Welby e la paura di morire.

La vita è un diritto.
Ma se la vita è un diritto allora non c’è nessuna alternativa: anche la morte è un diritto.
Interessante l’etica quando è cucita sulla pelle altrui.
Interessanti le dichiarazioni in nome di Dio, della morale.
Ognuno parla di cose che non gli sono proprie, e presenta il conto a chi non può difendersi.La morte è un diritto tanto quanto la vita. Perchè se io ho il diritto di nascere, come viene spesso sostenuto (ma se non sono ancora stato concepito, non esisto: come posso avere diritti?), allora ho anche il diritto di morire. Sarebbe come dire che io ho il diritto di entrare ma non di uscire; che ho il diritto di comprare un libro, di leggerlo ma non di finirlo; che posso partire ma non arrivare.La medicina avrebbe dunque il compito di aiutare gli uomini a vivere meglio ma, nel caso, dovrebbe avere anche quello di aiutarlo a morire meglio.
La medicina ha il compito di curare. Ma curare deve significare quanto più possibile guarire, non trattenere in bilico sopra il baratro.

Se nessuna medicina esistesse, la vita scivolerebbe semplicemente nella morte secondo quanto la natura stessa ha previsto, complici le condizioni ambientali e lo stile di vita.
Duecento anni fa, per esempio, ma forse non c’è bisogno di andare così indietro, di peritonite si moriva a iosa. Oggi spesso (forse) ci si salva. Ci si salva perchè la medicina ha sviluppato una cura adeguata, efficace (l’operazione chirurgica). Una cura è efficace quando ti permette di ristabilire le condizioni di salute precedenti alla malattia. Ma se questo fosse il solo principio regolatore, allora un’amputazione ad una gamba in cancrena non sarebbe considerata una valida cura, perchè alla fine della stessa non si potrebbe più correre liberi su un prato, non con una gamba di legno. La cura non avrebbe guarito, ma messo una pezza, prevenuto complicazioni peggiori. In un certo senso avrebbe guarito la malattia successiva, quella derivante dalla degenerazione di quella per cui la cura è stata somministrata.
Andrebbe bene lo stesso? Sì e no. Dipende.
Andrebbe bene per me. Forse non andrebbe bene in una società primitiva, dove la capacità di sfuggire alle prede passa soprattutto dalla velocità. In quel caso, forse, la cura non risolverebbe nulla. Prolungherebbe solamente l’attesa dell’inevitabile. Allungherebbe il finale ad una pellicola che avrebbe forse anche potuto essere divertente e ben congegnata, purchè lunga il giusto e non di più, quanto basta.

Ci sono casi poi nei quali una cura non guarisce nè mette una pezza. Casi in cui si cerca solamente di frenare il compiersi di un inderogabile destino.
Cosa accadrebbe se si scivolasse giù per una scarpata, procurandosi traumi e lussazioni fino a varcare l’orlo di un crepaccio per essere poi afferrati in extremis da una (im)provvida mano, con l’unica possibilità di essere trattenuti per il bavero, penzolanti sopra un baratro, con gli occhi sbarrati per il terrore e il corpo straziato dall’urto con le rocce aguzze? Certo, una bella fortuna! Ma se questo qualcuno non fosse in grado di tirarci su, se non ce la facesse, se tutto si riducesse ad un’attesa spasmodica, mentre centimetro dopo centimetro la presa si allenta, il bavero si sfila, le cuciture saltano… Se con uno sforzo sovrumano noi riuscissimo a guardare negli occhi chi ci ha teso una mano solo per prolungare la nostra agonia, con la consapevolezza che saranno solo la paura, il terrore e l’angoscia ad avere il controllo della nostra mente, dei nostri ultimi pensieri fino a che finalmente non saremo lasciati ad un destino ineluttabile, al formicaleone in attesa in fondo al buco.. Se riuscissimo a fermare lo sguardo, le pupille sulle sue per un istante lungo un battito di ciglia, ..cosa gli diremmo? Cosa gli chiederemmo davvero?
Certo, potremmo sempre nutrire la speranza che qualcun altro, accorso in seguito ai nostri richiami, possa aggiungere le sua mani alle nostre mani, la sua forza alla nostra forza e tirarci su.. Ma se per quanti rinforzi accorressero, il poco spazio sul ciglio del burrone non consentisse a più di una persona alla volta di protrarsi per afferrarci, ed una sola persona fosse sempre troppo poco per salvarci, oggi come domani come in tutti i giorni a venire..

