
Le tragedie non sono mai vicine o lontane. In una società solidale, espressione dello stesso respiro, il male che colpisce in uno qualsiasi dei suoi punti si riflette negli altri, inevitabilmente. Anche in una società individualista e fondata sull'interesse personale, certo, ma in questo secondo caso la mancanza di empatia e di accoglienza trasformano il dolore in un cancro che prima o poi, non metabolizzato e non riassorbito, divora tutto e tutti.
Bruno è l'impareggiabile autore di migliaia di componimenti satirici in rima. Li trovate ovunque, su Facebook, su YouTube, tra i commenti al blog. Riescono a fare sorridere anche chi è vittima di una paresi facciale.
Bruno era insieme a noi, a Roma, a piedi scalzi
davanti all'ambasciata americana. E insieme a tutti noi, alla nostra
microsocietà solidale, chiedeva simbolicamente agli Stati Uniti d'America di difendere la rete internet italiana dagli
attacchi degli uomini della televisione.
Ma
Bruno è anche il padre di
Sara, la ragazza che insieme a Francesca ha perso la vita
durante una gita scolastica a
Ventotene, sotto a una
frana di tufo.
Bruno Panuccio oggi parla, ma da lettore di Byoblu.Com non ha scelto la televisione. Ha scelto il
blog. Quando ho aperto la sua lettera, tra migliaia di altre che affollavano la posta di YouTube, sono rimasto attonito, basito, senza parole... So che avrete la tentazione di fare altrettanto, ma vi prego di non fargli mancare la vostra vicinanza e, soprattutto, la vostra
indignazione.
In fin dei conti, noi siamo la sua
microsocietà solidale.
TESTIMONIANZA E RIFLESSIONI
di un cittadino/padre nel dolore e nella rabbia
Sono il padre di
Sara Panuccio, una delle due ragazze scomparse a
Ventotene il 20 aprile 2010, a causa della frana del costone di Cala Rossano.
È giunto il momento, anche se mi è enormemente difficoltoso, di far conoscere il mio pensiero in merito alla vicenda che ha stravolto la vita della mia famiglia. Mi è d'obbligo uscire dal
silenzio doloroso dopo aver ascoltato parti di servizi televisivi standardizzati ed ai quali siamo abituati nel nostro vivere quotidiano.
Questa è la mia testimonianza, che rendo nelle vesti di cittadino comune ancor prima che in quelle di padre, e che non è dettata quindi da interessi personali.
Dopo aver appreso la notizia, siamo stati elitrasportati sull isola ed ancor prima di giungere abbiamo sorvolato la zona della tragedia. Passato il momento più tragico della mia vita, quello di dover vedere
mia figlia morta -
e su questo non mi soffermo perché ognuno di voi può comprendere il dolore e lo stato d'animo -, siamo stati caricati su varie automobili e condotti al centro del paese, in un triste corteo. Ma mentre i genitori di Francesca son giunti direttamente a destinazione, io ho fatto fermare l'automobile in prossimità del luogo maledetto.
Disceso dalla vettura, sono andato in spiaggia tramite una scalinata daccesso
invitante e mi sono avvicinato alla zona, che in quel momento era sorvegliata e perimetrata dalle forze dell ordine, come è prassi in questi casi. Mi è stato permesso laccesso. Volevo vedere, toccare e maledire quella che fino a quel momento nella mia testa, grazie alle notizie giunte, era la
roccia che aveva tolto la vita a
Sara e
Francesca.
Quando ho toccato i massi ho scoperto con grande stupore che erano solo un
insieme di terra che mi si è
sbriciolata tra le mani. Non avevo mai visto il
tufo prima di quel giorno, o forse pur avendolo osservato non mi ero mai posto il problema della sua
fragilità.
Così, incurante dei richiami a fare attenzione, tesi a mettermi in guarda dal pericolo ( avevo appena visto mia figlia morta, come avrei potuto avere paura per me stesso? ), e dei divieti dei Carabinieri ad avvicinarmi oltre, sono giunto fin sotto al costone. Ho dato un paio di pugni neanche troppo violenti alla parete, e la conseguenza è stata quella di vederne franare un'altra piccola parte (ci sono vari testimoni), tra le urla e gli allarmi dei presenti ( "
Attento", "
Torni qui", "
Si tolga", "
E' pericoloso" ).
