Vietiamo per legge le lacrime in televisione!

Lo stupro di Montalto di Castro diventa occasione per l’ennesima riedizione di Carramba, che sorpresa!

 

Domenica 14 ottobre 2007. Circa le dieci del mattino. Cerco di riprendere i sensi davanti ad un buon caffellatte bollente.

Accendo la televisione. Appare RAI uno: c’è un talkshow sullo stupro di Montalto di Castro.

Gli ospiti si alternano nell’usuale carosello di opinioni, come di tradizione orchestrato un tanto al chilo dal mediatore di turno. Si parla solo se interrogati e, soprattutto, vietato approfondire! Non importa cosa si abbia da dire, l’importante è che lo si dica in fretta.
Sui trasgressori si abbatte la mannaia del censore mediatico: via il microfono e avanti la prossima mini-riflessione confezionata, possibilmente conformista e politically correct. Del resto per le situazioni che sfuggono di mano, quelle in cui un ospite vuole a tutti i costi terminare l’esposizione del suo pensiero magari esprimendo opinioni personali, non predigerite, che mettono a rischio l’establishment e fanno tremare le poltrone, c’è pur sempre un’arma finale che all’occorrenza toglie d’impaccio: la dissociazione immediata. Basta dire fermamente: mi dissocio dalle dichiarazioni del signor Pinco Pallo.

In questo quadretto idilliaco, ove si muovono generalmente i talk show nostrani, ecco dunque che si dibatte amabilmente di questa ignobile vicenda. Un giovanotto, in occasione dei festeggiamenti per il suo diciottesimo anno d’età, invita una sedicenne di Tarquinia a fare una passeggiata nella vicina pineta. La sventurata risponde, parafrasando Manzoni, e si inoltra tra gli aghi di pino con il suo galante cavaliere. I due discorrono del più e del meno, quand’ecco sette compari, in combutta con il festeggiato, appalesarsi dal nulla e realizzare quella che a tutti gli effetti può definirsi un’imboscata. La vittima viene stuprata collettivamente, a turno, per ore ed ore.

Di per sè niente di strano: la cronaca nera di questo paese ci ha ormai abituato a episodi simili, anche più efferati.
In questo caso però, spicca il fatto che la simpatica comunità di Montalto di Castro sembra esprimersi a favore degli otto piccoli birichini: la maggioranza dei cittadini intervistati dichiara infatti che si sa, gli uomini queste cose le fanno, la colpa è della ragazzina che non è stata capace di farli smettere.

Montalto di Castro
 

Un caso di povertà estrema e di isolamento culturale in un paesino appartenente al profondo sud? Niente affatto: la ridente località si trova nel lazio, in provincia di Viterbo. E’ dotata di un sito web che eroga servizi evoluti quali pagamenti online, distribuzione di modulistica e iscrizione via RSS agli aggiornamenti su bandi e concorsi. C’è persino un apposito spazio dove si accettano proposte e suggerimenti.
Sul sito manca però – ho controllato – una pagina informativa su come accedere ai fondi per ottenere tutela legale dopo avere stuprato una forestiera.
Si sa: queste cose succedono. Così almeno la pensa il sindaco (tale Salvatore Carai, dei DS) il quale, imbeccato dai servizi sociali, ha messo a disposizione degli otto simpaticoni denaro pubblico perchè potessero difendersi nelle opportune sedi.

Ma andiamo, suvvia! Son ragazzi! (due dei quali, pare, siano imparentati con un qualche membro della giunta comunale) sembrano pensare gli abitanti dell’amena cittadina. Con che cuore si è potuto denunciarli? E così, in questo clima da caccia alle streghe, per la giovane vittima meglio l’esilio, inflittole dalla madre per tutelarla. Oltre al danno, la beffa!

Cittadini di Montalto di Castro. Vi sentite davvero rappresentati da queste dichiarazioni? Se c’è qualcuno che si dissocia, lo faccia adesso o taccia per sempre.

Perchè siamo qui a parlarne? Perchè nel talk show di questa mattina, dal titolo apparente de ‘Il Dolce e l’Amaro’ (così perlomeno recitava il logo in basso a sinistra), la madre era ospite della trasmissione, voltata di spalle per tutelarne la privacy. La carrellata di opinioni, condotta con la consueta stitichezza, si svolge tutto sommato senza infamia e senza lode, quand’ecco sul finire il coup de théatre. In collegamento telefonico da Roma: la figlia!

Lei: il clou dello show! La protagonista indiscussa. Colei a cui, in un lasso di tempo doverosamente ampio, si sarebbero potute fare cento, mille domande rivelatrici sui come e sui perchè. E che cosa le viene chiesto?

