Giorno 9
Progressivamente, mi sto disfacendo. I tubicini di lattice che silenziosamente mi avvelenano stanno iniettando letali tossine ormai da una settimana nel mio organismo assuefatto. Inizio ad assumere una colorazione nichel-cadmio che non mi rende giustizia nelle foto. La buona notizia è che i capelli mi stanno ricrescendo, ma non so cosa potrò farmene, una volta tumulato.
Avevamo un accordo. Io avrei assunto qualunque dose di qualunque farmaco, per qualunque via, per una intera settimana, spiaggiato come un tricheco su un lettino del reparto ortopedico, e in cambio loro avrebbero trovato il tempo per farmi una risonanza magnetica. Non un momento qualunque, ma un tempo e un luogo precisi: mercoledì 20 aprile 2011, alle ore 18 in punto. Sono stato tradito.
Alle 18.05, insospettito dall'assenza di ogni manovra preparatoria, ho chiesto spiegazioni. Alle 18.20 mi è stato risposto evasivamente che si stavano informando. Solo quando fu chiaro che nessuno ne sapeva niente, un inserviente che avrebbe voluto essere in qualsiasi altro luogo piuttosto che al mio cospetto mi ha informato che si erano verificati dei contrattempi di natura non meglio precisata. I dottori mi avrebbero spiegato tutto nel loro giro del mattino succesivo. E forse, avrebbero perfino pensato a un nuovo tempo e a un nuovo luogo per farmi un esame d'urgenza, ma qui si era nel campo delle pure congetture.
Voci di corridoio, a serata inoltrata, hanno avvalorato la tesi dell'impiccio burocratico: l'appuntamento che i dottori mi avevano confermato e riconfermato ogni giorno dal momento del mio ricovero, rammaricandosi perfino di avere tentato di anticiparlo senza successo, non sarebbe in realtà mai stato neppure comunicato. Chi doveva fissarlo non l'ha fatto, o forse chi doveva ricevere la comunicazione e annotarla in agenda era distratto.
Squartando le interiora dell'ennesima flebo di Toradol, un'inserviente poco fa ha avuto una visione. Ha visto un primario incazzato, molto incazzato, nel suo usuale giro di walzer delle visite mattutine. Sarà bene che lo sia, perché lo sguardo ormai argentato, tendente al verdognolo metallizzato che troverà imbattendosi nel mio sorriso, o in quel che ne resta, avrà bisogno di spiegazioni. Ma soprattutto, come uno zombie cui non resta che un solo, ossessivo, ripetitivo pensiero, non si placherà finchè non otterrà la sua risonanza magnetica.