Ecco. Se fossimo perduti, oscillanti sull’abisso, e qualcuno in nome di una riflessione teorica, una sega mentale, ci impedisse di porre fine al nostro tormento, di spegnere l’interruttore per cullarci nell’illusione di un nuovo mondo o semplicemente della pace del ritorno.
Cosa chiederemmo allora a quello sguardo che incrocia il nostro? Accetteremmo quella cura così inadeguata, o lo supplicheremmo di lasciarci seguire la nostra strada?

La cura per la peritonite restituisce una persona alla sua vita normale. La cura per la cancrena ad una gamba resituisce una vita che può essere giudicata accettabile o meno. Ma l’ultimo tipo di cura, quello restituisce solamente il dolore che trova, e lo amplifica. Essa non è una cura: diviene parte della malattia stessa.

Si dice che gli elefanti vadano a morire in un cimitero segreto. Gli animali sentono la morte avvicinarsi e smettono di mangiare, sono liberi di rifiutare le cure. Seguono la vita in tutto ciò che essa consiste, a cominciare dall’inevitabilità della morte.

L’uomo, che di tutti gli animali è il più evoluto, ha perso il diritto di morire.
Altri uomini glielo hanno rubato: i politici, gli opinionisti, Ippocrate.

E i preti.
Welby non ha potuto avere funerali religiosi.

E’ questo il Dio che la chiesa ha predicato nel corso dei secoli? Un Dio che ti toglie tutto, che ti chiama a sè ma che non ti vuole se poi scegli di raggiungerlo in maniera consenziente?

L’accanimento contro Welby è la nostra paura di morire. Se noi acconsentiamo a che una persona sia lasciata morire (e non uccisa), allora un giorno qualcuno potrebbe lasciar morire noi, e questa è una possibilità intollerabile.
Così cerchiamo con tutti i mezzi di esorcizzare il nostro terrore imponendo a chi ha avuto gli attributi per superarlo un’esistenza di pura sofferenza.

La nostra vita non esiste. E’ una pura invenzione. Una fantasia letteraria. Una figura retorica.
La nostra vita siamo noi stessi. Tant’è vero che non potrei essere vivo senza esistere, ed io non esisterei senza essere prima di tutto vivo.
Dunque io non posso privarmi della vita come si tolgono dieci euro dal portafoglio.

Io sono io, e dunque implicitamente mi appartengo. E siccome io e la mia vita coincidiamo, allora la mia vita mi appartiene.

Nessuno può averne il copyright.

Anche la morte non esiste. La morte è una conseguenza della vita. La morte non è che una negazione, così come lo zero degli arabi serve solo a fare i conti, è una convenzione: tutti sanno che non esistono zero sassi. O ci sono dei sassi o non ci sono, e se non ci sono non li puoi contare!
La morte è un qualificatore della vita stessa, così come la nascita. Sono due estremi che inducono in errore. Ci ingannanno elevandosi ad entità reali.
Ma è falso. L’unica cosa che esiste è la vita.
Possiamo solo vivere. Vivere poco, vivere a lungo. Ma vivere.
E siccome vivere è l’atto originario che scaturisce dall’esistere, nessuno può condizionarlo dall’esterno.
Vivere è la qualità fondamentale che ci caratterizza. Più del nome, più dell’aspetto fisico. Prima ancora di tutto viene il fatto che siamo. Non si discute.

Se io ho sovranità assoluta ed ontologica sulla mia vita, e se la morte non esiste se non in quanto caratteristica della vita stessa, allora io ho il diritto di esigere che la mia vita raggiunga il suo fine ultimo, la sua meta.
Ho il diritto di lasciare che la mia vita si compia.

La vita di Welby si è finalmente compiuta.
Ma quanta fatica!

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