Nomi, cognomi e infami. Geografia delle mafie a Milano

 


E’ tutta una questione di nomi. Puoi chiamare una stessa cosa in molti modi, usare circonvoluzioni linguistiche per dipingere prospettive lontane, ammorbidire i toni e i colori, ottundere il roboante impatto della realtà sui fatti, ma l’evidenza della sostanza, a uno sguardo diretto e sincero, appare fulgida in tutta la sua appariscente ovvietà.

Possono chiamarti finanziere creativo, ma bancarottiere è ciò che sei. Puoi definirti tombeur de femmes, ma puttaniere è ciò che resti. Possono dipingerti come un grande imprenditore, che usa codici e normative per costruire inespugnabili castelli circondati da foreste di inestricabili rovi, abile costruttore di labirinti, di matrioske societarie che rendono impossibile la ricostruzione di eventuali illeciti, ma evasore fiscale è ciò che sei e che resterai, anche se nessuna fedina penale attesterà la certificazione della tua infamia.


 

Attraversare indenni il filo spinato, il fascio di sensori laser posti a protezione del cuore costitutivo della nostra società è solo questione di forma, di parole, di nomi.  Prescritto ti rende candido, immacolato, anche se hai commesso un reato. Senatore e Onorevole ti conferiscono il rango più ambito, il riconoscimento più elevato, anche se hai due condanne per concorso esterno in associazione mafiosa, anche se rappresenti il pericolo peggiore, anche se costituisci il criminale più pericoloso.

Dovresti essere rinchiuso e invece sei libero. Dovresti stare in basso, sepolto dentro al più ignobile dei letami e invece sei in alto, abusivo occupante di un posto nell’élite, agente inquinante disciolto nella crema della società, clandestino e indegno profanatore di meriti, onori e ricchezze che non ti appartengono e che come un barbaro invasore dissacri, sprecando e rovesciando calici di uva passa e riserve di ambrosia distillate per un palato meno rozzo, blasfemo ed eretico del tuo.

E’ tutta una questione di nomi se sei dove sei e non altrove. Per questo è importante chiamare le cose col loro nome. Per questo è importante che si faccia il tuo nome. E che, per una volta, sia quello vero. Il tuo nome di battesimo. Il tuo nome e, di seguito, il tuo cognome. Perché si capisca che sei un infame.

Perché sia finalmente chiaro che non sei nient’altro che uno sporco, squallido, miserevole… infame.

 GEOGRAFIA DELLE MAFIE A MILANO
 Claudio Messora intervista Giulio Cavalli
  Trascrizione di Maria Laura Borruso

 

MESSORA: l’ultima volta che Giulio Cavalli è venuto a trovarmi gli ha portato fortuna, perché era durante la sua campagna elettorale. Mi risulta che tu adesso sia Consigliere della Regione Lombardia.CAVALLI: Consigliere della Regione Lombardia.

MESSORA: come sta andando?

CAVALLI: beh, ci sono dei posti un po’ più abitabili in giro per l’Italia del Consiglio Regionale lombardo, però stiamo cercando nel nostro piccolo, contro questa maggioranza bulgara, di fare quello che ci eravamo promessi.

MESSORA: si vede che ti ha ispirato questa tua attività perché è appena uscito un tuo libro che si chiama “Nomi Cognomi e Infami”. Puoi darci un’anticipazione? Chi sono questi infami?

