OSPEDALIZZATO – GIORNO 12. Empatia

In ottemperanza alla legge sulla privacy, il volto di Rosa Ada è stato reso irriconoscibile

Giorno 12


Fatti gli affari tuoi e camperai cent’anni. Un motto che abbiamo interiorizzato tutti e che funziona discretamente bene. Quando scegli di ignorarlo, può succedere di tutto. Che poi non succederebbe niente, se ad ignorarlo fossimo tutti, ma in un mondo dove il primo comandamento é “mors tua, vita mea”, chi si improvvisa paladino rischia. Il mimino che gli possa capitare è che qualcuno gli possa chiedere, appunto: “perché non ti fai gli affari tuoi?”.
Già, perché non me li faccio.. Sarà una malattia! Del resto sono o non sono in ospedale? In ospedale non sei un uomo. Se ti va bene sei un paziente. Altrimenti sei un individuo che non può difendersi, costretto a subire, spesso silenziosamente, perlopiù in maniera autoimposta, per la paura di ritorsioni non meglio precisate, talvolta frutto delle fantasie paranoidi che nascono come i vermi quando perdi il controllo della tua vita. Talvolta invece no.

In un ospedale, dipendi da qualcuno che può farti pesare questa dipendenza oppure renderti il dolore e lo smarrimento meno opprimenti, più sopportabili. La chiave di tutto si chiama fattore umano, quell’ineffabile qualità che non si lascia afferrare facilmente, impalpabile e volatile come un pensiero fuggevole che ti attraversa una volta ma ti cambia profondamente. Maneggiare con cura esseri umani nel momento in cui sono più fragili non é una questione che si può ridurre alla somministrazione di un farmaco, al modo corretto di infilare un ago in una vena, al cambio di un pappagallo o alla capacità di fare una intramuscolare. Fare l’infermiere é innanzitutto avere la vocazione dell’angelo custode. E’ uno dei ruoli più difficili, più sfidanti e più nobili che si possa avere l’onore di ricoprire. Non a caso parlo di ruoli e non di mestieri, perché infermieri innanzitutto si é, non ci si può limitare a “farlo”.
Non é il dottore a venire in tuo soccorso quando piangi dal dolore e implori un antidolorifico. Non é il chirurgo che invochi tutta la notte, come un mantra sordo e costante, per sentire di non essere solo in un ambiente ostile e percepire un’ombra amica e amorevole. Non é il primario ad accorrere in tuo aiuto per entrare in intimità profonda con i tuoi pudori più inviolabili, cambiandoti la padella e provvedendo alle tue abluzioni corporali come nessuno aveva più fatto dai tempi in cui tua madre ti cambiava il pannolino. Un primario é come una divinità: sai che c’é ma non lo vedi. Sai che le tue sorti sono in mano a lui. Prima o poi ti opera, così come arriva il Giorno del Giudizio, ma in fondo è come la morte per Epicuro: quando c’é lui non ci sei tu, sprofondato nei fumi dell’anestesia, e quando ci sei tu non c’é più lui. E con chi sei, se non con il tuo …infermiere?
E’ sera inoltrata. Nella stanza accanto c’é una signora. Non la posso vedere, ma la sento bene. Deve essere anziana, dicono che sia stata accompagnata qui da una badante che poi se ne é andata. Lei invece sostiene che non sia una badante, ma una sua amica. Si é rotta qualcosa, credo una gamba, e soffre molto. Ma soprattutto si sente sola. Non ha un cellulare con sé, le hanno detto che domani la operano e vorrebbe disperatamente avvertire qualcuno. L’infermiere che si sta occupando di farle un’iniezione non deve essere di buon umore. Diciamo che non é esattamente il suo angelo custode. Risponde con sufficienza. Lei implora, con la voce rotta. Dice che é la sera di sabato santo, che domani sarà Pasqua, che lei verrà operata e non lo saprà nessuno. Avrebbe voluto che i medici le spiegassero meglio, magari non quando era sola ma alla presenza di un familiare, di un amico che potesse e sapesse fare le domande giuste. Avrebbe voluto capire, e invece si é ritrovata a firmare un consenso informato che di informato, con queste premesse, ha solo il nome. E soprattutto, ora ha davvero un impellente, ineludibile, improcrastinabile bisogno fisico di avvisare qualcuno.
Piagnucolando, chiede con insistenza all’infermiere di fare una telefonata. Fa una tenerezza infinita. É tardi, ma non così tardi da non poter disturbare a casa un parente o un conoscente di una persona anziana che sta attraversando un evidente stato confusionale. La vecchina rompiballe è semplicemente terrorizzata dall’idea di ritrovarsi sola ad affrontare una notte di dolori intensi e un’operazione il giorno successivo, che per di più coincide con la Pasqua a lei tanto cara. Come darle torto? Ogni paziente che viene operato ha il diritto di essere assistito, nel giorno dell’intervento, da una persona di sua fiducia, anche al di fuori dell’orario di visita. Forse lei neanche lo sa, ma ci sono cose che si pretendono in maniera innata, per diritto naturale.
