
Sgarbi e Telese amici per la pelle
Fini è stato colto con le dita nella
marmellata. Come tutti siamo abitutati a fare sin da piccoli, in situazioni simili, ha nascosto le mani dietro la schiena e ha finto per un po' di guardare il soffitto. Poi ha detto che lui non sapeva neanche cosa ci fosse, dentro a quel vasetto. Gli italiani lo hanno guardato con aria di malcelato rimprovero. Tutt'ora sembrano dire: "
Su, dai, Gianfrà: dicci la verità e ti perdoniamo, se prometti di non farlo più". Feltri e Belpietro, invece, ne hanno fatto il
peggior scandalo della storia della seconda Repubblica. La radio e la televisione ci si sono buttati a pesce.
Che ha fatto Fini? Sostanzialmente due cose. La prima: ha alienato un bene del partito che dirigeva, AN, a un prezzo inferiore a quello di mercato, perchè entrasse nelle disponibilità del fratello della sua compagna. Che pure male non deve stare, a giudicare dalla foto accanto alla Ferrari. Un mancato
maggior guadagno, insomma. Intendiamoci: è
esecrabile. Se AN non si fosse sciolta nel PDL e se Fini non stesse per fondarsi un partito nuovo di zecca, avrebbe dovuto come minimo dimettersi. Però è un fatto
privato, nel senso che la casa di Montecarlo non era
patrimonio pubblico. E' qualcosa di cui debbono chiedergli conto gli ex iscritti di AN, non un abuso d'ufficio perpetrato nell'esercizio della sua funzione pubblica.
La seconda: ha fatto pressioni in Rai per coronare le aspirazioni di produzione e/o distribuzione di
Giancarlo Tulliani, sempre quello della casa a Montecarlo e della Ferrari. Questo incide maggiormente nella sfera pubblica, perché la RAI è pagata con le tasche degli italiani. Però, se è vero come vero che
la vicenda Berlusconi - Saccà è stata
archiviata dalla Procura di Roma, questo significa che anche l'ingerenza di Gianfranco Fini non ha alcuna rilevanza penale. Per togliere dalle braci ardenti il nostro presidente del Consiglio, i magistrati (che evidentemente poi così comunisti non sono) si sono inventati che in Rai solo la
fase di trasmissione rileva ai fini della definizione di servizio pubblico, mentre la fase di produzione, con tutte le trattative che ne conseguono, è affare privato. Non importa se con i soldi degli italiani la televisione di Stato ci paga attrici ed attricette scelte non attraverso regolari provini ma solo al fine di
ingraziarsi i potenti di turno: dietro le quinte il carrozzone è libero di abbandonarsi alle
corruttele e ai bagordi anti-istituzionali più sfrenati.
Stanti così le cose, la posizione di Fini è ancora meno rilevante di quella di Berlusconi, se possibile. Il secondo piazzava a libro paga degli italiani
emerite sconosciute ai fini di lotta politica, ovvero per rovesciare i rapporti di maggioranza al Senato (e se non è rilevante penalmente questo), mentre il primo si limitava -
nella più antica tradizione italiota - a cercare di far lavorare il cognato. Volendo esagerare, potremmo dire che Gianfranco Fini lo facesse per
amore, mentre Silvio Berlusconi per il
potere. Qualche differenza ci sarà pure.
Intorno a queste due accuse ruota tutta la campagna mediatica che sta occupando l'estate degli italiani. La prima è un affare privato che diventa di rilevanza pubblica solo di riflesso, la seconda è già stata depenalizzata dalle procure.
Siccome è facilmente dimostrabile che favorire l'usufrutto di una casa monegasca è meno grave rispetto alla
corruzione reiterata di uno o più giudici per acquistare sentenze processuali, o rispetto alla
dubbia provenienza dei capitali con i quali è stato creato e poi consolidato l'impero di Berlusconi, o rispetto alla corruzione di un avvocato inglese perché testimoniasse il falso,
accertata ma prescritta, o ancora -
per rimanere in tema con la casa di Montecarlo - rispetto all'amnistia per il falso in bilancio nell'acquisto dei terreni intorno alla villa di Macherio, mi aspetterei che una campagna mediatica ancora più feroce e congiunta venisse scatenata da tutti gli organi di stampa contro chi da quasi vent'anni ha una responsabilità di governo di gran lunga superiore a quella di Fini.
Evidentemente, l'occupazione degli spazio radio-televisivi e cartacei non è proporzionale alla gravità delle accuse mosse (perfino se provate da una sentenza), ma funzionale alla proprietà editoriale. Si sapeva già, ma ricordarlo fa sempre bene. Non si sa mai che non passi di qui un fan di
Uomini e Donne.
Nel frattempo, ieri
Vittorio Sgarbi -
a La Zanzara di Cruciani - ha definito
Luca Telese come un amico e un professionista stimato, rivelando di averlo anche aiutato in diverse occasioni, si presuppone professionalmente, e di continuare a farlo.
Chiedo a Luca Telese come concilia il suo impegno per la legalità, per il rispetto dei valori costituzionali, per l'onestà e la buona amministrazione del bene comune, con l'aiuto e l'amicizia fraterna di Vittorio Sgarbi, condannato dalla Procura di Venezia per il reato di
falso e truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato, per produzione di documenti falsi (per la richiesta di aspettativa per motivi di salute) e assenteismo nel periodo 1989-1990, mentre era dipendente del Ministero dei Beni culturali.
Intendiamoci: l'amicizia è un valore sacro ma, forse, precisare in quali contesti e sotto quali forme è stato appoggiato e
sostenuto da Vittorio Sgarbi può aiutare i suoi lettori più fedeli e fissati con il concetto di
coerenza professionale a sciogliere gli inevitabili interrogativi che potrebbero insorgere, dando luogo a speculazioni auguratamente prive di fondamento.
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