CAVALLI: il libro in realtà è un libro che nasce tre anni fa. Tre anni fa decido, partendo un po’ dalla mia esperienza… – il teatro è sicuramente un mezzo assolutamente fondamentale per riuscire a raccontare quelle storie di cronaca che rimangono sempre nascoste, nel migliore dei casi, all’interno di qualche trafiletto sui giornali – che è giusto essere per la legalità ma è anche giusto essere contro qualcuno. Noi siamo un paese che scende in piazza, giustamente, per il Presidente del Consiglio, che scende in piazza per i lavoratori e non è mai sceso in piazza, soprattutto qui in Lombardia, contro la mafia, la mafia che ha dei nomi e dei cognomi, la mafia che come l’operazione crimine ha dimostrato, ha dei boss che gestiscono la propria locale di ‘ndrangheta in Lombardia, ha dei nomi e cognomi che si sono macchiati di delitti non solo criminali ma anche culturali, allora fare un libro contro, secondo questa partigianeria di sapere bene di chi sono i tuoi amici ma soprattutto chi sono i tuoi nemici, dà un’idea. In questi due anni, un po’ per le vicende che mi sono capitate nella vita, ho fatto degli incontri che sono straordinari, dai ragazzi di “Libera” ai ragazzi di “Addiopizzo” a Salvatore Borsellino, mi sono ritrovato spesso a raccontare la storia lì nel luogo in cui stava succedendo e quindi raccontare Don Diana, un bene confiscato a Casal di Principe di Schiavone, raccontare l’Agenda rossa e Paolo Borsellino lì in Via D’Amelio il 19 luglio. Quindi è venuto fuori un diario in cui ci sono queste storie che vanno ricordate e poi inevitabilmente la mia storia.

MESSORA: la differenza, si può dire, sostanzialmente tra chi si oppone alla mafia – e dovrebbero essere di più, fai bene a ricordare che sono pochi – e chi invece fa i nomi e i cognomi è proprio questa: i nomi e i cognomi. E’ questa la ragione per la quale tu giri sempre armato di scorta.

CAVALLI: sì, perché sembra che sia inelegante per un motivo misterioso. In Italia si può parlare di mafia o di legalità però bisogna farlo sempre senza disturbare il re, invece fare i nomi e i cognomi diventa fondamentale anche perché molto spesso si scopre che il vicino di casa che era una brava persona, un imprenditore che lavorava dieci ore al giorno, in realtà magari vive marciando sulla schiena della dignità del proprio paese e del proprio territorio. Quindi bisogna raccontare Don Diana ma anche quelli che hanno ammazzato Don Diana, i giornalisti che lo hanno infangato; bisogna raccontare la nascita di Addiopizzo e gli articoli il giorno dopo sul giornale, quel famoso adesivo che ha infestato – positivamente – Palermo: “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Ci sono stati dei grandi soloni istituzionali che avevano dichiarato che era un allarme da prendere poco in considerazione. Siccome siamo un paese – in questi giorni ancora di più – che cerca di rendere eroici personaggi che sarebbero impresentabili in un posto normale e racconta come quotidianità invece preti che non hanno mica deciso di fare i soldati eppure sono morti al fronte come carne da macello, riequilibrare un po’ le cose diventa fondamentale.

MESSORA: Giulio, ci vuoi fare un piccola radiografia della configurazione criminale in Lombardia, mafia, ‘ndrangheta, camorra? Che cosa c’è e in che percentuale? Che cosa fanno?

CAVALLI: ci sono degli impresentabili politici, molti sono in Regione con me. Sono persone dalla querela facile, sono persone che godono di un’immunità che è un’immunità culturale, non è un’immunità parlamentare come si crede, per cui diventa un peccato mortale raccontare che Abelli, Colucci, Maullu sono i politici raccontati nelle telefonate degli uomini della ‘ndrangheta lombarda, il che può non portare una prova a livello giudiziale, però recupera quel bel concetto dell’opportunità, che è un concetto su cui Borsellino batteva.

MESSORA: l’opportunità politica.

CAVALLI: noi siamo invece diventati una Regione in cui l’opportunità ha dei confini che sono vastissimi e quindi finché non si arriva al morto ammazzato, allo stupro politico allora tutto il resto è opportuno. Io non credo che i confini dell’opportunità siano i confini della giustizia, soprattutto in una giustizia che ha dei confini piuttosto cedevoli e che si spostano ogni giorno di un metro un po’ più in là, quindi c’è una classe politica che inevitabilmente è centrata ed è sporca in questa storia. E poi c’è una classe criminale, una classe criminale che continua a gestire l’imprenditoria, soprattutto nel campo dell’edilizia ma non solo, che risponde anche lei a un’impunità culturale. Allora mi vengono in mente delle storie che sono molto significative, mi vengono in mente i Valle giù a Cesiano, che sono stati poco raccontati sui giornali, quindi Ciccio Valle, questo boss che fa la raccolta di coppole, come te lo aspetti, che non sa parlare in italiano, arrestato con i suoi figli che sembravano dei bravi figlioli e che pestava gli imprenditori a sangue dentro una sorta di bunker sotto un ristorante perché pagassero il pizzo. Oppure mi viene in mente Vincenzo Mandalari.

