
L'uomo sul Porsche è nervoso. E' circondato da formiche fastidiose. Passano ovunque su quella stradina a due passi da Villa San Martino. Sono sporche, vestite male. Forse puzzano. Rallentano il passo. Lui deve andare. Forse vorrebbe schiacciarle. Se solo potesse lo farebbe subito. Un colpo di acceleratore e via. Se non fosse che poi gli ammaccano il cofano...
In ogni caso da lì non si passa. Perlomeno non con i suoi tempi, perché il suo tempo vale oro. Mica come il tempo di quel popolino volgare e ignorante che sta invadendo tutto. Sì, l'uomo sul Porsche ha molta fretta. Tutta quella gente che gli cammina intorno è solo di intralcio. Lurida feccia! Perché si trovano lì? Perché li fanno circolare liberamente? Meglio andarsene, meglio fare subito retromarcia. Non importa se la stradina è stretta, se è piena di pedoni che camminano e se lo spazio di manovra è molto ridotto: lui deve invertire il suo status symbol e andarsene prima che gli saltino i nervi. Così ingrana una marcia qualsiasi, tanto con tutti quei cavalli problemi non ce ne sono. Punta il muso verso due rifiuti della società che camminano a pochi metri da lui con una videocamera in mano, dà una sterzata violenta e pigia con forza sull'acceleratore. I due pedoni si piantano, si irrigidisono, non capiscono cosa stia succedendo. Se l'uomo sulla Porsche non fosse così incazzato si divertirebbe un mondo a farli trasalire di paura. Può quasi sentire la loro adrenalina spandersi come un getto di vapore nell'aria circostante, sembrano animali in preda al panico in una delle sue battute di caccia al cinghiale. Peccato che non abbia tempo per giocare. Peccato dover affondare il piede su quel freno: ce ne sarebbero due in meno. Due zombie, due parassiti, due rifiuti della società scaraventati nel fosso oltre al ciglio della strada. E gli altri, sai che fugone. Altro che le cariche di alleggerimento della Polizia. Questa è la fine che dovrebbero fare. A morte! Schiacciati come scarafaggi sul cemento. Uno ad uno, uno dopo l'altro. Che goduria sentire i battistrada del Porsche passare ripetutamente su quelle loro teste di cazzo. E chissenefrega per i cerchi in lega e tutto il resto: un treno di gomme costa come un paio di stipendi di quei pezzenti, ma ne vale comunque la pena.
La scura vernice metallizzata del cofano, lucida come uno specchio, della raffinata eleganza che si conviene ad un uomo della sua classe sociale, si ferma a pochi centimetri dalle gambe dei due subumani. Sono così stupidi, così primitivi: l'espressione che si dipinge sui loro volti è rozza, primordiale, rudimentale. Ricorda quella dei cercopitechi negli allestimenti di un museo di storia naturale. Sono perplessi, attoniti, basiti, immobilizzati in un sentimento di totale, ridicola inadeguatezza di fronte a qualcosa che li coglie completamente alla sprovvista. Alzano lo sguardo verso il parabrezza. Vedono l'uomo. E' giovane, ben rasato, ben vestito. Ha un'orologio elegante e i lineamenti tesi in una smorfia di disprezzo. Cercano i suoi occhi, si aspettano un segno con la mano, un cenno di scuse, qualcosa che spieghi la natura involontaria di quell'incomprensibile gesto. Ma l'uomo sul Porsche non li degna di uno sguardo. Fissa oltre, verso il ciglio della strada, come se non esistessero, come se fossero oggetti, ostacoli sul selciato simili ai panettoni che impediscono di parcheggiare sul marciapiede. Hanno l'impressione che se li avesse urtati sarebbe sceso a controllare i danni sul parafango. L'automobile sportiva ingrana la retro e scarica una raffica di ghiaia su quei capi di bestiame dimenticati da un pastore distratto e colpevole. Con la stessa, identica spietata ferocia indietreggia verso il lato opposto della carreggiata, fino ad inchiodare il retrotreno a pochi centimetri dall'altro ripugnante
guard rail di carne umana. Devono togliersi da lì. Devono togliersi dai coglioni e in fretta, che lui ha esaurito la pazienza. Non può passare la sua domenica in mezzo a un corteo di minorati mentali che non assumerebbe nelle sue fabbriche neppure al minimo sindacale. Quella vena che gli batte nelle tempie adesso è rabbia, frustrazione. Vorrebbe farsi largo con tutta la prepotenza che la sua invincibile armatura di metallo gli permette di esibire, rendendolo invulnerabile come un europeo in Africa, blindato nel fuoristrada che lo porta a spasso nel Serengeti. Forse potrebbe anche farlo, perché no. In fondo cosa rischia? Con tutti gli avvocati che si può permettere, sa benissimo che molto probabilmente la farebbe franca. O riuscirebbe a tirarla per le lunghe quanto basta per finire in prescrizione. Tutt'al più, potrebbe togliersi dalle palle quei miserabili dei familiari delle vittime distribuendo qualche mancetta a pioggia. Dai 6 zeri in su va tutto bene: se c'è una cosa buona di quelle zecche è che per un tozzo di pane si venderebbero anche loro madre. Del resto, tutto nella vita ha un prezzo, no? Allora che si togliessero dalle palle, prima che lui si decida a pagare il suo. Metter mano al portafoglio è un attimo. E potrebbe bastare perfino rastrellare qualche spiccio dalle tasche.
