Il terremoto ad Haiti e nelle Marche. Corso base di sopravvivenza

Terremoto ad Haiti e nelle Marche - Antonio Piersanti

Terremoto ad Haiti e nelle Marche - Antonio Piersanti


 Centinaia di morti a L'Aquila, migliaia senza casa. Migliaia di morti ad Haiti, milioni senza casa. Perchè? Forse non sarà possibile prevedere con accuratezza una scossa tellurica distruttiva, ma i migliori precursori sismici non sono forse il buon senso e l'onestà? Non è forse sufficiente costruire rispettando i criteri antisismici? Non è forse sufficiente usare cemento armato invece di speculare sulla pelle dei nostri fratelli costruendo case fatte di sabbia che poi, come nella favola dei tre porcellini, si sbriciolano lasciandoci soli, disperati e... senza vita? Combattere la corruzione, talvolta, significa anche combattere materialmente la morte.

Cosa è successo ad Haiti? Cosa sta succedendo nelle Marche? E soprattutto... cosa è possibile fare durante una scossa di terremoto per limitare i danni, per non perdere proprio tutto o, come estrema ratio, per cercare almeno di salvarsi la vita?

 Nel corso di questa lunga intervista ad Antonio Piersanti, Direttore della Sezione di Sismologia e Tettonofisica dell'INGV - l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia - abbiamo cercato di rispondere esattamente a queste tre domande.

 INTERVISTA AD ANTONIO PIERSANTI

 Terremoto. Da Haiti alle Marche: perchè succede e come sopravvivere.

 Indice Intervista
1. IL TERREMOTO AD HAITI Nel video: 00':16'' - 09':53'' [link video]
2. IL TERREMOTO NELLE MARCHE Nel video: 09':54'' - 16':56'' [link video]
3. MANUALE DI SOPRAVVIVENZA Nel video: 16':57'' - 23':58'' [link video]


1. IL TERREMOTO AD HAITI

CLAUDIO: Antonio Piersanti, direttore della Sezione di Tettonofisica e Sismologia dell'INGV, l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.  Buongiono Antonio.

ANTONIO: Buongiorno.

CLAUDIO: Antonio, potresti spiegarci che cosa sta succedendo ad Haiti, perlomeno dal punto di vista geofisico? Come si può leggere questo terremoto? Quali sono le cause che lo hanno scatenano? Quali sono le faglie attive? Puoi spiegarci un po' qual è la morfologia del terreno in quelle zone?

ANTONIO: Purtroppo in questo momento le nozioni di geofisica, le condizioni geodinamiche di cui parlo non sono sicuramente la questione più importante, comunque il terremoto dal punto di vista puramente geofisico è un fenomeno piuttosto interessante, non tanto per quanto riguarda la sua magnitudo che è sicuramente una magnitudo rilevante, nel senso che questo è un terremoto molto forte ma non è un terremoto eccezionale. Normalmente ogni anno ci sono almeno dieci terremoti all'anno più grandi di questo, forse più di dieci, forse anche più di venti. La cosa che lo rende abbastanza particolare è che è avvenuto in un assetto geodinamico molto complesso, nel senso che è nella giunzione tra due diverse zone di subduzione che a loro volta stanno ai margini tra la placca caraibica e la placca nordamericana. Per cercare di capire un po' il meccanismo di questo terremoto possiamo pensare a due scale mobili. Ecco, noi pensiamo a due scale mobili che salgono o scendono - in questo caso scendono se le vediamo da sopra - a velocità leggermente diverse l'una dall'altra. Queste sono le due subduzioni, cioè due zone di subduzione sono due zone in cui la crosta terrestre si inabissa sotto altra crosta terrestre, cioè il meccanismo in cui la tettonica a placche mangia la vecchia crosta, la crosta oceanica vecchia che deve essere, diciamo così, ripulita. Quando le due scale mobili, che sono le due diverse subduzioni, procedono a velocità diverse e quando c'è un meccanismo che le mette anche insieme, se continuiamo con l'esempio delle scale mobili pensiamo che queste scale mobili siano incollate l'una all'altra, i nastri sopra siano incollati uno all'altro - mettiamola così, non succede nella realtà ma mettiamo che sia così - allora inevitabilmente, se le due velocità sono diverse, si creano degli sforzi tra l'una e l'altra che prima o poi portano alla rottura della saldatura, della colla, e portano a un movimento che è trascorrente. Non so se mi spiego: le due zone di subduzione vanno verso il basso, però scorrendo in superficie a velocità diverse portano a delle rotture superficiali che sono dei meccanismi trascorrenti e queste sono le faglie trasformi, esattamente il meccanismo che ha dato luogo a questo terremoto. Normalmente il meccanismo dei terremoti che avvengono nella zone di subduzione è un meccanismo compressivo, ma qui invece stiamo parlando della zona di interfaccia tra due diverse zone di subduzione, per cui il meccanismo è trascorrente e questo tipo di terremoti non è che non siano molto comuni, però non sono molto comuni in zone dove poi purtroppo risiedono città, esseri umani. Di solito questi terremoti avvengono nelle dorsali oceaniche, quindi in pieno oceano, dove non c'è terraferma.