MESSORA: questo a Milano.

CAVALLI: Milano, profondo nord.

MESSORA: non stiamo parlando di un paesino calabrese.

CAVALLI: mi viene in mente Vincenzo Mandalari che è latitante, tra l’altro un latitante che chiede il dissequestro dei beni, da latitante, e che a Bollate si stava preparando a riuscire a banchettare all’Expo. C’è un’intercettazione che secondo me è molto interessante di Mandalari. Mandalari tra l’altro è un guappo dalla bocca troppo larga, infatti è stata colpa sua un gran pezzo dell’ultima operazione, perché faceva i nomi e i cognomi, l’infame, al telefono e lui dice “non conta la destra o la sinistra, l’importante è che ci facciano costruire perché io sono abusivista, io sono sempre stato abusivista”. Poi ci sono dei partiti, tutti, soprattutto quelli di centrosinistra, che continuano ad essere bravissimi a raccontare la mafia degli altri e non raccontano mai la propria, calpestando così, secondo me, la memoria di gente come Pio La Torre che è stato ammazzato io non credo da gente mafiosa di altri partiti ma proprio perché aveva puntato il dito su una pulizia interna. Poi c’è la gente, la gente lombarda che è quella che ha fatto in modo che la più grande operazione forse della storia lombarda, quella di luglio, nasca non dal coraggio, dall’esasperazione di qualcuno, come succede anche a San Luca, succede a Corleone, ma nasca semplicemente perché ci sono dei magistrati abbastanza ostinati per farla nascere. Allora ci sono 300 arresti, ci sono qualche centinaio di referenti politici, c’è qualche centinaio di funzionari all’interno delle pubbliche amministrazioni e ci sono migliaia di persone indifferenti. Però è un’indifferenza che io credo sia un peccato mortale e sia un favoreggiamento culturale alla mafia.

MESSORA: quindi a Milano che cosa c’è sostanzialmente? Mafia? ‘Ndrangheta? Cammorra? Di tutto un po’? Non ci facciamo mancare niente?

CAVALLI: oggi in Lombardia la vera regina è la ‘ndrangheta e le famiglie di ‘ndrangheta sono più o meno le stesse. Anche questa è una colpa che non possiamo permetterci di perdonarci, nel senso che Barbaro, Papalia, Piromalli sono gli stessi nomi che continuiamo a sentire da generazioni, i nostri nonni li hanno sopportati, i nostri padri, adesso abbiamo in giro i figli, i Morabito, quindi gente che va a cena. C’è una cena provata da alcuni filmati della Squadra Mobile di Milano tra Colucci, persona molto importante e influente all’interno della Regione, e il figlio di Morabito, ristorante Gianat proprio per essere precisi. Oppure ci sono quelli che riferendosi a Colucci al telefono, gli uomini di “u tira drittu”, che è il soprannome di Morabito che sa sparare diritto, a differenza della scorta di Belpietro lui colpisce perfettamente i suoi nemici, che dice “abbiamo un amico in Regione”.

MESSORA: non aspetta che si inceppano le armi.