La gente intorno a lui è immobile. Sono tutti paralizzati. Non hanno neppure avuto il tempo di disperdersi a raggiera, tipo i girini quando butti un sasso nello stagno. Increduli, dopo i primi attimi di smarrimento iniziano a rendersi conto di essere considerati alla stregua di vermi. Sono vermi usciti dalla terra dopo un acquazzone. Sentono il prezzo delle loro vite svalutarsi fino a non avere più nessuna quotazione. Sono annichiliti. Se ne restano lì, fermi, a guardare l'enorme suola di quella scarpa gigante, nell'attesa di capire se si abbatterà su di loro, mandandoli in poltiglia, oppure se la grande divinità del caso li risparmierà. Scappare non serve a niente: si rischia solo di sfuggire a un destino per consegnarsi ad una sorte più terribile ancora. Meglio non protestare. Non ce n'è il tempo, e poi quando si dipende da una lieve variazione di pressione sulla tavoletta di un acceleratore, non è saggio innervosire il conducente. Basta aspettare. Alla fine qualcuno resterà vivo, qualcun altro no. Tutto accadrà così in fretta che non ci sarà neppure il tempo di avere paura. In fondo, non si muore tutti per il capriccio di un dio distratto? Che la sua stizza arrivi dal cielo o dai sedili di un'auto di lusso, che differenza fa?
L'uomo sul Porsche si sente molto virile. La sua superiorità è manifesta. I cieli e le terre si inchinano al suo passaggio. Ha dimostrato a se stesso che può spazzare via quei sudici mentecatti in qualsiasi momento. Basta un lieve turgore del suo fallo, un leggero ispessimento del glande e il destino si viene forgiando nelle sue stesse mani, la natura si piega in segno di totale sottomissione e quell'invasione di blatte rientra nei ranghi. Se ci fosse stato lui al posto del faraone, le sette piaghe d'Egitto non si sarebbero mai abbattute sulla casta dei regnanti. Del resto, egli è signore della terra del Bunga Bunga, è il vicino di casa dell'imperatore, la sua tenda è montata in pianta stabile nel parco di villa San Martino. Lui fa affari direttamente col Re, ha uno stuolo di servitori che eseguono i suoi ordini prima ancora che vengano dati, ha una tazza del cesso d'oro con un'asse in pelle di daino e si deterge le sacre natiche con un rotolo di papiri antichi. Per questa volta può dimostrare magnanimità e clemenza.
La mano che sporge dai polsini con i gemelli d'oro accarezza spasmodicamente la leva del cambio. Il diamante sull'anulare sinistro sfrega il pomello in metallo, producendo un ticchettio frenetico e nervoso che risuona nell'abitacolo chiuso, conferendo nuovo vigore alla volontà di potenza che solca la pelle del super-uomo attraversata da un complesso sistema di vene nelle quali scorrono a fiotti, senza badare a spese, litri e litri di sangue blu. Il quadricipite destro si tende, il polpaccio si contrae e la punta del piede affonda su un piatto scettro del potere adagiato accanto al pedale del freno. Il Porsche sgomma via ruggendo come un leone che si libera dalla fastidiosa presenza di un orda di sciacalli.
Lentamente, gli umanoidi catatonici, ibernati in uno stato di sospesione volontaria della coscienza attiva, tornano ad occupare una posizione possibile nel flusso reale del tempo che scorre. I loro occhi riprendono a inviare le immagini delle cose alla corteccia cerebrale e il sangue torna ad affluire alla muscolatura degli arti, per lungo tempo contratta nella posa innaturale di chi vede approssimarsi il fato e cerca di passare inosservato. Raccolgono le bandiere, sollevano i cartelli, indossano le maschere, imbracciano le videocamere e tornano a sciamare verso la loro meta, lo sguardo un po' più vuoto di prima e un senso di nausea latente che si fa strada nello stomaco.
Di fronte a loro un cartello:
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