CLAUDIO: Invece qui è avvenuto sotto Porto-au-Prince..

ANTONIO: Sì, praticamente la faglia che è responsabile del terremoto, dove per faglia si intende la piccola parte di tutto questo sistema geodinamico che ho illustrato prima che si è rotta, purtroppo sta proprio sotto Porto-au-Prince. Parte di questa faglia sta sotto questa città, poi se ne esce e va verso l'altra città di cui adesso tra l'altro mi sfugge il nome, che è stata anche lei severamente colpita, comunque una cittadina vicina a Port-au-Prince, più sul mare credo. Questo è quello che è successo e poi purtroppo – e qui esuliamo dalla valutazione puramente geodinamica – ci sono state una serie di coincidenze negative che pure queste non si verificano spesso e che hanno poi portato alla tragedia immane. Il discorso è che purtroppo succede spesso, relativamente spesso, che i terremoti avvengano in zone densamente popolate; succede anche abbastanza spesso che i terremoti avvengano in zone in cui la qualità costruttiva sia molto bassa, però non succede spesso che queste due cose avvengano contemporaneamente. A volte i terremoti avvengono sotto grandi città, ma molto spesso queste grandi città sono giapponesi o californiane o comunque di paesi in cui le case sono costruite bene. Altre volte, come ad esempio i classici terremoti che avvengono in Medio Oriente o in Estremo Oriente, il sisma si verifica in zone in cui effettivamente la qualità dell'abitato è bassissima e radono al suolo tutto, però quello che radono al suolo sono magari pochi villaggi isolati, per cui magari fanno delle grandi stragi in relazione alla popolazione che c'è, ma la popolazione colpita è di qualche migliaio di persone e quindi abbiamo qualche centinaio di morti. Invece,purtroppo, in questa zona ci sono insieme le due cose: c'è una città ad altissima densità abitativa, con milioni di abitanti, con una qualità del costruito bassissima, e il forte sisma sotto la città, per cui il risultato è la catastrofe.

CLAUDIO: Voi avete qualche ruolo nei soccorsi o nella spedizione di studio, nella pressione che in questo momento la comunità internazionale sta esercitando in quei luoghi per cercare di salvare il salvabile?

ANTONIO: No, noi non abbiamo ruoli diretti di soccorso. Diciamo che aiutiamo la Protezione Civile Italiana, che è quella che poi ha il ruolo operativo, per tutto ciò che è consulenza, informazioni. La Protezione Civile Italiana si è già attivata per andare ad Haiti, ha già inviato del personale e del materiale. Naturalmente in questi casi è opportuno essere informati e noi magari svolgiamo quel tipo di ruolo. Noi, come tutti sanno, siamo un istituto puramente scientifico. Sicuramente interverremo direttamente sul posto, però diciamo ad emergenza umanitaria finita, anche perché è chiaro che in questo momento la priorità è cercare di salvare le persone, la scienza viene dopo. Quindi sicuramente più avanti andremo anche direttamente sul posto.