L’infermiere glissa, depista. Dice che hanno già chiamato. Poi dice che è tardi. Poi che se è stata accompagnata lì, evidentemente significa che qualcuno si preoccuperà anche di venirla a cercare. Poi che non ha senso, che tanto di notte non può venire nessuno a trovarla. Qualsiasi cosa gli passi distrattamente per la testa mentre finisce probabilmente di applicarle una flebo è considerata un diversivo accettabile. Del resto la donna è sola, anziana, l’età esaspera le sue ansie e lui in cuor suo ritiene di sapere bene come trattare casi simili: in fin dei conti, quello è il suo “lavoro”.
La signora è sempre più sconsolata, implorante. Cristo! Potrebbe essere mia madre… Inizia a recitare delle cifre che legge in sequenza da bigliettini stropicciati che tiene gelosamente stretti in pugno. Sono numeri di telefono. Dice che quello è il recapito della sua amica Franca. Scongiura il ragazzo di chiamarla, di dirle che l’indomani sarà operata. Lui mantiene un atteggiamento duro, distaccato. Ha già deciso da tempo che quella é una richiesta che non rientra nel quadro delle sue prestazioni, ma quanta freddezza nei modi. Forse una carezza e un grammo di empatia sarebbero più appropriate. Tanto appropriate che quando una seconda infermiera, giunta accanto alla vecchina, le fa un sorriso, questa si commuove all’istante e ringrazia per quel raggio di sole che improvvisamente squarcia la coltre densa e claustrofobica del suo piccolo universo cupo e disperato.
Fatti gli affari tuoi tuoi e camperai cent’anni, Claudio. Ma io ne ho già 43, forse possono bastare. Chiamo l’infermiere e lo informo che ho due cellulari nel cassetto, che se vuole posso ben prestarne uno alla paziente della stanza accanto, o magari chiamare io stesso. Reagisce male, c’era da aspettarselo. Il senso delle sue parole e del suo atteggiamento, per quello che evidentemente percepisce come un rimprovero, è: “qui comando io e tu occupati soltanto di stare a letto a finire la tua flebo”. Gli faccio notare che questa non è una caserma e che lui non è un carabiniere. Gli chiedo conseguentemente di assumere un altro profilo relazionale e gli ricordo che se mi voglio alzare e portare un telefono alla vecchina della stanza accanto, nell’era di internet, del web 2.0, dei tablet, di Skype e degli oggetti interconnessi, niente e nessuno potrà mai impedirmelo. Ironia della sorte, in un reparto dove tutti siamo fisicamente, spazialmente distesi, la conversazione che si sta sviluppando non lo è affatto. Risponde che io non so niente della paziente affianco, che quello è il suo lavoro. Ha ragione, ma cos’altro serve sapere, di fronte ad un’anziana signora, probabilmente sola e senza figli, che chiede disperatamente di avvisare l’unica amica che ha, o quella che lei considera tale, che l’indomani mattina presto la porteranno sotto i ferri? Ci potrebbe essere mai una sola ragione al mondo, anche se fosse completamente pazza, per negarle questa cortesia? Mi dichiaro, follia della coesistenza coatta in un fotogramma che sembra tratto da una scena di The Experiment, un libero cittadino che vuole esprimere solidarietà ad una sua vicina di camera. Domando se esiste un regolamento che mi può impedire di prestare un telefono a qualcuno. Ovviamente no. Allora dice che un telefonino ce l’ha anche lui e, nel caso, non ha assolutamente bisogno del mio. Bene, dico, allora che lo usi!
Se ne va. Mi sono fatto un nemico. Peró lo sento chiedere alla signora di ripetergli cortesemente i numeri di telefono che vuole chiamare. Di lí a poco li compone, ma infruttuosamente. Uno, quello della cara amica (o badante) Franca, squilla a vuoto. L’altro, un fisso di Milano, non sembra corrispondere a nessuno che la conosca. Sento l’infermiere discutere animatamente chiedendo di una tale signora Franca, che conoscerebbe una certa signora Anna in una interminabile catena di rimandi molto complicata da gestire per un estraneo. Non era più semplice darle un telefono in mano e che se la sbrigasse lei? L’avrebbe certamente fatta sentire meglio.
