Esiste davvero la Democrazia in Italia?

Si fa un gran parlare di democrazia. Tutti la invocano, a ragione o a sproposito.

Ci sentiamo di buon grado cittadini di una modernità che ha superato vecchie iniquità sociali, perlomeno quelle più vistose. Non esiste più la schiavitù, sono abolite le distinzioni sociali, la nascita ha meno importanza dei meriti…

Ma siamo proprio sicuri? Proviamo a dare un’occhiata sotto al cofano.

Democrazia for dummies
 

 

Le origini

 

aristotele Aristotele diceva che ci sono tre forme sane di governo: la monarchia, l’aristocrazia e la politìa. Ognuna di esse poteva degenerare nella sua equivalente forma corrotta. La monarchia poteva degenerare in tirannide; l’aristocrazia rischiava di scivolare nell’oligarchia, e la politìa (udite udite) poteva finire miseramente in democrazia.

Alt! La nostra cara democrazia sarebbe una forma degenerata di governo? Com’è possibile? Indaghiamo.

 

 

 

 

La monarchia (governo di uno solo).

 

La monarchia sappiamo cos’è. Considerata la prima forma di buon governo, la ritroviamo già al tempo degli Assiri, dei Babilonesi e degli Egizi, dove il monarca era considerato una vera e propria divinità, emanazione di una casta superiore, regnante per volontà stessa di Dio, talvolta Dio stesso. I suoi successori venivano scelti in via ereditaria, i suoi poteri erano assoluti e indiscutibili. Insomma il monarca era uno con cui era meglio non mettersi a discutere.

 

Anche per i romani l’imperatore regnava per diritto divino, ma il suo successore poteva essere scelto anche in maniera elettiva, a seconda delle convenienze politiche, e in ogni caso il Senato ne controbilanciava i poteri. I barbari, invece, erano molto più pratici e individualisti. Inizialmente il re era tale perchè comandava il corpo millitare; solo in seguito si trasformò anche in una guida politica. Con Carlo Magno ecco tuttavia riapparire il concetto di investitura divina, ma grande potere avevano anche i nobili proprietari terrieri. D’altronde non esiste tetto che non sia sostenuto dalle travi.

Mano a mano che la complessità del tessuto sociale cresceva, ecco che in Francia, in Spagna e in Inghilterra appare la monarchia assoluta, dove il monarca ha pieni poteri ma è anche abile equilibrista nel tutelare gli interessi della nobiltà, della borghesia, dei centri cittadini, dei feudi che ancora regnano nelle campagne. Insomma il re gestisce l’apparato burocratico, fa da arbitro e controlla un forte esercito centrale a tutela dei sudditi. Oggi resistono ancora poche monarchie assolute: in Europa c’è solo il Vaticano (che però è una monarchia assoluta elettiva – il papa viene eletto dai Cardinali), nel vicino medio oriente c’è l’Arabia Saudita. Poco altro.

L’inghilterra è la prima a dotarsi di una carta costituzionale, la Magna Cartha, aprendo così l’era della monarchia costituzionale, dove il potere del re è limitato da quello dei parlamenti.

La monarchia sembra una brutta cosa, ma evita anche molti problemi. Affidando ad una sola persona le decisioni, si evitano infatti discussioni infinite e immobilismi continui (pensate ai sindacati). Ma cosa succede quando il monarca, colto da manie di grandezza, non riesce più a contenersi e vuole fare tutto da solo?

Ce lo spiega Vittorio Alfieri in Della Tirannide: « Tirannide indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.».

 

La tirannide solitamente è esercitata da una sola persona, altrimenti detta despota, o dittatore. In alcuni casi i tiranni sono più di uno: famoso il governo dei trenta tiranni, che vide la luce ad Atene nel 404 a.c.

L’aristocrazia (governo dei migliori).