CLAUDIO: E' possibile ipotizzare quali possano essere le evoluzioni nel prossimo futuro, in quelle zone?

ANTONIO: Non con certezza. Naturalmente è quasi impossibile – e in questo caso non si è verificato – che per terremoti così grandi non ci siano repliche, infatti anche in questo caso ci sono state repliche. C'è da dire che nonostante anche queste repliche ovviamente abbiano portato degli ulteriori impatti distruttivi, fino ad ora non si sono avute repliche particolarmente forti, perché nessuna replica ha superato la magnitudo 6, mentre per un terremoto di magnitudo 7 ci si possono aspettare anche diverse repliche di magnitudo superiore a 6. Cioè diciamo che statisticamente sono più i casi in cui succede che i casi in cui non succede. Quindi fino adesso da questo punto di vista siamo stati abbastanza fortunati e speriamo che le cose procedano in questa maniera. Per quanto riguarda le evoluzioni, il sistema geodinamico che ha dato luogo a questo terremoto – sto parlando proprio di questo sistema di faglie sotto la città - non è un sistema geodinamico che accumula tantissima energia, quindi in questo senso i terremoti distruttivi in quell'area non sono particolarmente frequenti. Se vogliamo è un fattore positivo da un certo punto di vista. Non sto parlando tanto della città quanto di Haiti in generale, perché è chiaro che l'identica faglia non si romperà più per molto tempo, diciamo che non è molto probabile che altri terremoti distruttivi colpiscano in breve tempo la stessa area, non lo stesso posto perché quello è chiaro che no, ma sto parlando della stessa area, dell'intera Haiti. Però questa cosa è da una parte una cosa positiva e dall'altra una cosa non del tutto positiva perché purtroppo, paradossalmente, le zone in cui i terremoti veramente grandi avvengono molto spesso, nel bene o nel male, cioè proprio per forza di cose si abituano ad avere terremoti e le persone sono preparate, anche quando si tratta di zone povere. Magari invece di costruire case costruiscono capanne. Quando invece una zona viene sì colpita dal terremoto ma con un periodo, come nel caso di Haiti, superiore al secolo - in quella zona l'ultimo terremoto distruttivo probabilmente è avvenuto nel XVIII secolo - questi intervalli sono troppo grandi perché la popolazione sia continuamente preparata, allora assistiamo a casi come questo, a casi in cui prolifera un'urbanizzazione selvaggia senza pensare minimamente che per certo prima o poi qualcosa succederà. Paradossalmente in queste zone sarebbe quasi meglio averne uno ogni cinquant'anni che uno ogni duecento anni.



2. IL TERREMOTO NELLE MARCHE

CLAUDIO: Cosa dice l'INGV relativamente alla serie di eventi sismici che hanno colpito le Marche negli ultimi giorni?

ANTONIO: L'INGV naturalmente, come per tutta la sismicità italiana, segue direi più che da vicino l'evolversi della sequenza. L'ha registrata nei suoi minimi particolari e ha già inviato alcune stazioni mobili che possono aiutare nel monitorare ancora più da vicino la microsismicità della zona. Quindi noi ci siamo mossi immediatamente dopo l'inizio di questa sequenza sismica. È in una zona, ovviamente in generale, in cui non possiamo escludere l'accadimento di forti terremoti. C'è però da dire che proprio la zona specifica, cioè il punto epicentrale dove si sta verificando questa sequenza, è un punto che ha un basso database storico, nel senso che noi abbiamo ottimi record di terremoti storici intorno a quell'area, ma proprio in punto lì ci sono pochissime evidenze storiche.

CLAUDIO: ...nel senso che non ci sono stati di terremoti o che, se ci sono stati, non lo sappiamo?