 

Vuoi dire qualcosa a tua madre?

Come? Ma perchè.. una madre ed una figlia non hanno altra occasione di parlarsi se non davanti ad una telecamera accesa? A quale scopo? Non staremo mica cercando di provocare un’emozione artificiale, dosando sapientemente ingredienti testati secondo un antica ricetta?

La figlia dice che vuole tornare a vivere con la mamma, a Montalto di Castro, e non a Roma. Tutte cose che avrà avuto molte altre occasioni di dirle. Siamo in fondo nel ventunesimo secolo, abbiamo a disposizione auto veloci, telefoni e telefonini, videotelefonini, email, chat, videochat… Senza contare che, a voler guardare il pelo nell’uovo, ci sono serie probabilità che la registrazione della puntata sia avvenuta a Roma. Ragion per cui è plausibile che la figlia non fosse poi così distante: a voler essere benevoli sarà stata al più nel baretto degli studi televisivi, se non addirittura in regia con un paio di cuffie e un microfono a collare.

Nel frattempo, a ricreare il senso di un’apparizione fugace cui dedicare la massima attenzione prima che tutto sia perduto per sempre, dalla regia mandano i titoli di coda. Quel tipo di titoli che scorrono veloci radenti al fondo dello schermo, tanto veloci che per leggerli bisogna mettersi i pattini.

L’ansia sale. Il tempo stringe. Ed è a questo punto che la conduttrice interrompre la ragazzina.

 

Tua madre queste cose le sa già.

Ci è arrivata anche lei! E cosa avrebbe mai potuto dire, che probabilmente sua madre non sapesse già? Ma forse l’interruzione nasconde un altro motivo.

 

In questo momento sta piangendo. (ndr: la donna è voltata di spalle)

Ohhh.. finalmente comprendiamo il motivo di quest’intervista e di quella domanda apparentemente priva di senso. E’ l’effetto Carramba che sopresa! il nostro obiettivo: la mamma piange! Ora sì che il dibattito si fa interessante, mica prima, con tutte quelle opinioni profondamente noiose di psicologi e magistrati. Ma il meglio deve ancora venire.

 

Scusami per la domanda che ti farò, ma è il mio dovere di giornalista che me lo impone.
Hai qualcosa da dire ai tuoi aggressori?

Dovere di giornalista? Io credevo che i giornalisti servissero a fare delle inchieste, a riportare dei fatti. Non credevo che facessero anche da ambasciatori di missive. La prossima volta che avete qualcosa da dire a qualcuno e non avete tempo, o non avete voglia, o non ci volete parlare, chiamate un giornalista della RAI e mandateci lui!

La ragazzina ovviamente dichiara che non se la sente di dire loro niente, perchè dovrebbero già essere consapevoli del male che le hanno fatto; non c’è niente da aggiungere.
La conduttrice però insiste. C’è bisogno di qualcosa di forte per chiudere la trasmissione che sta inesorabimente scivolando a nero.

 

Capisco. Ma dì loro almeno una frase, una sola parola!

Dì soltanto una parola, e io (l’incasso) sarò salvato! Ma niente, non c’è niente da fare. La ragazzina ribadisce quanto saggiamente detto poco prima.
Se solo avesse detto, che so ‘Animali!’, oppure ‘Bastardi!”, allora sì: quanto se ne sarebbe parlato!
Invece la puntata è condannata a restare in un anonimato mediatico senza scalpore, preda di un oblio giornalistico che avvolge i suoi protagonisti non appena il video sfuma. Che disdetta!

Come dite? Non credete che le cose in televisione vadano così? Non credete che i conduttori televisivi, e in misura minore anche quelli radiofonici, scatenino guerre per cinque secondi in più o in meno di popolarità? Restate sintonizzati: prossimamente ve ne racconterò delle belle!

 

Nel frattempo vorrei lanciare una proposta di legge popolare.

 

Vietiamo le lacrime in televisione!

E se si verificano, che sia vietato sottolinearle. Fanno parte della sfera intima, non vanno nè reclamizzate nè strumentalizzate.

Tra l’altro, potremmo avvalerci di un precedente legislativo più che mai attuale. Infatti, una lacrima che velasse una pupilla su cui fosse applicata una lente a contatto, equivarrebbe a detergere la lente stessa. Un simile atto, già se dovesse avvenire entro i confini del comune di Firenze, potrebbe essere interpretato come la pulizia di un cristallo, e quindi ricadere nella famigerata ordinanza che vieta di lavare i vetri. Nella prima versione di tale ordinanza, infatti, non era specificato esattamente in quali frangenti fosse legittimo lavare un vetro, nè cosa si intendesse di preciso per vetro.

 

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