Il protagonista maschile di questa storia non è un cattivo infermiere e sono sicuro che tecnicamente sappia fare benissimo il suo lavoro. Ha già avuto modo di dimostrarlo, come tanti altri suoi colleghi di reparto gentili, disponibili e preparati. Avere a che fare con malati lamentosi tutti i giorni, di cui molti anziani con le loro interminabili, ripetitive e spesso superflue chiamate notturne, accompagnate dalle litanie cantilenose di chi coltiva un’ossessione come ultima risorsa per udire il suono di una voce amica, sono convinto non debba essere facile e che possa mettere a dura prova anche le attitudini e le indoli più nobili e generose. Sviluppare una sorta di anticorpi resistenti al dolore e all’ansia che quotidianamente decine di pazienti sempre nuovi, con un grado variabile di sofferenza, ci riversano addosso è umano, fin troppo umano e sarebbe semplice quanto demagogico condannare a priori la mancanza di empatia, o un atteggiamento eccessivamente freddo e distaccato, quasi ostruzionistico come quello che vi ho raccontato. Ma forse non era quello il caso. Forse la vecchina stava solo pagando il costo salato di un sistema talvolta inconsapevolmente crudele, che getta nello stesso tritacarne vite ormai allo stremo, che necessitano solo di essere contenute, e situazioni kafkiane nelle quali legittime istanze vengono negate senza possibilità di riconoscere in esse l’intenso profumo umano di un’esistenza ancora disperatamente vigile e presente a se stessa. In quella condizione di frustrante impotenza, quell’ìnsperato segnale di solidaretà giunto da un altro essere vivente che si trovava da qualche parte, al di là del muro, deve essere parso all’anziana signora come una luce accesa in fondo a un tunnel buio. E credetemi, nella notte ignota e minacciosa di una ultraottantenne traumatizzata, improvvisamente rapita alla sua quotidianità fatta di piccole cose ordinate, può fare semplicemente la differenza.
Come diceva il compianto Vittorio Arrigoni, dobbiamo sforzarci di restare umani. E se questo comporta intervenire in soccorso di quella che si percepisce come un’ingiustizia o un abbrutimento che degrada e squalifica il senso stesso della solidarietà tra le persone, vale sempre la pena di farlo. Ci si arriva quando il disagio di intromettersi in una situazione dalla quale può non uscire nulla di buono per se stessi non è più in grado di superare il senso di sottile smarrimento della propria dignità e quell’umiliante, strisciante, amaro senso di colpa per non avere fatto il proprio dovere. Tutto il senso della parola empatia in fondo è racchiuso in quell’insopprimibile, ineludibile esigenza di scivolare nei panni degli altri e domandarsi: se su quel letto, disperato, impaurito e sofferente ci fossi io? O mia madre? Cosa proverei nel rendermi conto che tutti i pazienti delle stanze accanto, con i cassetti rigonfi di dispositivi “mobile” all’ultima moda, segnalati dai loro bravi caricabatteria che penzolano giù dalle prese della corrente elettrica, se ne stessero lì, impassibili mentre una persona anziana, per piccolo o grande che fosse il suo dolore, soffre elemosinando una misera telefonata?
Non so se la mia intromissione si porterà dietro delle conseguenze. Per sicurezza, prima di addormentarmi mi sono rovesciato addosso il contenuto del pappagallo, impregnando cuscini e lenzuola. Marcare il territorio con l’urina, in natura, serve a tenere lontani gli altri predatori. Forse può funzionare anche nell’ecosistema di un ospedale? Per stanotte almeno la risposta è sì.
Questa mattina, al mio risveglio, mi sono caricato l’ernia in spalla e sono andato a conoscere la mia sfortunata vicina di camera. Anziana lo era davvero, una dolcissima e fragile vecchina ultra-ottantenne che tremava come una foglia. Mi ha raccontato che lei avverte sempre chi la viene a trovare a casa di darle il tempo, una volta aperta la serratura, di togliersi da dietro la porta, prima di spingerla per entrare. Proprio la sua cara amica Franca, ieri, se ne deve essere dimenticata, e così lei è caduta e si è fratturata il femore. I suoi occhi non le permettono di mettere bene a fuoco le persone e le cose, ed è per questo che non ha un cellulare: non riuscirebbe ad utilizzarlo. Si chiama Rosa Ada.
Ovviamente ho portato con me lo smartphone e, insieme, abbiamo subito chiamato la sua amica Franca, la quale ha risposto al primo squillo. Quando le ho passato il telefono, non ricordo di avere mai visto una persona infelice essere così felice allo stesso tempo. Un po’ come quando piove ma i raggi del sole formano un arcobaleno. Piangeva dalla gioia e per il sollievo. Per pochi, infiniti attimi eterni sono stato felice anch’io.
Rosa è stata operata nella tarda mattinata. Franca l’ha raggiunta e ora la sta assistendo. Come diceva Giobbe Covatta: basta poco, e ché cce vo’!
Che sia una Buona Pasqua anche per tutti voi!

