
La dichiarazione di Amburgo
Dio creò il cielo. Pensò che fosse un progetto troppo campato in aria, così aggiunse la terra. Guardò giù e vide che era cosa buona e giusta. Così la diede ad Adamo perché ne godesse i frutti, e per non lasciarlo solo creò Eva. La storia ci tramanda che Eva spinse Adamo a mangiare l'unica mela che Dio gli aveva proibito di toccare.
Non andò esattamente così. Dio in realtà sarebbe potuto passare sopra alla storia della mela. Era pronto a metterci una pietra sopra. Il fatto è che Adamo ne conservò i semi e piantò cento, mille altri alberi di mele. Creò supermercati, asfaltò i prati fioriti e fece viaggiare autotreni carichi di tutto quello che riusciva a saccheggiare dalla madre terra. Ben presto il Paradiso Terrestre – l’Eden – si trasformò nella pianura padana. Per punizione, Dio tolse il desiderio sessuale a Eva, aumentandolo di intensità in Adamo, e non contento creò le banche. Pare che andandosene, di spalle, Dio abbia bofonchiato: “Ora le mele chiedile ai banchieri. Vedi se te le danno”.
Dove arriva il business non cresce più l’erba. I sogni, gli ideali, le buone intenzioni alla base di progetti innovativi vengono abbattuti per fare spazio agli interessi, alla bramosia, a nuove opportunità di arricchimento.
Internet è il Paradiso Terrestre della condivisione. Il sistema di navigazione è stato creato dai ricercatori universitari per coltivare e scambiarsi il frutto della conoscenza. Era una cosa buona e giusta, e ce ne hanno fatto dono. Come Adamo, oggi vogliamo prendere i frutti della rete, le informazioni, e rivenderceli. Speriamo che Dio questa volta non se ne accorga. Non oso immaginare quale potrebbe essere la sua punizione...
La Dichiarazione di Amburgo è una grande occasione persa di mostrarsi creativi e lungimiranti. E’ di questo che si occupa il video di oggi.
LA DICHIARAZIONE DI AMBURGO
Ciao a tutti oggi parliamo della Dichiarazione di Amburgo.
Mentre c'è una larga fetta della rete che sostiene il libero scambio d'informazioni e la condivisione della conoscenza, che poi è esattamente lo scopo originario per il quale la rete e internet sono state inventate - non dimentichiamoci che il sistema di navigazione si è sviluppato nei laboratori universitari per permettere a ricercatori che magari stavano a centinaia di chilometri di distanza di scambiarsi materiale, documenti, conoscenza attraverso l'HyperText Markup Language, l'HTML, in maniera facile veloce e immediata - ecco, c'è una parte invece della rete che cerca di imbavagliare, di bloccare questa circolazione sanguigna. Abbiamo assistito ad anni di dure battaglie legali portate avanti dalle associazioni dei discografici: prepariamoci adesso alle battaglie dell'editoria.
Ma cosa significa “Dichiarazione di Amburgo”? Esiste una cosa che si chiama European Publishers Council. E’ l’associazione degli editori europei, che cercano così di fare corpo per tutelare i propri interessi. Questi signori si sono recati dal Commissario per la Società dell’Informazione e dei Media al Parlamento Europeo, tale Viviane Reding, e le hanno consegnato un documento, chiamato per l’appunto Dichiarazione di Amburgo, dove tra le altre cose scrivono:
We advocate strongly urgent improvements in the protection of intellectual property on the Internet.
(Propugnamo con forza urgenti migliorie nella protezione della proprietà intellettuale in Internet)
E ancora:
Universal access to websites does not necessarily mean access at no cost.
(L’accesso universale ai siti web non significa necessariamente accesso gratuito)
Quindi gli editori si stanno mettendo di traverso. Vogliono rinforzare un protocollo, l’ACAP - Unlocking content for all (ironia della sorte, significa sbloccare i contenuti per tutti), che specifica per ogni articolo pubblicato esattamente chi sono gli autori quali usi sono consentiti per ogni articolo, in maniera che la rete non posso più fare man bassa, saccheggiare i loro contenuti privandoli in questo modo di un supposto guadagno.
Ma chi sono questi signori che si sono recati al Parlamento Europeo la settimana scorsa per consegnare un documento dai contenuti molto discutibili? Beh, sono tutti membri dello European Publishers Council, ma ci occupiamo in particolare di quelli italiani. Diamo un’occhiata. Sono Carlo De Benedetti, gruppo L'Espresso, Giorgio Valerio, amministratore delegato di RCS Quotidiani, e un tale James Murdoch, CEO di News Corporation, al cui nome siamo abituati in Italia per via di SKY, la televisione a pagamento, che già però percepisce dei soldi per la sua fruizione.