 

Con l’aristocrazia si comincia a ragionare. Il governo non è più affidato ad una sola persona, con il rischio di ritrovarsi un tiranno, ma è suddiviso tra più persone. Chi? Semplice: le persone migliori. Aristos in greco significa nobile, e nobile significa onorevole (vi dice niente?). Quindi la cosa pubblica è affidata ai migliori. Bene. Anzi, ottimo!

Al tempo!

La monarchia costituzionale, che abbiamo visto prima, può essere considerata una forma di aristocrazia: il parlamento che controlla il monarca era infatti composto da soli nobili, i quali avevano dunque il potere di controllare lo stato. La classe nobiliare era quindi il cuore dell’aristocrazia stessa, erano i migliori (i nobili, gli onorevoli) ad avere la possibilità di influenzare le decisioni del governo, di controllare lo stato.

 

La Costituzione Italiana, nel 1948, ha abrogato il valore civile dei titoli nobiliari, ma questo non significa che la nobilità, con il suo potere di esercitare una fortissima influenza, abbia all’improvviso cessato di esistere.

 

Ma, se la nobiltà come casta sociale esiste ancora, chi sarebbero allora i nobili di oggi?

Abbiamo detto che nobile significa onorevole e che i nobili siedevano in parlamento, allora i primi indiziati sono i nostri onorevoli. Mastella, D’Alema, Bertinotti, Berlusconi: eccoli qui, i nostri primi esponenti di una classe sociale privilegiata! E non solo loro, ovviamente, ma tutti quei personaggi che siamo abituati a vedere in televisione, di cui leggiamo quotidianamente sui giornali, che indirizzano il pensiero delle masse, che orientano il corso politico della Repubblica con l’esercizio dell’autorevolezza che viene loro dalle apparizioni pubbliche nei salotti del duemila (Porta a Porta, Matrix, il Costanzo Show), che comprano consensi con il potere di scambio che gli viene dall’equilibrio dei poteri forti, dalla difesa degli interessi reciproci. I nobili, gli onorevoli, gli aristocratici di oggi sono i vari Mentana, Sgarbi, Ferrara, Della Valle, Montezemolo, Vespa, Feltri, i criminologhi, gli psicologi con il dono dell’ubiquità, onnipresenti su più talk shows contemporanei …la lista fatela pure voi. Sono quelli che spesso hanno famiglie facoltose, influenti: pochissimi entrano nell’elite partendo dal nulla.

Del resto anche il retroterra culturale li avvantaggia. Sono quelli che hanno accesso alle feste più esclusive. Quelli che si fanno mandare le cravatte su misura due volte l’anno (poi gliele rubano, come è successo al Presidente della Camera). Quelli con cui per quanti sforzi facciate non riuscite a parlare, se non per un’atto di clemenza e per pochi brevi istanti di cui serberete il ricordo a lungo. Sono quelli che fanno tutto, ricoprono tutti gli incarichi, danno opinioni su qualsiasi cosa, sono esperti di tutto e sembra che abbiano una cultura e una sensibilità illimitate. Sono quelli che prendono i voli di stato con familiari e amici, quelli che ordinano una cassa di pesce fresco e se la fanno recapitare per cena con un’aereo della Guardia di Finanza. Sono quelli che fanno una telefonata e tutti si mettono a disposizione. Insomma, avete capito.

Del resto, è Salvatore Quasimodo, nel suo discorso al Nobel per la letteratura, nel 1959, a dire: “Ma, a sua volta, è libero il politico? No. Infatti, sono le caste che lo assediano che decidono le sorti di una società e agiscono anche sul dittatore. Intorno a questi due protagonisti della storia non liberi e avversari circolano e si avventano le passioni e non c’è quiete che durante una rivoluzione o una guerra: la prima portatrice di ordine e l’altra di confusione.

 

Si presuppone che un’aristocrazia, visto che governa in quanto composta dagli individui migliori, ovvero i più colti, i più preparati ad affrontare questioni complesse, sia una buona soluzione per la guida di uno stato. Ma quel’è il lato B, la faccia nascosta della luna?