 

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33 risposte a OSPEDALIZZATO – GIORNO 12. Empatia

  • 8
    Ele85

    La sensibilità non è cosa da tutti, e spesso sono proprio coloro che sono a contatto con il pubblico che non ne hanno. O forse si diventa cinici e distaccati con gli anni. Una cosa però è certa,non ci vuole uno scienziato per capire l’importanza di una parola di conforto, non bisogna essere Madre Teresa di Calcutta per sapere quali parole pronunciare, e per dirle non si rubano ore e ore del nostro tempo… Buona Pasqua sig.Ada, si rimetta.

  • 7

    Auguroni a Claudio e a Rosa Ada… rimettetevi entrambi. Sento di volervi bene. 

  • 6
    RoB

    Ciao Claudio. Grazie!

  • 5

    Ciao Claudio, auguri di buona Pasqua nonostante la situazione che stai vivendo. Abito a Roma, se hai bisogno di qualcosa, con questo commento hai la mia email. Non farti problemi! 

    Alessandro

  • 4
    heisenbug

    Grazie!

    Buona Pasqua ed auguri di pronta guarigione!

    Stay human

  • 3
    Lady Doc

    Prima fai inc**zare il primario, poi fai inc**zare l’infermiere, rompi le balle ai dottori…

    Claudio, mi sa che ti dimetteranno presto solo per non averti più fra i piedi, sai?  

    ps: Buona Pasqua

  • 2
    mc2

    Le persone come te sono sempre più rare, credo che le ingiustizie o quelle che credi tali, non ti vadano proprio giù. Sì lo so, ad avere un carattere come il tuo, uno rischia di fare il vuoto intorno a sé, ma probabilmente quando dovremo rendere conto a qualcuno lassù (per chi ci crede) delle nostre azioni… quando dovremo “passare dalla cassa”, allora forse, sara valsa la pena essersi fatto qualche nemico in più.

    Buona Pasqua 

  • 1
    Anas E.

