I buchi neri sociali dove spariscono le informazioni

 Si dice che la Rete è democratica. Mai definizione fu più azzeccata, dal momento che il modello di scambio dati che governa il traffico internet, il TCP/IP, è stato inventato dall’industria militare proprio per realizzare una struttura flessibile, decentralizzata, resistente al bombardamento dei tralicci e delle singole centrali, che consentisse a un dispaccio di raggiungere il suo destinatario seguendo in autonomia il percorso migliore anche se gran parte dell’infrastruttura fosse stata irrimediabilmente danneggiata. Insomma, internet è nata con i geni della ingovernabilità. Questo è il grande vantaggio, ma questo è anche il grande problema.
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E’ un problema per alcuni governi, che preferiscono di gran lunga l’occupazione di canali radiotelevisivi dai quali diffondere un unico canto, quello incontrastato e pervasivo tipico del mujaheddin sul minareto; ma è un problema anche per l’industria dei contenuti digitali, alla costante ricerca di un modo per ottenere lo stesso monopolio assoluto sulla distribuzione che aveva prima dell’avvento della rete.
Nella rete Internet ognuno può essere un nodo, ognuno può essere quindi distibutore di contenuti, generandoli in proprio o condividendo quelli altrui. Nessuna politica di marketing, nessuna lobby, perlomeno fino ad oggi, può impedire ad un singolo server di essere visibile a chiunque disponga di una connessione alla rete, a meno che non sia un dispositivo della magistratura a ordinarne l’oscuramento in base allla contestazione di un preciso reato. Questa è, sostanzialmente, la grande rivoluzione dell’ultimo ventennio: la possibilità di appiattire la piramide della comunicazione e restituire a tutti il diritto di parola, riducendo di fatto il monopolio mediatico e vanificando ogni tentativo di censura. Una rivoluzione che tuttavia rischia di essere disinnescata dall’utilizzo suicida che la stragrande maggioranza di utenti fa della propria connessione.

Abbiamo a disposizione spazi immensi, sconfinate praterie dove galoppare in libertà, autostrade deserte a cento corsie per imboccare infinite direzioni, ma i più si consegnano spontaneamente e inconsapevolmente alle grosse ed affollate città digitali che sorgono, sparute, in mezzo agli enormi territori di un nuovo mondo che sarebbe tutto da esplorare. Orde di avatar si accalcano lungo le possenti mura di recinzione di questi feudi virtuali, premendo per entrare, abbagliati dalla promessa della cittadinanza gratuita e pronti a barattare ogni diritto, alienando la propria conoscenza e il prodotto del proprio lavoro al solo scopo di essere dove tutti sono, di consumare le informazioni che tutti consumano, di chiacchierare delle stesse cose, leggere gli stessi libri, vedere le stesse immagini ed essere sudditi di un monarca che ha diritto assoluto di vita e di morte, di intervenire sull’agenda delle discussioni, di espropriare chiunque ed in qualsiasi momento di ogni bene e di ogni legame, esiliandolo, nudo e ramingo, senza lasciargli neppure il diritto di difendersi. Questi luoghi sfavillanti e colorati, apparentemente ludici e innocui come il Paese dei Balocchi, sono i grossi social network, di cui Facebook è il rappresentante più emblematico.