Ho dato le spalle al costone cercando lo sguardo del mio amico Valerio e, allontanandomi, ho visto ormeggiate in acqua a pochi metri molte barche. Solo successivamente ho saputo della presenza di un Circolo Velico.
Ho osservato molto attentamente il costone ed ho notato quanto segue:
- Non vi era alcuna rete di contenimento sulla parete;
- Non cera nessuna restrizione all'accesso nelle vicinanze delle pareti, sia a destra che a sinistra rispetto al punto della frana;
- Non vi era alcun cartello che segnalasse il pericolo di possibili crolli o invitasse a tenersi a distanza dalla parete;
- Sopra il costone cè la strada dove io mi son fermato con l'automobile e di lì passano mezzi pesanti quali ad esempio i camion. Quindi il tufo, già debole di suo, è soggetto a tremolio e sollecitazioni nocive alla stabilità della parete;
- La parete in più di un punto è cavernosa e quindi non compatta.
Ed ora le mie
riflessioni.
L'economia dell'isola di Ventotene deriva i suoi maggiori
introiti dal
turismo scolastico: per il Lazio e per Roma in particolare è una delle destinazioni preferite per avvicinare i giovani alla conoscenza ed al rispetto della natura. Comprendo quindi l'interesse dell'
amministrazione locale a far sì che questo flusso non venga mai interrotto.
So che è stato dato
incarico ad alcuni
geologi di periziare l'intero perimetro dell'isola, e che già in tempi passati sono stati lanciati
allarmi da diversi
studiosi ed anche da molti
residenti circa il concreto
pericolo di franosità in vari punti. A tutt'oggi pare che, dopo l'ultima
relazione, quasi tutto il perimetro sia stato dichiarato
inagibile o perlomeno messo in
sicurezza,
ad eccezione di pochi punti tra i quali la Caletta in oggetto (nelle cui vicinanze si fanno anche
attività velica e
commerciale legate al turismo stesso).
Oggi io domando che siano accertate le eventuali responsabilità o negligenze in relazione alla scomparsa di
Sara e
Francesca. Ho sentito usare da molti media l'espressione
tragica fatalità, ma
fatalità in italiano è il termine che si usa per riferirsi a un evento
imprevedibile, quali ad esempio un incidente o un cataclisma naturale. Questo
mi indigna come cittadino oltre che come padre di Sara. In questo caso,
la fatalità si può riscontrare solo nei nomi e nel numero delle vittime: fosse successo in una domenica estiva, si sarebbe trattato di una
strage, l'ennesima.
Viviamo in un paese nel quale si dovrebbe incominciare a
pensare che ogni qualvolta accade una tragedia di questo tipo, anche a mille chilometri di distanza, sono sempre e comunque
i nostri figli a morire. Oltre alla solidarietà per le vittime e per le loro famiglie, dovrebbe parimenti levarsi anche l'indignazione nei confronti di chi dovrebbe
salvaguardare il cittadino e non lo fa (per lo stato e per i governi, di qualsiasi colore essi siano, questo è il
primo dovere).
Bisogna dunque farsi
sentinelle del proprio territorio, denunciare ed
attivarsi in prima persona affinché, alle perdite di vite umane inevitabili, non se ne aggiungano anche altre, inutilmente e colpevolmente. Bisogna comprendere una volta per tutte che le nostre condotte non devono mai rendersi complici di un silenzio assassino, e nel conto mi ci metto anche io in prima persona.
Vi ringrazio per aver avuto la pazienza di leggere questo lungo scritto, ma la televisione ha tempi troppo brevi, che mal si addicono a lunghe riflessioni, magari costrette entro i tempi serrati tra uno spot e l'altro, e vi prego di condividerlo se credete, oltre che sul web, nei vostri posti di lavoro oppure ovunque lo riteniate opportuno.
Bruno Panuccio -
30 aprile 2010