    Mi sà che devono rileggersi il capitolo dell’effetto placebo ….basta una carezza o un ascolto e perchè no una telefonata e il gioco è fatto ;)

  • 0
    laurafree

    innanzitutto una precisazione tecnica gli oss e gli infermieri non sono la stessa cosa. gli oss hanno mansioni ad alta riproducibilità e bassa discrezionalità, gli infermieri sono professionisti laureati. lo premetto perchè mi sembra che in un paio di occasioni in commenti o articoli i ruoli sono confusi.

    detto ciò io lavoro come infermiera e so che i tipi come quello che tu hai visto allopera purtroppo sono tanti, lo vedo già il classico infermiere da anni stufo e frustrato. purtroppo quelli così rovinano limmagine della categoria insieme a quelli che questo lavoro lo fanno semplicemente per il posto assicurato e non per passione. ed è un tipo di lavoro che se non fai con passione duri poco e combini cavolate in quanto sei frustrato.

    questa gente andrebbe cacciata a calci, soprattutto in un paese come questo dove il ruolo infermieristico è solo una delle numerose cose in cui siamo indietro e finchè ci saranno quelli così sarà dure fare passi avanti. 

    tu hai fatto benissimo. gli infermieri dovrebbero essere preparati teoricamente, tecnicamente e soprattutto umanamente se no meglio che facciano un altro lavoro anche perchè abbiamo a che fare con persone non con oggetti!

    rimettiti presto!

  • -1

    Ottimo lavoro Claudio!
    La prima regola che si insegna nei corsi di infermieristica è il NON ignorare il paziente! E pensare che c’è un libro intero che dovrebbero studiare!
    Spero che il tuo gesto sia d’esempio a molte persone che dovrebbero intervenire ogni volta che ci sono queste situazioni!

     

    Cmq Buona Pasqua

  • -2
    Luigi 6

    Auguri di buona guarigione sopratutto,sign.Messora.

  • -3
    thestock

    Grazie Claudio per quello che fai… 

    Mantieni viva la nostra speranza di un mondo migliore…

    Un abbraccio e un augurio di pronta guarigione!

  • -4
    Flash

    L’umanità è una dota rara, non automatica, carissimo Claudio e, quando si manifesta sembra un evento eccezionale perchè non siamo più abituati ad essere trattati da umani ma solo come numeri, specie in certi posti.

     

    Certi lavori, poi, sono vocazioni e non possono essere fatti come una semplice professione. L’infermiere è uno di questi.

     

    Ci vuole fortuna a trovare persone con queste doti e, a volte, si fatica assai!

     

    Se stato splendido e mi sono commosso. Grazie Claudio per dare voce ai deboli e per le tue testimonianze di umanità!

     

    Buona Pasquetta e ti auguro una pronta guarigione.

     

    Antonio Daniele

  • -5
    acimoto

    Quanta umanità, bravo Claudio. Forse mi ripeto. A fine febbraio il Primario, professor Dallegri del dipartimento di medicina interna della clinica universitaria del San Martino di Genova ha ricoverato mia moglie dopo la mia disperata telefonata al suo cellulare. Ringrazio il professor Dallegri per aver preso a cuore la situazione di mia moglie. Dopo 7 mesi di febbre, dopo 3 ricoveri di urgenza a Genova e a Taranto, dopo tentativi di cura con antibiotici potentissimi (Bassado) e una infinita serie di esami, dopo una PET, tac, risonanze, radiografie, emocolture e chi più ne ha più ne metta, ha ricoverato mia moglie Michela. Ero disperato, la febbre andava e veniva, al pronto soccorso ho trovato un medico che l’ha rimandata a casa perché in quel momento non aveva febbre. Ho pensato anche di andare privatamente, ma non è stato possibile perché a causa delle condizioni di base di mia moglie cardiopatica, con allergie incredibili, con morbo di chron, asma, adenoma ipofisi, e tante altre cose che non ricordo, nessuna struttura privata avrebbe accettato un paziente senza un reparto di rianimazione. Quando andavo in ospedale vedevo sempre il professore in reparto. Mattina e pomeriggio. Alla fine è arrivato alla diagnosi: una malattia rara nelle persone sopra i 50 anni, mia moglie ne ha 42, arterite di Horton + artrite reumatoide. Adesso sono a casa felice di aver avuto una diagnosi. Ho visto che nel dolore le persone spesso tirano fuori la parte migliore. Tanti auguri Claudio.

  • -6
    Mitch Jhodete

    Ciao concorrente Claudio!

    Sono contento di $ostenere una persona come te, prima che come “giornalista-bloggher”.