ANTONIO: Sicuramente da dopo il Medioevo in poi non ci sono stati terremoti. Sto parlando del punto, non dell'area. Cioè ci sono stati molti terremoti ma in un'area che dista almeno 20 chilometri da quella di cui stiamo parlando adesso.

CLAUDIO: Qual'è l'area? Ricordiamolo.

ANTONIO: E' un'area che è collocata proprio al confine tra la provincia di Ascoli Piceno e di Macerata. La zona si chiama Piceno, però in realtà è quasi più vicina al maceratese che al piceno e dobbiamo parlare proprio, se vogliamo essere precisi, di coordinate epicentrali. Stiamo parlando di 43.12-43.14 di latitudine e 13.41-13.42 di longitudine. In quel punto esatto lì non abbiamo sicuramente terremoti storici dopo il Medioevo, e anche prima non ne abbiamo notizia. Prima del Moedioevo potrebbe essere che i terremoti ci siano stati, perché non conosciamo tutti i terremoti, soprattutto da prima dell'età medievale, cioè nella tarda età dell'Impero romano, ci sono delle lacune storiche.  Però diciamo che non avviene spesso che ci siano delle lacune significative. L'unica notizia abbastanza certa di un terremoto in quel luogo ce l'abbiamo nel 100 A.C., però non abbiamo notizie certe su quanto grande fosse questo terremoto. Sicuramente un terremoto forte, nel senso che se ce n'è traccia storica - ovviamente allora non si registravano le scosse strumentali - è un terremoto che ha portato allarme nel piccolo insediamento, nel piccolo villaggio che c'era in quel punto, però non sappiamo quanto veramente forte sia stato.

CLAUDIO: Quindi diciamo che statisticamente questo lascia bene sperare che non si verifichino forti terremoti in quella precisa zona. E nelle Marche in generale?

ANTONIO: Le Marche in generale possono essere soggette a grandi terremoti. Diciamo che statisticamente, cioè se parliamo di statistica in senso proprio, in senso scientifico, abbiamo buone notizie, nel senso che ovviamente sono di più le probabilità che lì non avvengano terremoti forti piuttosto che l'evento opposto, cioè che lì avvengano terremoti forti ma con un tempo di ricorrenza lunghissimo. Però non possiamo escludere che questa sia in realtà la verità, cioè noi non possiamo escludere che i terremoti lì ci siano ma con un tempo di ricorrenza superiore al nostro tempo di conoscenza storica. Diciamo che se la statistica in queste zone porta notizie positive per la popolazione, per noi però quelle sono le zone, tra virgolette, più preoccupanti perché sono quelle che conosciamo meno. Quindi non sappiamo fino in fondo cosa ci possiamo aspettare.

CLAUDIO: Giuliani, che tu conosci bene perché abbiamo registrato un interessante confronto quest'estate a L'Aquila e che sarà presente nel dvd che ti spedirò molto volentieri [Ndr: INTERNETFORGIULIANI: clicca per prenotare],  ci ha detto una cosa l'altro giorno, ovvero che nell'aquilano i terremoti avvengono più in superficie e più sotto ai centri abitati, e questo fa sì che se poi si scatenano generino più danni e soprattutto che siano più percepibili, magari un 1.5 può sembrare un 3, eccetera. Nelle Marche invece, in quelle zone dove si sono verificati i terremoti recentemente, i terremoti stanno avvenendo più in profondità e un po' più distanti dai centri abitati e questo è un bene. Tu puoi confermare questo? E soprattutto cosa ci puoi dire della diversità tra la sismogeneticità dei due territori?