L’Aristocrazia può degenerare in oligarchia, ovvero un governo non dei migliori, ma un governo di una minoranza, di pochi. Nella tradizione del pensiero filosofico greco l’oligarchia è una forma di governo cattiva, perché “quei pochi esercitano il potere indebitamente, o in quanto non ne hanno il diritto o in quanto lo fanno violando le leggi o, infine, in quanto lo esercitano favorendo gli interessi particolaristici a scapito di quelli della comunità”.

 

Seguitemi che siamo quasi alla fine

Politìa (governo di molti).

 

Ecco che ci avviciniamo alla nostra meta. Ne sento già il profumo. Ma prima bisogna passare alla politìa.

La politìa mette finalmente il potere nelle mani del popolo, ma non proprio di tutto il popolo. Diciamo di un terzo del popolo, ovvero di tutti gli abitanti che non siano schiavi, che non appartengano al sesso femminile e che siano cittadini a tutti gli effetti (nel caso di Atene, che avessero entrambi i genitori ateniesi). Questo perchè per Aristotele non tutti potevano definirsi cittadini completi. Non i lavoratori manuali, come ad esempio gli artigiani o gli operai, nè i forestieri. Tutti coloro che ne avevano diritto, esercitavano il potere mediante meccanismi di sorteggio e di rotazione. Poteva funzionare bene in quanto le città-stato raramente superavano i centomila abitanti.

 

Oggi, con decine di milioni di persone, sarebbe improponibile. A meno che non la smettessimo di utilizzare internet per cercare le donnine nude ma iniziassimo a sfruttarne l’enorme potenziale. A giudicare dal blog di Mastella, utilizzato esclusivamente per lagnarsi come un triste e moderno Calimero, in Italia di strada da fare ce n’è ancora tanta. Di Pietro timidamente sporge il crapino elettronico su YouTube e su SecondLife.

 

Ma cosa succederebbe secondo Aristotele se, anzichè scremare i cittadini che hanno diritto a partecipare della vita politica, conferissimo a tutti tale diritto, indiscriminatamente?

Allora la politìa si trasformerebbe nella sua forma degenerata, udite udite: la democrazia!

 

Bene, ci siamo arrivati! La democrazia non è che una forma corrotta di politìa. E perchè mai? Perchè il potere gestito dalla massa è succube della demagogia: condurre, trascinare il popolo. Demagogia indica un comportamento politico incline ad assecondare le aspettative della gente, sulla base della percezione delle loro necessità. Il demagogo utilizza frasi retoriche per formulare promesse inconsistenti al fine di conquistare consensi, “facendo spesso leva su sentimenti irrazionali, ed alimentando la paura o l’odio nei confronti del nemico o dell’avversario politico. In altri termini, la demagogia è l’attività del politico che, in vista del proprio favore, spinge il popolo a fare qualcosa contro il suo stesso interesse, sviando la percezione delle necessità reali”.

 

Insomma, ecco svelata la natura antica delle accuse che l’aristocrazia di oggi muove al cosiddetto movimento qualunquista di questi ultimi tempi. Sarebbe insito nella definizione stessa di democrazia aberrare; allontanarsi errando; cadere preda di forme persuasive già previste alcuni millenni orsono.

E, cosa peggiore di tutte, lo sapete qual’è l’happy end della demagogia secondo Aristotele? Non c’è scampo: o la tirannide, o l’anarchia!

 

Come se ne esce? Domanda interessante.

I Democratici Diretti sostengono che il popolo deve avere la prima parola ed anche l’ultima. In Italia, movimenti di democrazia diretta stanno formando liste di candidati fra tutti gli iscritti che si vogliono proporre. Quelli che usciranno vincitori alle primarie e dovessero andare in parlamento, sarebbero vincolati a votare in base alla volontà popolare, di volta in volta espressa via sms. Interessante. Ma che cosa accadrebbe se lasciassimo che una parte dell’elettorato, presa tra quegli individui che non hanno un’alta concezione della moralità nè una preparazione di base sufficiente, fosse chiamata ad esprimersi in merito a questioni etiche dai risvolti complessi e delicati? Un esempio su tutti: la questione degli embrioni. Così, sui due piedi, personalmente ho delle forti perplessità.