    Da una situazione di ordinaria quotidianità riesci a mettere giù un pezzo di raro giornalismo umano. L’umanità che varie “grancasse” vogliono annestetizzare, perchè “the bizness is bizness”, costi quel che costi. Purtroppo la “grancassa” non si aspettava l’arrivo della rete. E il ritorno al pensiero umano si sente e sta montando nel mondo. Perchè il “tuo sentire” è molto diffuso, è la maggioranza. Al contrario di quanto ci vuol dimostrare la “grancassa”.

    Perlomeno finchè non si compreranno tutto il web hosting.

    Resteremo Umani!

     

    Un augurio di Buona Pasqua, dalla regia di : Reality Hospital 

    Ps: comprare piccola grancassa da mettere affianco macchinine nelle inquadrature!

     

    • -6.1

      “e il ritorno al pensiero umano si sente e sta montando nel mondo”.Io ci credo. È come un’onda anomala. Mi sembra di sentirla arrivare. Presto sommergerà tutto. Voi ne siete le prime increspature.

  • -7
    sil lan

    Hai ragione:  in ospedale, sono gli infermieri  che contano maggiormente per il paziente e non solo perché ti assistono, soprattutto per i rapporti che si creano (quando si creano)…

    Proprio per questo, colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente gli infermieri e la infermiere del reparto oncologico dell’Ospedale di Sesto San Giovanni, che ho recentemente frequentato per sei lunghi mesi di chemioterapia.

    La loro disponibilità, la gentilezza, il sorriso costanti hanno contribuito notevolmente a rendere più lieve un percorso difficile e faticoso.

    Ti auguro di trovare persone altrettanto umane, e di guarire presto. 

  • -8

    Grazie Claudio per i tuoi splendidi articoli, per il tuo essere umano,per il tuo esempio, che certamente rende migliore il nostro mondo, per aver fatto nascere un arcobaleno di lacrime e gioia anche nella mia pasqua solitaria, non azzardarti a non guarire…43 anni sono troppo pochi, tu devi arrivare almeno a 100. Un abbraccio e buona Pasqua di resurrezione!

  • -9

    Auguri Claudio. Grazie per questa storia vera. Lo so che non ti stanno molto simpatici i preti – neanche a me molto in realtà – ma per mia fortuna ne ho incontrati alcuni che hanno fatto di me una persona migliore; ad ogni modo, nonostante i preti, il messaggio evangelico è innegabilmente pieno di buon senso e umanità … e in questo caso mi sembra che tu sia stato il buon samaritano per la nostra Rosa Ada. Buona Pasqua.

    g

  • -10
    mikiragno

    Leggendo questo articolo mi e’ sembrato,per un attimo,di entrare tra le pagine di un libro di Kundera… Bravo Claudio! Tanti auguri per tutto!!!

  • -11
    ghiacciolo
    Che storia commovente, triste ma a lieto fine.
    Si sa, gli infermieri svolgono un ruolo importantissimo, devono essere più pazienti dei pazienti, si trovano a contatto con i malati i quali hanno un grande bisogno di loro. Non solo a livello professionale ma anche a livello umano, aiutandoli anche dal punto di vista psicologico. Certo, può capitare a chiunque di vivere la classica giornata no e trattare per questo male qualcuno, ma deve essere l’eccezione non la regola, altrimenti cambi mestiere. E poi, veramente, come dici tu, in alcuni casi serve davvero poco per tirare su di morale una persona caduta nel totale scoramento. Alla signora Rosa Ada sono bastati un sorriso e un po’ di calore umano…
  • -12
    Quilo

    Siamo coetani, Claudio. 43 possono bastare anche a me. Grazie!

  • -13

    W LA SANITÀ PUBBLICA! Nonostante i farabutti sul ponte di comando facciano di tutto per affossarla. Se non ci liberiamo di questa televisone e quindi di questa classe politica, un giorno gireranno SICKO anche in Italia.

  • -14
    Claudio.farna

    Augurissimi Claudio!!