ANTONIO: Sì, te lo confermo. La sequenza nell'ascolano è una sequenza sismica che è concentrata tutta al di sotto dei 16 chilometri di profondità e per la maggior parte è tra i 20 e i 25 chilometri. In questo senso ovviamente questa è un'altra notizia positiva perché, nella malaugurata ipotesi di una scossa forte, gli effetti, con 20 chilometri di crosta sopra, sarebbero abbastanza attenuati. Non è che non ci sarebbero: 20 chilometri non bastano per rendere innocuo un terremoto distruttivo, però sarebbero sicuramente minori rispetto ad un terremoto che avviene a 10 chilometri di profondità, che è più o meno la profondità media a cui avvengono i terremoti distruttivi in Appennino. Questo infatti non è, dal punto di vista geodinamico, il tipico setting dell'Appennino. I tipici terremoti appenninici, per farci capire, sono Colfiorito, L'Aquila, l'Irpinia del 1980. Questi sono i terremoti distruttivi dell'Appenino, che avvengono tutti in un regime distensivo, cioè le faglie sono normali, cioè il terremoto avviene perché le due facce della faglia tendono ad allontanarsi una dall'altra, a tirare. Invece in questa zona il meccanismo è compressivo. La dinamica italiana purtroppo è una dinamica estremamente complicata:  nel mondo non ci sono alternanze di regimi compressivi e distensivi a così poca distanza l'una dall'altra. Le faglie del Piceno, della zona in cui sta avvenendo questa piccola sequenza sismica, sono faglie che si rompono perché tendono a premere le due facce l'una sulle altre. In questo caso questo avviene a una profondità maggiore, mentre i terremoti distruttivi classici, come ti dicevo tipo Colfiorito, tipo L'Aquila, tipo l'Irpinia, tipo il grande terremoto di Avezzano del '15, sono tutti terremoti che avvengono alla profondità di circa 10 chilometri e con un regime distensivo.


3. MANUALE DI SOPRAVVIVENZA

CLAUDIO: Tu come INGV che cosa ti sentiresti di consigliare alla gente? Quali precauzioni assumere in caso dell'avvertimento di una scossa, come prepararsi, che cosa aspettarsi? Quando cominciare a decidere che è giusto avere paura e scappare?

ANTONIO: Sarò molto sincero. Io non so rispondere all'ultima delle tue domande, cioè quand'è che è il momento di scappare, semplicemente perché quando è il momento di scappare, ora come ora, non è una domanda a cui la scienza può dare un grado di affidabilità sufficiente, perché per sapere quand'è il momento di scappare noi dovremmo sapere quando è il momento in cui ci sarà il terremoto, se per scappare si intende uscire di casa e rimanerci dieci ore, venti ore, un giorno.
 Invece so ben rispondere a quello che farei. Sicuramente, come primissima cosa, mi accerterei delle condizioni della casa in cui vivo, mi accerterei che la casa in cui vivo può resistere a un terremoto forte, e se ciò non fosse assolutamente cercherei di fare in modo di adeguare la mia casa prima possibile. Devo dire che in questo molte volte, non dico che c'è un discorso di pigrizia ma io sono stato testimone diretto perché ho avuto delle persone vicino a me che sono state colpite dal terremoto di L'Aquila, anche se non in maniera distruttiva, e devo dire che essendo fuori dalla zona, quella con gli aiuti statali ed essendo stata lasciata la responsabilità completamente sulle loro spalle, io però ho visto che con un po' di buona volontà, con delle risorse economiche anche limitate, in un tempo di poco più di un mese si riescono a fare degli interventi alla propria abitazione, ripeto, piuttosto economici ma assolutamente importanti dal punto di vista di salvarsi la vita, cioè del fatto che il tetto non ti crolli sulla testa o i muri non ti crollino addosso. Ovviamente è chiaro che tutti spereremmo che sia lo Stato a risolvere queste cose e in un mondo ideale dovrebbe essere così, però voglio dire...

CLAUDIO: Aiutati che il ciel ti aiuta.

ANTONIO: Esatto! Perché poi la vita è nostra, cioè nel senso che se moriamo alla fine allo Stato sì, gli interessa, ma di sicuro chi ci ha rimesso di più siamo noi.