In Svizzera una forma di democrazia diretta è già vigente. Il popolo ha il potere non solo di presentare una proposta di legge, ma anche di porre il veto ad una legge promulgata dal governo. Se in Italia ci avessero chiesto cosa pensavamo dell’indulto, forse oggi non avremmo buttato tanti soldi per riacciuffare gente che era già dentro. Previti però sarebbe in galera, e questo Aristotele non poteva prevederlo.

 

Da noi, in ogni caso, vige la democrazia indiretta.

Ma cosa c’è sotto al cofano di una democrazia? Perchè mai adesso dovrebbe funzionare meglio?

Vediamo cos’hanno escogitato i nostri padri.

La democrazia moderna

 

Le democrazie liberali si fondano sulla competizione tra candidati e sul meccanismo della delega tramite elezioni. Il principio della rappresentanza, alla base di tutto il marchingegno democratico, fu proposto tra i primi da John Stuart Mill.

La nostra è dunque una democrazia indiretta: deleghiamo qualcuno a rappresentarci e poi non abbiamo più potere su come egli ci rappresenti. Se vuole fare una leggina per aumentarsi lo stipendio, può farlo. Come dite? Chi mai sarebbe così opportunista? Ah.. era sarcastico, scusate.

 

Per cercare di limitare i danni, si è cercato nel tempo di stabilire alcuni princìpi. Innanzitutto chiunque ha diritto al voto, tanto poi perde subito questo diritto subito dopo la scelta dei candidati iniziali (e i partiti hanno lavorato sodo per ridurre anche questa scelta a una mera forma priva di effetti concreti: tu metti la X, il nome lo mettiamo noi). Poi abbiamo il primato della costituzione, e la separazione dei poteri.

Chi fa le leggi (potere legislativo) non può essere la stessa persona che le fa rispettare (potere esecutivo), e ci dev’essere un terzo ancora a interpretare la legge per dirimere le contese nei casi concreti (potere giudiziario).

 

Oltre a questi assunti di base, nel tempo si è visto che uno stato laico dava poi migliori garanzie di libertà. Aiutava giusto ad evitare di essere inquisiti, torurati, bruciati. Sembra poco, ma anche quello serve! All’estremo opposto del principio di laicità dello stato si trovano le teocrazie, posticini non raccomandabili dove la legge è legge e non si discute, anche perchè una battaglia dialettica con Dio è persa in partenza.

 

C’è poi un altro potere, dal quale in Italia per fortuna siamo completamente scevri: il cosiddetto quarto potere. La stampa, la radio, la televisione, i media insomma. Garantire un’informazione libera sembra essere determinante per una democrazia con i fiocchi e i controfiocchi. Perchè? Perchè in caso contrario i cittadini non avrebbero la possibilità di formarsi un’opinione basata su fatti concreti e non su manipolazioni degli stessi. Decisioni prese grazie a informazioni manipolate sono quasi sempre decisioni sbagliate, e in ogni caso frutto di una truffa, di propaganda.

In Italia, come dicevo, per fortuna abbiamo alfieri della democrazia che tengono alla lontana i fantasmi del quarto potere. Emilio Fede (TG4), per esempio, o Mauro Mazza (TG2); ma l’elenco potrebbe continuare.

Sarà per questo che l’Italia, nella classifica mondiale dei paesi ordinati secondo il grado di libertà di stampa, dal più libero al meno libero, si classifica quarantesima, dopo Panama, Mali, Francia, Bulgaria, Jamaica, Lituania etc etc?

A proposito… lo sapete che nel nostro paese c’è una televisione fantasma che, nonostante abbia tutte le carte in regola, le autorizzazioni e le sentenze della Corte Costituzionale a suo favore, continua a non poter accendere i suoi ripetitori? Si chiama Europa7, e dovrebbe utilizzare le frequenze di Rete4, che dal 1999 non ha la concessione per trasmettere.