  • -15
    Ramad el'Dib

    Vengo da una Realtà mediorientale-Stato di Israele-e sono tante le contraddiczioni che lpossiamo trovarci-Tanta Spiritualità, e i Coloni-Le Sinagoghe, le Moschee, e le Bombe e i Check-points-tutto quello che volete-ma ci viene insegnata una cosa:il Rispetto per l’Anziano-per il Bambino-per il Malato-ci viene insegnata la Compassione per chi è a terra, indipendentemente dalla divisa che indossa-quando è a terra, è a terra-e in ospedale, la persona nel letto, è A TERRA-e se è anziano, o bambino, è due volte a Terra!Claro, se sono venuto vi da là, più di 20 anni fà ormai, c’erano e ci sono ragioni-anche grosse-ma non posso leggere certe notizie, e non fare confronti-e non parlo solo dello Statoi di Israele-in tutto il <medio Oriente, nel Maghreb, vicino al Deserto-magari mabcano i mezzi-magari i macchinari sono di prima della guerra, e gli sterilizzatori-quando ci sono-sono da mettersi a piangere-ma il Fattore Umano è Forte-l’Infermiere non solo cura e cambia e mette la padella e controlla le fasciature-l’Infermiere PARLA con il malato-non lo lascia solo-sa come si sta, e non vuole che altri soffrano-perchè, penso, per la stessa ragione per cui nei paesi in Guerra o comunque molto problematici, allo Stadio la gente ci va a guardare la partita e a divertirsi, e non a fare la Guerra come mi tocca vedere in Occidente, forse perchè da quelle parti la Guerra già ce l’hanno in casa, allo steso modo, in ambito Ospedaliero, che, lavorandoci, conosco bene in entrambe le zone, in Medio Oriiente si ha così presente e permanente il senso imminente dalla Fine, della Morte, della Guerra che ti porta via all’improvviso con una bomba o con uno Shah’e’ed, che si porta MOLTA attenzione a chi se ne sta in un letto di Ospedale-perchè si sa che domani, o fra mezz’ora, potrebbe toccare a NOI…

    Shalom, Anziana Signora, spero che ora Tu stia bene-e Shalom anche a Te, Infermiere-non è facile, lo so, ma se aspetti in po’, la Guerra verrà anche qui, e chi sa che non rivedrai qualcosa…e Shalom a Te ce hai scritto l’Articolo, e GRAZIE!

    Shalom Aleichem a Tutti!

  • -16
    OmarValente

    Restare umaniUn concetto così semplice, espresso con due parole… Sembrerebbe scontatoAugurassimi sia per la Pasqua che per la guarigione.

  • -17

    Come detto via facebook rinnovo i miei auguri a te, che riesci a restare umano.

    A te che dimostri una volta di più che non è necessario rivoltare le montagne per rendersi utili o fare qualcosa di buono.

     

    Spero che tu possa guarire presto, davvero.

     

  • -18
    zokmar

    bravo Claudio, sei un Grande.

    Mi hai fatto commuovere, accidenti a te. ;)

    Buona Pasquetta.

    MM

  • -19
    Luigi Quintavalle
    aluises

    Auguri Claudio, che Rosa possa presto ritornare tra i muri della sua vita, e grazie per l’umanità che ogni giorno ci stai regalando, in fondo “basta poco, e ché cce vo’ !!”

    A proposito mi hai ricordato … VALIDATION … per chi non l’ha visto o per chi non ne conosce il senso, è un metodo di terapia, ma forse anche qualcosa di più !!

    http://youtu.be/5o1uBTXl9SI

    Serenità a tutti e non dimenticate … un sorriso, vale molto più dei soldi !! (almeno per i … comuni mortali)

    Luigi Quintavalle (aluises)

  • -20
    michela

    ..a proposito di empatia..era il 17-01-2011.

  • -21
    inf80

    ciao Claudio, mi chiamo Angela e sono un’infermiera e lavoro in ortopedia quindi posso immaginare la scena che hai vissuto tu qulla notte. 

    Cercare di aiutare un’anziana o chi ha bisogno non è di certo sbagliato e fa onore a chiunque ancora riesce a farlo.

    Non preoccuparti di sicuro gli infermieri non smetteranno di prendersi cura di te solo perchè ti sei offerto di prestare il cellulare per la signora che implorava di telefonare un’amica.