E come mai questi si preoccupano tanto di dover difendere la loro proprietà intellettuale, i diritti sugli articoli che pubblicano? E’ molto semplice, basta dare uno sguardo alla quotazione in Borsa dei loro titoli tra il 2005 e il 2008. Si può evincere una tale caduta libera che al confronto un lancio di un parà della Folgore è paragonabile ai primi passi di un neonato.

Ma perché la quotazione in Borsa di RCS e del Gruppo L'Espresso e così miseramente crollata? Per scoprirlo dobbiamo misurare alcuni parametri fondamentali per un giornale cartaceo come per esempio la readership. Che cosa è la readership? E’ un po' come la leadership, un parametro difficilmente quantificabile con precisione ma che tutto sommato indica un'influenza. Nel caso della leadership è l'influenza sul un gruppo di lavoro, sui colleghi, sugli amici. Nel caso della readership è l' influenza sui lettori effettivi, che poi significa quante persone effettivamente cambiano idea dopo avere letto i tuoi articoli. Un altro parametro importante è sicuramente la tiratura media, e questo e più di facile comprensione, e poi c'è il totale pagata che rappresenta il numero esatto di copie che sono state effettivamente pagate. Io posso avere una tiratura di 100.000 copie ma in effetti avere soltanto 80.000 copie pagate, perché le altre le distribuisco gratuitamente, magari in via promozionale.
Diamo uno sguardo allora a questi valori effettivi. Controlliamo per esempio come si è comportato il Corriere della Sera. Notiamo che per quanto riguarda la readership tra il 2005 e il 2008, cioè misurando il periodo che va da marzo a giugno e sommandolo a quello che va da settembre a dicembre del 2005 – ovvero i periodi in cui si vendono di più i quotidiani, è inutile andare a guardare agosto -, e raffrontandolo con settembre-dicembre e marzo-giugno del 2008, era di 2.942.000 lettori nel 2005, e di 2.907.000 lettori nel 2008. Il Corriere ha perso cioè 35.000 lettori potenziali in due anni e mezzo. Per la Repubblica invece è andata a un pochino meglio. Nello stesso periodo la readership è passato da due 2.958.000 a 3.069.000. Ha guadagnato un'influenza generale di 138.000 lettori.
Analizziamo ora la tiratura. In un solo anno, tra il 2007 e il 2008, il numero di copie stampate del Corriere della Sera è passato da 822.420 copie di tiratura media giornaliera a 760.350. Cioè il Corriere in un solo anno sta stampando 62.000 copie in meno. Nello stesso periodo La Repubblica invece stampa 109.000 copie in meno. Quindi La Repubblica ha sì una readership maggiore, forse per l'influenza della sua parte online, ma sta stampando il doppio delle copie in meno che stampa il Corriere della Sera.
E il totale pagata? Quante di queste copie vengono effettivamente pagate? Per il Corriere della Sera, sempre nell’ultimo anno, siamo passati da 599.195 copie a 552.627. Il Corriere della Sera ha cioè 46.568 persone in meno che ogni giorno comprano il suo giornale. Invece La Repubblica ne ha 91.701 in meno! Quindi la Repubblica sta perdendo i suoi lettori in maniera più consiste di quanto non faccia il Corriere della Sera. E questa era la situazione del cartaceo.
Andiamo ad analizzare la versione online delle stesse testate. Prendiamo come periodo di riferimento un arco di un mese, l'ultimo mese. Confrontiamo cioè il periodo che va dal 16 giugno al 16 luglio del 2009 e raffrontiamolo con lo stesso periodo del 2008. Vediamo subito che il Corriere della Sera ha avuto una performance, un incremento di quasi 40 milioni di pagine viste, passando da 551.587.539 a 589.518.399. Anche le visite hanno subito logicamente lo stesso andamento: ce ne sono oltre diciassette milioni in più. Che differenza c'è tra le visite e le pagine viste? Semplice: se io mi collego a www.byoblu.com e guardo 10 articoli diversi, ho fatto 10 pagine viste ma una sola visita. E La Repubblica? Come ci si può attendere, anche La Repubblica ha avuto un forte incremento nella sua versione online, ma qui la sorpresa è notevole perché la differenza fra l'ultimo mese di quest'anno e l'ultimo mese di un anno fa è di ben 236.397.892 pagine viste! La Repubblica perde un pochino di più, diciamo il doppio rispetto alla tiratura del Corriere della Sera nella versione cartacea, ma guadagna quasi sei volte di più nella sua versione online. Ovviamente anche le visite sono aumentate, per la precisione di 21.106.606.
