Perché Fabio Fazio e Loris Mazzetti sono una miniera d'oro

Franco Bechis Loris Mazzetti

 Franco Bechis, su Libero di oggi, ce l'ha con Loris Mazzetti, ospite ieri sera di Annozero, riferendosi ironicamente a lui come un tecnico.

 Loris è un veterano capostruttura Rai con alle spalle un'intensa attività come regista, autore, capoprogetto in una sterminata serie di successi che hanno fatto la storia del servizio pubblico, a cominciare da tutte le trasmissioni di Enzo Biagi, di cui era grande amico, passando per una serie interminabile di grandi interviste, come "Parliamo di me" con Woody Allen, per approdare al più recente Che Tempo Che Fa con Fabio Fazio. Ma questo Bechis lo sa benissimo. In realtà cerca solo di sostenere una tesi che non sta in piedi.
Scrive Bechis: «[ndrMazzetti] ha fornito per la prima volta il budget economico di quel programma: Fazio prende 2 milioni di euro di cachet personale, la trasmissione costa “10-11 milioni di euro all’anno”. Sempre Mazzetti descrive il programma come una miniera d’oro, tanto è che porta “7-8 milioni di euro di spot”. Dovrebbe provare a recarsi in qualsiasi ufficio acquisti di un’azienda privata in qualsiasi parte del mondo, e dire: “ho un programma di successo clamoroso, costa 11 milioni e ne fa entrare ben 8”. Quale televisione privata del mondo comprerebbe a scatola chiusa un programma di sicuro insuccesso che prima ancora di andare in onda sa già di causare all’azienda un buco di bilancio di 3 milioni di euro? Nessuna. Sarebbero messi alla porta il tecnico Mazzetti e il giovale [ndr: che vuol dire giovale??] Fazio, spiegando loro che la tv libera si fa quando si riesce a fare guadagnare l’azienda, non quando le si fa un danno. “Che tempo che fa” provoca un buco di bilancio, cioè un danno, di 252mila euro al mese. »
 Come spesso avviene, la fregatura sta nelle premesse, in quello cioè che non viene detto ma che può sostenere o delegittimare un'intero castello deduttivo. L'articolo di Bechis si basa sull'assunto che un programma sia un prodotto e che la Rai sia una qualunque azienda. Falso.



 Secondo il Trattato di Amsterdam, che definisce il ruolo del servizio pubblico radiotelevisivo in un paese membro dell'Unione Europea, superato dal Trattato di Lisbona ma ciononostante ancora alla base del contratto triennale di servizio che il Ministero delle Telecomunicazioni stipula con la Rai, il servizio pubblico radiotelevisivo ha l'obbligo di assolvere alle esigenze democratiche, sociali e culturali della società, soddisfando il diritto dei cittadini all’informazione e la diffusione della cultura. Il suo finanziamento - il canone Rai, per intenderci - può essere accordato solo ai fini dell’adempimento di tali obblighi (Sentenza della Corte Costituzionale n. 284 del 26 giugno 2002). Per approfondire, leggi il post: Tele Vaticano.
 
  La Rai non è dunque un'azienda qualunque. Non vende prodotti. La Rai è incaricata dal Ministero delle Telecomunicazioni di informare ed istruire i cittadini. Deve confezionare programmi che soddisfino le loro esigenze democratiche ed il canone percepito deve essere utilizzato esclusivamente a questo scopo. Ora, secondo i dati dell'ultimo bilancio disponibile, nel 2009 la Rai grazie al canone ha incassato 1654,4 milioni di euro, di cui 15,7 mln di riscossione coattiva. A cosa servono quei 1654 milioni? A produrre trasmissioni, trasmissioni di pubblica utilità come sancito dal Trattato di Amsterdam. Le trasmissioni, di per sè, non hanno nessun obbligo di portare in pareggio il bilancio economico della loro produzione, perché il loro costo è già stato coperto dai cittadini che lo hanno finanziato di tasca propria. Sono già in pari a prescindere, per definizione, per il fatto stesso cioè di essere state autorizzate da un'azienda che le ha riconosciute, e finanziate, in base alla loro conformità con le finalità costitutive del servizio pubblico.

  Fino all'epoca pre-berlusconiana, la Rai di pubblicità ne faceva poca (ricordo ancora il Carosello prima di andare a letto) e tutta rigorosamente al di fuori dei programmi. Non c'erano interruzioni, sarebbe stato blasfemo. Poi, inseguendo l'insana prospettiva di dover competere con le televisioni commerciali (mentre il servizio pubblico ha finalità del tutto diverse), sono arrivati gli spot intramuscolari, le tele-promozioni, gli sponsor più improbabili, perfino nelle partite di calcio (anni fa sarebbe stata un'eresia vedere interrotta una partita della nazionale dallo spot di un detersivo). La pubblicità è dilagata nel servizio pubblico radiotelevisivo per la scarsa lungimiranza di amministratori promiscui, contaminati dalla filosofia del marketing d'assalto dei grossi network commerciali, spesso anzi essi stessi provenienti dalla dirigenza delle emittenti private, al punto che ancora adesso non è raro sentire manager Rai che si riferiscono a Fedele Confalonieri come allo zio, per non parlare addirittura di sudditanza della dirigenza Rai e di asservimento di tutto il servizio pubblico alle logiche politiche e commerciali di Mediaset (vedi caso Saccà).

 Quanto guadagna la concessionaria del Ministero delle Telecomunicazioni, ovvero mamma Rai, dalla pubblicità? 908,6 milioni di euro complessivi, di cui 779,2 solo dai programmi televisivi (sempre con riferimento al bilancio 2009). Questi introiti, nell'ottica di servizio pubblico così come lo intende il Trattato di Amsterdam e così come lo ha ratificato il nostro paese, sono extra che dovrebbero contribuire a migliorare il servizio reso, comunque garantito dal canone televisivo. Bene: Loris Mazzetti ci informa che tra tutte le produzioni Rai, Che Tempo Che Fa è una delle più performanti in assoluto, riuscendo a guadagnare (di guadagno trattasi, visto che è il canone a finanziare il servizio pubblico) quasi l'intero costo di produzione grazie all'interesse suscitato negli investitori. Secondo il listino pubblicato da Sipra, 30 secondi di pubblicità all'interno di Che Tempo Che Fa valgono dai 42 mila ai 72 mila euro, soldi spesi volentieri dagli sponsor che riescono, come nella puntata dell'8 marzo 2009, a raggiungere anche il 22,7% di share. Per fare un raffronto, XFactor ha un'audience che va dall'11% al 17%, la prima puntata di Annozero (23 settembre 2010) ha fatto il 19,6% mentre il 3 giugno scorso aveva raggiunto il 24,8%, mentre la media dell'Isola dei Famosi si attesta sul 20,2%. Numeri grossi, per un programma di informazione sul terzo canale.

  Del resto, una produzione che costa 11 milioni di euro all'anno, sottrae in realtà solo lo 0,18% degli introiti annuali derivanti dal canone (1654,4 mln) ma riesce ad attribuirsi il merito di conferire ben l'1,03% del monte pubblicitario televisivo complessivo raccolto dalla Rai. Ovvero, detto in soldoni: pesa molto di più in termini di guadagni di quanto non rappresenti come investimento (oltre cinque volte più performante).

  Ecco perché Loris Mazzetti parla di Che Tempo Che Fa come di una miniera d'oro. Capito, Bechis?

  Per saperne di più su Franco Bechis: 
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