    Detto questo volevo prima di ogni cosa farti i complimenti per come hai descritto gli infermieri e quello che è una parte del loro ruolo…purtroppo, ti dico, oggi la legge e la burocrazia ci occupa molto tempo nell’esercizio della nostra professione e a volte, credimi, diventa veramente difficile riuscire a scambiare qualche parola con i pazienti…spesso a causa di quei medici che tu definisci come divinità sei ancora più impegnato del solito perchè magari molte delle cose che loro dovrebbero fare vengono delegate o te ne fai carico per il bene del paziente…a volte solo per delle disorganizzazioni dell’azienda stessa siamo noi infermieri a prendere su le lamentele, le parolacce e le minacce dei pazienti più furibondi e quando di notte telefoni il medico di guardia solo per dirgli che il paziente tizio non riesce a dormire e vorrebbe qualcosa che lo aiutasse puoi anche sentirti rispondere “fagli una camomilla” come se una camomilla servisse a far riposare il paziente e tu devi stare lì a telefono a cercare di convincere quel medico ad alzarsi dal letto per venire in reparto a vedere il paziente e decidere cosa somministrargli. 

    Non sono qui a scrivere per criticare i medici ne per giustificare il mio collega che con tono inaccettabile ti ha detto:”qui comando io e tu cerca solo di stare a letto”…inaccettabile!!!

    Scrivevi anche che sarebbe giusto permettere ad un parente o amico di rimanere vicino al proprio congiunto, ma sapessi quante volte noi vorremmo che ciò accadesse e sapessi quante volte i figli o i parenti, soprattutti degli anziani, una volta giunti in reparto li ‘scaricano’ lì dicendoti per qualsiasi cosa il mio numero è questo e quando poi li chiami hanno centomila scusa per giustificarsi per il non poter venire lì in reparto a rendere più familiare quel luogo che tanto disorienta. 

    Noi infermieri ci ritroviamo spesso ad essere non solo del angeli custodi ma ci trasformiamo in figli, nipoti, amici…ma quando proprio non sai dove dividerti anche per noi diventa difficile e spesso credimi la sola che vorresti fare sarebbe quella di chiuderti in bagno e lanciare un grido…

    C’è bisogno da parte di tutti una forte collaborazione, c’è bisogno di riformare il tutto e di incentivare molto di più i rapporti relazionali a tutti i gradi e in tutti i settori.

    Spero che a seguire il tuo blog ci siano altri infermieri che commentino perchè forse grazie a te toccheremo un tema che sta per scoppiare c’è un malcontento generale da parte di tutti ma come vedi le prendiamo sempre noi infermieri…

    Grazie ancora Claudio e scusa se ti siamo sembrati inumani…

     

    • -21.1

      Sono distrutto dall’ora tarda. Ho una maxi flebo di Toradol e Contramal nell’incavo del gomito e quindi non posso scrivere, ma lo faccio solo per aggiungere che qui dentro ci sono tante persone fantastiche. Vedo cosa fanno quotidianamente e le stimo dal profondo. Se qualcuno conosce privatamente il personale oss del Sacco e li vuole contattare, può dire loro che io sono estremamente interessato e più che disponibile a raccogliere la loro voce e iniziare un percorso di confronto sul blog che serva a tutti per incontrarsi, fare conoscere questo mondo silenzioso e affascinante e cercare insieme un percorso comune, nel rispetto dei loro problemi e delle loro esigenze. Forse la mia presenza qui, in fondo, non è stata un caso. Usatemi ;)

  • -22
    roberto p.
    roberto p.

    “Chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù, quando muore va laggiù”

    Quest’altro motto fa il paio con il tuo. E gli Italiani ne sono figli.

    Fin da piccoli ce li insegnano, ci cresciamo insieme. Ma non è così. La convivenza civile è soprattutto solidarietà. Denunciare e fare la spia sono cose differenti, andrebbe spiegato alle persone.

    La sensibilità è qualcosa che hai dentro, ma rispettare il prossimo ti deve essere insegnato, chiunque esso sia.

    “Restare umani”  è difficile in questo mondo, ma dobbiamo provarci se vogliamo sopravvivere.   

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