CLAUDIO: Tu sai quali sono i fondamentali interventi per mettere in sicurezza un'abitazione?

ANTONIO: Non fa parte del mio lavoro diretto, però naturalmente alcuni interventi sono abbastanza semplici. Sicuramente, se si tratta di una casa realizzata in pietra l'incatenatura e le reti elettrosaldate sono i due interventi più economici e veloci. Per l'incatenatura si tratta proprio di passare sostanzialmente delle catene intorno alla casa, a diverse altezze, di solito se ne mettono due, con degli ancoraggi dove si incontrano i muri maestri. Questo è già un intervento che veramente garantisco. Questo è proprio un intervento che si fa in due giorni e credo con poche centinaia di euro e fa tantissimo. Le reti elettrosaldate sono un po' più complicate, però lo stesso semplici da realizzare. Si mettono con un procedimento quasi di tipo a intonaco tra la parete di pietra o di mattoni e l'interno e l'esterno della casa. Anche questo è un intervento che è semplice ma salva tantissimo. Poi, in case magari fatte con la tecnica dei pilastri e delle travi, con cemento armato o meno - perché purtroppo ci sono case che dovrebbero essere in cemento armato ma non lo sono - lì si possono fare interventi abbastanza semplici ad esempio rinforzando con delle travi e delle putrelle, degli pseudo pilastri in ferro, in metallo. Questi si installano molto velocemente, sostanzialmente si avvitano proprio, e l'intervento anche in questo caso è molto veloce. E' un pelo più costoso - siamo credo nell'ordine di qualche migliaio di euro - però pure questa è una cosa che si fa velocemente e può fare molto.
 Giusto per concludere il discorso su cosa bisogna fare, naturalmente per chi abita in zona ad alta pericolosità sismica comunque è sempre valido il discorso che bisogna individuare le parti della casa più resistenti, è opportuno farlo. Mentre io dico che è molto difficile dire prendete e scappate, questo sì, perché per dire prendi e scappa io devo poter dire quando ci sarà il terremoto. Però è chiaro che in caso di crisi sismica è assolutamente consigliabile che uno possa ad esempio trasferire i letti per un periodo di tempo limitato nella zona di casa in cui uno sa che è più sicura, avere a portata di mano pile, indumenti e cose del genere, per poter poi...

CLAUDIO: ...scappare.

ANTONIO: Esatto.

CLAUDIO: Ma in caso di forte terremoto, di crisi sismica, come si può fare? È consigliabile prendere le scale e scappare di corsa oppure magari mettersi sotto un tavolo?

ANTONIO: Se noi sentiamo una scossa forte, a meno che non siamo già sull'uscio di casa, non è consigliabile scappare durante la scossa. È molto meglio mettersi, o restarci se ci si sta già, nel punto più resistente della casa: se c'è un seminterrato nel seminterrato, all'incrocio tra due travi, all'incrocio tra due muri maestri e aspettare lì che la scossa principale finisca. Poi naturalmente, appena finita la scossa principale, questo sì, uscire di casa perché ce ne possono essere altre e quindi quello assolutamente. Soprattutto sono da evitare le scale. Se si è al pianterreno, quella è proprio la linea di confine tra due scelte, ovvero se sia meglio stare fuori o se sia meglio stare dentro. In ogni caso, lo ripeto, assolutamente mai fare delle scale durante una scossa sismica, perché le scale sono la prima cosa che cade.

CLAUDIO: Va bene Antonio, ti ringrazio tantissimo. Credo che quest'ultima parte sui consigli pratici, gli atteggiamenti e i comportamenti migliori che possono alcune volte salvare la vita in caso di terremoto sia stata una cosa che i lettori apprezzeranno tantissimo. Ti saluto e ti ringrazio molto per aver partecipato. Spero di risentirti presto.

ANTONIO: Ringrazio io te e saluto tutti.


 Trascrizione dell'intervista effettuata da MariaLaura Borruso

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Categorie: Sicurezza, Scienza