PD). Il PD è per Becchi “un partito senza identità” con una dirigenza fatta di “uomini e donne senza qualità.”</p>
<p>Il professore non sceglie sempre con tanta cautela le proprie parole. “Se qualcuno tra qualche mese prenderà i fucili, poi non ci dobbiamo lamentare. Abbiamo messo di nuovo un banchiere come ministro dell’economia.” Quest’affermazione di Becchi durante un’intervista telefonica di Radio 24 ha suscitato un’ondata d’indignazione. A Roma dieci giorni fa un disoccupato aveva sparato e ferito gravemente due carabinieri davanti alla sede del Governo. Nello stesso momento al Quirinale i ministri del nuovo Governo stavano prestando giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Becchi la chiama “una coalizione di perdenti, resti del passato”.<br />
Con Fabrizio Saccomanni si è messo al Ministero dell’economia un alto funzionario della Banca Centrale formatosi nell’elitaria università privata Bocconi. Media come il quotidiano “La Repubblica” hanno messo in relazione l’affermazione di Becchi con minacce di violenza contro Berlusconi e volantini inneggianti all’attentato di Roma. Ha suscitato irritazione anche l’osservazione del filosofo secondo la quale l’attentato avrebbe aiutato la maggioranza di governo, dal momento che dopo di esso l’opposizione interna al PD non avrebbe più formulato apertamente la sua contrarietà a una coalizione con il PDL, il partito di Berlusconi.</p>
<p>Il Rettore dell’Università di Genova ha invitato il professore a “far funzionare il cervello” prima di fare dichiarazioni pubbliche. Persino i deputati del M5S hanno preso le distanze da Becchi, perché li ha trascinati in una polemica sulla violenza. Questo tuttavia ha fatto sì che tra i grillini si alzasse in rete un’ondata di simpatia per Becchi, che ha sommerso i due principali blog del MoVimento (<a href="www.beppegrillo.it" target="_blank">www.beppegrillo.it</a> e <a href="www.byoblu.com" target="_blank">www.byoblu.com</a>). Un tweet di Beppe Grillo ha portato infine alla “riabilitazione” del filosofo e Byoblu ha intitolato un contributo del professore <a href="http://www.byoblu.com/post/2013/05/06/becchi-reloaded.aspx" target="_blank">Becchi reloaded</a>.</p>
<p>Oggi lo studioso ammette di essere stato forse “troppo ingenuo” in questa intervista telefonica e nelle seguenti apparizioni televisive, ma per lui resta il fatto che le sue affermazioni sono state volutamente “strumentalizzate”. Ovviamente non era sua intenzione danneggiare il MoVimento, che è “assolutamente non-violento”. Se in Italia non si è arrivati finora a eclatanti azioni di violenza collettiva, lo si deve in fondo al movimento di Grillo che ha “canalizzato in senso democratico” la protesta contro il vecchio sistema. Semmai un rischio per la democrazia viene proprio dai partiti di governo, che con una “tirannia della maggioranza” (Tocqueville) impediscono che la presidenza di importanti commissioni parlamentari tradizionalmente conferite all’opposizione (ad esempio per vigilare sull’operato dei servizi segreti e della televisione pubblica RAI) vada al M5S.</p>
<p>Paolo Becchi ironizza sull’acceso dibattito che ha scatenato. Non è solo in pericolo la dignità di quei milioni di persone che a causa della crisi economica sono stati privati dei mezzi di sostentamento, bensì anche la dignità dei media che in questa situazione di crisi – stando a Becchi – rinuncerebbero alla loro indipendenza e in nome di una presunta ragion di stato diverrebbero di parte.</p>
<p>[Fonte: <a href="http://jetzt.sueddeutsche.de/texte/anzeigen/570986" target="_blank">http://jetzt.sueddeutsche.de/texte/anzeigen/570986</a>]</p>
<h3 style="text-align: center;">Alcuni video-interventi di Paolo Becchi su questo blog</h3>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=BOPS234cjGY" target="_blank"><img class="aligncenter size-full wp-image-6577" title="PaoloBecchi-BlogVideoIcon" alt="" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/PaoloBecchi-BlogVideoIcon.jpg" width="480" height="270" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=ucme25Fx34c" target="_blank" rel="attachment wp-att-12361"><img class="aligncenter" alt="Paolo Becchi - Antimessaggio di Fine Anno - Blog" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/Paolo-Becchi-Antimessaggio-di-Fine-Anno-Blog.jpg" width="480" height="270" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=FEOXi8oL1H0" target="_blank"><img class="aligncenter" title="PAOLOBECCHI-Panebianco_blog-videoicon" alt="" src="http://www.byoblu.com/wp-content/uploads/PAOLOBECCHI-Panebianco_blog-videoicon.jpg" width="480" height="270" /></a></p>
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