CAVALLI: non aspetta che si inceppano le armi. Dicono “abbiamo un amico in Regione”. Cioè siamo in un momento topico perché? Perché la ‘ndrangheta è la vera regina, cosa nostra cerca ancora di godere di una certa fascinazione ma in realtà sono dei poveretti, fanno i camerieri alla ‘ndrangheta, al massimo riescono a comprare nel bresciano, nella zona del Garda, qualche imprenditore buono per fargli da prestanome regalandogli un paio di pompini dentro ai night nella zona di Desenzano. I casalesi e la camorra in generale, così come anche alcune schegge di sacra corona unita, si sono messi tutti insieme e hanno creato un cartello. Quindi la mafia è riuscita a creare quella famosa rete che l’antimafia sta cercando di costruire da anni. Che poi la ‘ndrangheta sia la regina di Milano lo dice Macrì della Procura Nazionale Antimafia, ma soprattutto lo dicono i fatti, lo dice l’impunità di questa gente, questi guappi di periferia che si permettono di mandare segnali eclatanti che difficilmente si riesce a raccontare. Quindi tu libero cittadino che decidi di alzare la voce e di farlo lì nei loro luoghi, perché noi i Mandalari siamo andati a raccontarlo a Bollate, i Barbaro siamo andati a Buccinasco, a parlare di Barbaro e di Papalia, Iorio e Madaffari con la Kreiamo Srl in centro, in Via Montenapoleone, l’abbiamo raccontata in tutti i Consigli regionali, e loro riescono a farti sapere per vie paralegali che non apprezzano. Allora vuol dire che riescono a comunicare in un paese dove invece la comunicazione sembra che sia una cosa impossibile.

MESSORA: questo “farti sapere” si traduce nel gentile recapito di bossoli?

CAVALLI: il problema delle minacce è un problema che per me è irrisolto a livello personale, quindi ti dico una cosa che ultimamente non ho mai detto, io sono uscito sui giornali per delle minacce più o meno banali, più o meno direi abbastanza scenografiche. Negli ultimi mesi ho ricevuto minacce molto più pesanti, segnali molto più pesanti, so esattamente a chi farebbe piacere ammazzarmi, ho ricevuto segnali molto vicini, nel senso che sono stato avvicinato e attenzionato fisicamente, solo che per questo gioco malato di comunicazione, di televisione, di grande fratello che è diventato un modus che si è infiltrato nel web, nella vita, è diventato un germe, allora abbiamo deciso di parlarne meno. Però i bossoli sono una delle parti più scenografiche, però in realtà la loro attenzione diventa più violenta, diventa una guerra psicologica in un continuo crescendo.

MESSORA: tu, Giulio, dicevi che il silenzio della gente è quello che dovrebbe suscitare più indignazione. Io parlo da cittadino di Milano e vedo persone che si svegliano la mattina, prendono il tram, vanno a lavorare, vanno al supermercato, fanno la spesa e mi domando: queste persone che credono di vivere in una grande metropoli del nord governata da logiche e da dinamiche politiche normali, regolari, all’insegna della legalità, a parte quello che si legge sui giornali per i politici, ma magari non hanno la percezione esatta di quanto la sfera criminale organizzata domini gli aspetti magari più viscerali, sotterranei di questa città; come possono recuperare una percezione? Guardando, uscendo di casa, come possono vedere dietro le cose e scorgere dietro gli episodi la manifestazione di queste mafie?

CAVALLI: è questo che è difficile. Per questo il teatro e un libro possono fare tantissimo, perché devi riuscire a entrare nella pancia molle della città. Puoi provare a raccontargliela, puoi provare a far capire che la cocaina del dopo aperitivo del sabato sera dà i soldi alle solite famiglie di ‘ndrangheta; puoi fare capire alle signorotte che la borsa di Prada che loro pensano di comprare da un marocchino, da un extracomunitario in realtà poi non fa nient’altro parte che di una filiera che porta sempre alla criminalità organizzata; per capire che molto spesso i prodotti che consumano, che vivono, il cemento che hanno nei muri portanti del proprio appartamento è un cemento che probabilmente è costato di più del proprio valore di mercato perché era anche un’assicurazione sul cantiere per evitare che mentre costruivano questi appartamenti non succedessero strani incendi o strani furti.

MESSORA: oppure è di inferiore qualità.