Cosa significa tutto questo? Significa che la gente, come abbiamo sempre detto, sta abbandonando progressivamente le versioni cartacee dei giornali che quindi vanno a picco – e conseguentemente vanno a picco anche i loro introiti, tralasciando ovviamente i contributi statali che invece fioccano come se fossero neve - per buttarsi a capofitto su Internet, per cercare informazioni dalla rete. Internet è l'informazione per eccellenza. Internet è lo scambio, la condivisione. Questa cosa gli editori l’hanno capita benissimo, infatti sono molto preoccupati. Hanno capito che non venderanno più una copia dei loro giornali mentre probabilmente continueranno ad aumentare i visitatori online. Quindi cercano di imbrigliare la rete riportandola a un modello che per loro sia sostenibile. Un appunto a Carlo De Benedetti però bisogna farlo, “Caro Carlo, perché anziché andare al Parlamento Europeo a sostenere che Internet va regolamentata perché voi non guadagnate più niente, non ci siete andati invece per denunciare il comportamento di Silvio Berlusconi, il tuo e il nostro premier, che ha invitato gli industriali e non fare più pubblicità suoi tuoi quotidiani rischiando in questo modo di incidere pesantemente sui suoi introiti. Non è questo qualcosa che avrebbe dovuto essere portato all'attenzione della comunità europea con più urgenza?
Beh ragazzi preparatevi, perché se Viviane Reding dovesse valutare positivamente questa istanza dello European Publishers Council e dare via a un iter parlamentare per la definizione di una legge che tuteli e rinforzi il diritto d'autore e la proprietà intellettuale sui contenuti informativi, sulle informazioni e le notizie in rete, un domani potreste non sapere più niente se non pagate prima di navigare sui siti del Corriere della Sera della Repubblica.
Io credo del lavoro delle redazioni e dei giornalisti vada tutelato perché, parliamo chiaro, nessuno può lavorare gratuitamente. Questo lo sto sperimentando anche sulla mia stessa pelle. Ma l'informazione… l'informazione è sempre vissuta un po' come qualche cosa che è molto affine al volontariato, alla carità, alla gratuità. Perché? Perché noi abbiamo acquisito Diritti di cittadinanza nell'evoluzione delle varie forme di governo. I primi durante la Rivoluzione francese, la libertà. l’uguaglianza. la fratellanza ma soprattutto il diritto a un minimo di benessere, il diritto a poter mangiare, ad avere una casa. A questi diritti in America si è addirittura aggiunto di recente il diritto alla felicità. E così ci siamo inventati una serie di tutele, di garanzie che conferiscono a uno stato democratico i principi di base, le fondamenta solide su cui edificare la tutela di questi stessi diritti. Uno di questi edifici, costrutti teorici è proprio la separazione fra i poteri, lo sappiamo tutti: il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario ai quali però nel corso del tempo se ne aggiunto un altro fondamentale. E’ il quarto potere, ovvero il potere della stampa. Le nostre decisioni, la valutazione dell'operato del governo e quindi la successiva riconferma o meno alle elezioni politiche dipendono esclusivamente dalle informazioni che abbiamo. Le informazioni sono importantissime: sono il quarto potere. In un paese democratico ed evoluto come l'Inghilterra l’informazione è considerata la reale opposizione di governo, perché devo andare a fare le pulci, deve mordere le caviglie dei governanti e contrastare in questo modo la normale tendenza all'auto soddisfacimento dei propri bisogni tipica di qualsiasi essere umano. Figuriamoci, se è così in Inghilterra, se non dovrebbe essere così in Italia, dove l'opposizione parlamentare non esiste e quindi l'unica forma di opposizione possibile dovrebbe essere la stampa. Così purtroppo non è: l'unica forma di opposizione possibile in questo momento è la rete.
Ora se la stampa può essere considerata il quarto potere, è possibile assoggettare questo potere ad una remunerazione economica? E’ possibile mettere dei paletti, dei vincoli, creare delle tessere, degli abbonamenti, dire se paghi ti informo, se non c’hai una lira rimane ignorante?
Verso quale mondo vogliamo andare? Un mondo dove l'informazione non è libera non è un mondo giusto ed equilibrato. Un mondo dove la conoscenza non viene condivisa e resa fruibile a tutti è un mondo che non si evolve. Un mondo dove l'informazione è centralizzata, assemblata da poche strutture centrali, da grosse testate suscettibili di essere controllate, è un mondo che o è soggetto a forti pressioni, a causa per esempio dei contributi statali, oppure è blindato, accessibile solo quelli che se lo possono permettere.
E se il futuro fosse la rete? Se il futuro fosse fatto dei piccoli editori, i blogger, i micro-publisher, quelli che fanno informazione capillare e dalla cui interazione nasce l'informazione reale?