Agli elettori non interessa premiare o punire i candidati
di Beppe Severgnini
Posso immaginare come si sentono Santoro, Travaglio, Luttazzi e Grillo (non Di Pietro, però): vittime di un
pesce d’aprile anticipato. Sono passati tre giorni dall’ennesimo successo elettorale di Berlusconi (referendum confermativo, buon risultato, colpo di coda, esercizio di sopravvivenza: insomma, è ancora lì) e pensano: gli italiani sono plagiati! Succubi! Disinformati! Se sapessero certe cose, non lo voterebbero! Né lui, né gli alleati che lo sostengono.
Dietro questo pensiero sta un’illusione: che l’elettore voti, come in altri Paesi, per
premiare e
punire. Che l’
indignazione stia alla base della scelta. Che la croce sulla scheda sia (anche) la conseguenza di un giudizio morale. Non è così. È accaduto nel 1992 —
ne beneficiò la Lega — poi più. Noi italiani, a differenza di altri europei e degli americani, non votiamo per punire. Votiamo per altri motivi.
Per veder perdere chi ci sta antipatico. E i grandi maestri dell’antipatia applicata, in Italia, stanno a sinistra: li ho incontrati al liceo, negli anni ’70, e sono ancora in pista. Ogni tanto salta fuori qualcuno simpatico (Vendola, Renzi, Chiamparino): o non lo candidano o cercano di farlo fuori. In passato l’ho chiamato «effetto Palio» (ogni contrada vuole la vittoria, ma più ancora la sconfitta della contrada rivale). Il fenomeno è però più vasto. L’antipatia militante, in Italia, non muove solo la politica; muove tifo calcistico, arti e professioni.
Per veder vincere chi ci sta simpatico. E il grande artista della simpatia, chi è? Simpatia di facciata, con battute e comportamenti che ci
danneggiano all’estero? Simpatia levigata giorno per giorno da
riviste colorate e programmi del pomeriggio? Simpatia protetta in prima serata dalle
notizie sgradite? Certo, anche: ma simpatia rimane. Umano, troppo umano; e utile, molto utile per raccogliere il consenso nelle società emotive.
Per
interesse e
convenienza. Non conosco cultura tanto
idealista in teoria e così
realista in pratica. Per quella che ritiene essere la
sua convenienza vota il cittadino onesto, preoccupato della sicurezza. Ma anche l’evasore fiscale, occupazione part-time di buona parte della popolazione: non vota per arrivare all’equità e all’equilibrio dei conti pubblici, ma per minimizzare il rischio di controlli e sanzioni. Aggiungete il fatto che, tra i politici che parlano di morale e lungimiranza, molti sono degli ipocriti; e il quadro è completo.
Simpatia, antipatia, interesse e convenienza: chi sa interpretarle, vince. È una constatazione, non una denuncia. So bene come gli elettori di un altro Beppe non siano d’accordo con quest’analisi. Li muove una comprensibile indignazione, ma li danneggia un’incomprensibile
illusione: che la maggioranza degli italiani, se solo fosse informata, voterebbe diversamente, mossa da senso della giustizia e indignazione. Non è così, e qualcuno l’ha capito molto bene.