CAVALLI: oppure è di inferiore qualità per problemi di fatturazione per dover pagare quel pizzo in nero e riuscire a dargli una giustificazione fiscale. Oppure semplicemente raccontare che a Milano ci sono famiglie che hanno una gestione delle case popolari che dovrebbero essere un bene pubblico e quindi per la cittadinanza e con pochi euro invece se ne appropriano. Ogni volta che viene privatizzato qualcosa che deve essere pubblico vuol dire che c’è un gruppo di persone, tre o più persone che decidono di fare i propri interessi ai danni del pubblico. Quello è l’Art. 416 che diventa 416 bis nell’ipotesi di reato mafioso.

MESSORA: due o più persone che si mettono insieme.

CAVALLI: tre o più persone. Basterebbe pensare, non so, che se Formigoni e due rappresentanti di Comunione e liberazione decidono che la scuola pubblica deve pagare pegno alla scuola privata, sai, così, a livello di letteratura l’ipotesi di reato è molto simile.

MESSORA: l’ipotesi cioè di costituzione di una criminalità organizzata.

CAVALLI: certo.

MESSORA: torniamo al libro, Giulio. “Nomi cognomi e infami”. Qual è la parte che a tuo giudizio è più tosta, quella che assolutamente non si può fare a meno di leggere.

CAVALLI: ci sono alcuni articoli, articoli leggeri, articoli da web, quindi che rimbalzano nel web che mi hanno procurato delle minacce. Il buonsenso e la buona educazione di solito dovrebbero spingerti a chiuderli nel cassetto e dire “no, scusate, ho sbagliato. Ho alzato troppo la voce. Vi ho presi troppo per il culo”. Prima di chiudere il libro abbiamo deciso di metterli tutti in appendice. Quindi io penso che partendo da quelli si riesce anche a capire un po’ qual è la mia storia personale di questi ultimi mesi. Lì ci sono delle cose interessanti e secondo me simpatiche, poi io ho una visione simpatica, un po’ arlecchinesca, quindi molto kamikaze della cosa, quindi questo Chiriaco, questa vicenda di Chiriaco che faceva finta di essere un mafioso oppure di Mandalari dalla bocca larga che con le sue telefonate riesce a fare arrestare tutti i suoi guappi. Una vicenda su Lodi, vicino Lodi, a Sant’Angelo Lodigiano, dove una donna improvvisamente, sfogliando l’album del matrimonio scopre che al proprio matrimonio hanno partecipato alcuni latitanti, i più importanti uomini di criminalità organizzata che controllavano Fondi e va sotto programma di protezione. Io scrivo questo pezzo e cominciano ad arrivare telefonate alla redazione del “il Fatto Quotidiano” che aveva pubblicato il pezzo e cominciano ad arrivare addirittura commenti assolutamente riferibili alla sua famiglia. Quindi forse questi in cui racconti quei paesi che si considerano vergini. Poi Lodi vergine, penso il lodigiano vergine dalla criminalità organizzata… Il lodigiano ha avuto una criminalità molto popolare finanziaria in cui anche lì tre o più persone si sono messe d’accordo.

MESSORA: ma che differenza c’è tra il vivere in un paesino calabrese o in un paesino dell’interland napoletano oppure a Corleone e vivere invece in una grande metropoli del nord come Milano, rispetto alla presenza comunque in comune costante…

CAVALLI: la pavidità degli amministratori. Perché qui abbiamo amministratori collusi e gran parte degli altri sono pavidi e non affrontano il problema perché sanno che affrontando un problema come questo tu devi decidere chi sono i tuoi amici e chi sono i tuoi nemici. E la pavidità degli amministratori, per chi cerca di portare avanti questa battaglia o per chi la paga sulla propria vita, è la ferita più dolorosa. Quindi io non mi preoccupo di perdonare o meno, di giustificare questi quattro guappi stronzi che cercano di impaurirmi, ma sicuramente non perdonerò mai la città che sta intorno ai miei figli e che ha cercato di disegnare me come una persona che ha alzato troppo la voce.

MESSORA: grazie Giulio. Ciao.

CAVALLI: grazie a te.

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