Facebook nasce come strumento di rappresentazione delle relazioni sociali, mappando e catalogando minuziosamente i legami di parentela, le amicizie, le relazioni sentimentali, i gusti, le attitudini e perfino gli orientamenti religiosi e sessuali di chi vi si iscrive. Una radiografia così precisa e dettagliata dei consumatori ha un valore immenso dal punto di vista commerciale, consentendo di compilare costose e raffinate indagini di mercato sui dati aggregati, ma rappresenta anche uno strumento di tracciabilità chirurgica di cui le organizzazioni governative – e non solo – possono impossessarsi per monitorare a distanza la sfera privata dei singoli individui. A questo quadretto inquietante si sono aggiunti gli strumenti di geo-localizzazione in tempo reale, come FourSquare, che consentono di tracciare gli spostamenti personali grazie alle applicazioni installate su palmari e smart-phones. Usati in congiunzione a Facebook, permettono di ottenere una mappafedele del territorio entro il quale il consumatore si muove, rendendo possibili strategie di marketing affilate come coltelli e modalità di controllo fino ad ora ipotizzate solo nelle deliranti allucinazioni visionarie dei più grandi scrittori di fantascienza. Ma è nella funzionalità di condivisione dei contenuti che Facebook mostra un lato la cui pericolosità è spesso sottovalutata, perché da semplice intermediario di links, nel tempo si è andato affermando come un vero e proprio contenitore in grado di ospitare scritti, contenuti multimediali e commenti un tempo appannaggio di blog e siti web gestiti autonomamente. Questo implica l’affidamento del proprio patrimonio di conoscenza, di cui fanno parte non solo i contenuti pubblicati ma anche i commenti, le valutazioni, i collegamenti con i quali la comunità conferisce ricchezza e profondità alle nostre pubblicazioni, a un soggetto privato che ne dispone come meglio crede, a seconda delle convenienze e delle opportunità che le logiche di business di volta in volta gli suggeriscono. Così, può accadere che la propria comunità di informazione libera, magari con centinaia di migliaia di iscritti, venga improvvisamente oscurata tre giorni prima delle elezioni e fino al giorno successivo al voto; oppure che alcuni contenuti politicamente sconvenienti risultino inspiegabilmente poco visibili, o siano vittima di malfunzionamenti casuali che di fatto inducono la propria comunità, sovraccaricata da una mole di informazioni che innalza la soglia di attenzione, a non accorgersi della notizia pubblicata, vuoi perché viene presentata senza il necessario appeal grafico, vuoi perché curiosamente non compare sulle bacheche dei profili individuali, e dunque non ha la possibilità di essere rilanciata; oppure, ancora, contenuti ritenuti arbitrariamente lesivi della reputazione di personaggi pubblici scompaiono per presunte violazioni dei termini contrattuali o, peggio, interi account utente si volatilizzano dalla sera alla mattina, insieme all’enciclopedica quantità di pubblicazioni, relazioni, chiose, commenti e collegamenti che costituiscono una vera e propria ricchezza individuale e collettiva, di cui si viene letteralmente espropriati senza nessun titolo per vantare diritti o avviare procedimenti legali. Tutto questo con frequenza geometricamenente esponenziale dopo che l’avvio di incontri segreti tra il Ministero degli Interni e la dirigenza del gruppo europeo di Facebook avrebbe prodotto accordi con la Polizia Postale italiana – per ammissione dei suoi stessi alti ufficiali – in base ai quali 400 funzionari pubblici avrebbero ottenuto le chiavi di accesso agli oltre 17 milioni di profili digitali dei cittadini italiani che si affollano su Facebook, con diritto di avviare indagini preventive sul contenuto dei messaggi privati e delle chat, nonché di oscurare contenuti ritenuti arbitrariamente pericolosi o lesivi della reputazione di personaggi pubblici.

I meccanismi sociali che possono influire sul diritto del cittadino ad essere correttamente informato, partecipando di un tessuto democratico reale e non illusorio, sono o dovrebbero essere tutti garantiti da un corpus giuridico che detta precise normative in materia di trasparenza, di pari opportunità e di privacy. La domanda è: uno strumento capace di influire sulle opinioni e sulle scelte elettorali di un terzo della popolazione di un paese democratico, dovrebbe essere soggetto a precise garanzie che tutelino i suoi cittadini dal rischio di subire manipolazioni, con la concreta possibilità che questo si traduca in un forte condizionamento degli equilibri politici, oppure è ammissibile che questi buchi neri sociali possano operare in regime di assoluta e totale autonomia, disponendo di tutti gli strumenti per orientare il flusso di informazioni senza essere tenuti a risponderne in alcun modo?

Forse è il caso di portare questo tema nell’agenda culturale di ogni grande democrazia che tenga a considerarsi tale, prima che una considerevole quantità di informazioni venga fatta sparire, o venga irrimediabilmente distorta, dal campo gravitazionale di questi immensi buchi neri sociali.



Originariamente pubblicato sul mio blog su cadoinpiedi.

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3 risposte a I buchi neri sociali dove spariscono le informazioni

  • 2
    zetattack

    gran bel articolo

    una sola precisazione:

    il protocollo e nato al cern per potersi scambiare dati di laboratorio invece che poryare calcolatori in bici da un lab all’altro.

    ciao

    fabio

    ps:continua cosi

  • 1
    Guastatore1986

    E pensare che l’iscrizione a FB e  l’ho fatta per parlare conte e quelli dell’IDV!!!!

  • 0

    Indubbiamente la rete è il tuo stagno.

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