 

I cittadini di una democrazia liberale hanno inoltre alcuni diritti, i cosiddetti diritti di cittadinanza. Dovreste conoscerli, visto che ce li avete (confermate?), ma ricordiamoli pure qui:

 

 

  • Diritti civili (dal XVIII secolo): libertà della persona, libertà di parola, pensiero e fede, diritto alla proprietà, diritto di concludere contratti, diritto alla giustizia;
  • Diritti politici (dal XIX secolo): diritto a partecipare al processo politico come membro di un corpo investito di autorità politica o come un elettore dei membri di tale corpo;
  • Diritti sociali (dal XX secolo): diritto a un minimo di benessere economico e sicurezza, diritto di vivere secondo gli standard prevalenti nella società;

 

Bastano tutte queste clausole a garantirci dai furbacchioni? Manco a dirlo, qualcuno sostiene di no! E non è solo Beppe Grillo, prima di lui qualcun altro ha manifestato una lieve insofferenza nei confronti dei partiti politici, e non solo.

L’anarchia (senza governo)

 

Pierre Joseph Proudhon Parliamo di Pierre-Joseph Proudhon, che durante la prima metà dell’ottocento ha iniziato per primo a parlare dell’anarchia non solo in termini dispregiativi, ma conferendole lo status e la dignità di una vera forma di convivenza civile.

 

Anarchia significa letteralmente senza e governo, o più appropriatamente: senza dominio.

Diceva Proudhon: « L’anarchia è una forma di governo o di costituzione nella quale la coscienza pubblica e privata, formata dallo sviluppo della scienza e del diritto, basta da sola a mantenere l’ordine ed a garantire tutte le libertà. »

Ecco cosa pensava Proudhon dei partiti: « Tutti i partiti senza eccezione, nella misura in cui si propongono la conquista del potere, sono varietà dell’assolutismo ». Vi ricorda qualcosa, o qualcuno???

Qualche altra sua massima: « Il governo sull’uomo da parte dell’uomo è la schiavitù »; « Chiunque mi metta le mani addosso per governarmi è un usurpatore e un tiranno: io lo proclamo mio nemico ».

 

Se state pensando che avete risolto tutti i vostri problemi, perchè l’anarchia fa al caso vostro, state attenti. Il suo pensiero fu considerato inapplicabile e per questo quello che ipotizzò fu definito “socialismo utopistico”, ovvero che non esiste in alcun luogo.

 

Conclusioni parziali

 

Per esaminare più a fondo la complessità della materia, non basterebbe un corso universitario. Pensate che ci sono addirittura teoremi che dimostrano come non sia possibile un sistema di votazione elettorale che garantisca di rispettare tutti i requisiti necessari che ci attenderemmo. Per colpa di un certo Jean-Antoine-Nicolas Caritat, marchese di Condorcet, matematico, economista, filosofo e uomo politico francese del settecento, per esempio ora sappaiamo che il sistema di voto preferenziale con doppio turno si presta ad essere abilmente adulterato. Come? Se vi interessa il cosiddetto Paradosso di Condorcet, fatevi un giro su Wikipedia, oppure scrivetemi che ci facciamo un bel videopost.

 

Per l’intanto, libertà di stampa o meno, mi sento di farvi doverosamente osservare che per ottenere che chiunque abbia la possibilità di esprimersi senza essere bruciato sul rogo (come per esempio io in questo momento), milioni di persone nella storia hanno dato la vita. Fiumi di sangue hanno attraversato campagne, pianure e città prima di asciugarsi al sole di una nuova alba.

Forse, anzi indubbiamente, non abbiamo ancora raggiunto la perfezione, ma non lamentiamoci troppo, perchè c’è chi sta peggio.

 

Rimbocchiamoci piuttosto le maniche, perchè è giunto anche per noi il momento di raccogliere l’eredità di Aristotele e aggiungere nuovi capitoli, anch’essi non definitivi, a questa affascinante storia.

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