Come il cacio sui maccheroni

Massimo Mantellini oggi, su Punto Informatico, non potrebbe riassumere meglio molte delle perplessità che ho espresso in questi giorni sul blog circa l’affaire Current Tv italia – Sky Italia, culminate con la lettera aperta a Tommaso Tessarolo, che sarà ospite del blog entro fine settimana.

Punto Informatico mi vorrà perdonare se per una volta, contravvenendo alle regole, pubblico per intero l’articolo di Massimo, che casca come il cacio sui maccheroni.

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LA VOGLIA DI CAMBIARE LA TV

di Massimo Mantellini per Punto Informatico


 La grande polemica che ha coinvolto negli ultimi giorni il network satellitare Sky e Current TV, che in Italia sui trasponder di tale network trasmette, si è giocata a colpi di interviste in TV, mail rese pubbliche, incontri a porte chiuse con i blogger, ampie discussioni sui social network. Come spesso accade in questi casi i termini utilizzati sono stati, da una parte quelli ingombranti del diritto alla libertà di espressione, della censura, della oscura trama politica, dall’altra quelli ampi e conosciuti legati alla retorica del libero mercato.

Current chiude per una censura imposta da Murdoch e da Berlusconi all’unico network televisivo libero dai condizionamenti del capitale e della politica, come ha sostenuto Al Gore durante la sua rapida offensiva mediatica italiana, o la sua estromissione dall’offerta televisiva satellitare rientra in una normale scelta commerciale legata ai bassi ascolti ed agli alti costi come afferma Sky?

Noi non lo sappiamo, quello che è certo è che nella catena scenografica di documenti disvelati al pubblico, contratti e fax desecretati, dati di ascolto infine resi pubblici, resta molto complicato per i non addetti ai lavori esprimere giudizi ponderati (eppure di giudizi lapidari al riguardo – come sempre accade in questi casi – è piena la Rete italiana) mentre sarebbe invece più utile ragionare su un altro punto altrettanto importante, quello delle piattaforme distributive.

Noi possiamo continuare a dedicare un articolo a settimana alle ingiustizie perpetrate per esempio da Facebook quando chiude improvvisamente e senza troppe spiegazioni il profilo sul proprio social network di questo o quell’utente. Spesso le ragioni di simili scelte sono risibili o inesistenti, magari sono il risultato di una procedura automatica, in certi casi sono il portato di una diversità culturale americana che noi europei sentiamo come molto distante. In tutti i casi, simili decisioni discendono da una nostra scelta: quella di aver affidato i nostri dati personali ad una piattaforma privata. Potremmo comportarci diversamente? Certo. Lo facciamo? No, non lo facciamo.

Molta stampa italiana vive da anni un periodo di crisi economica senza precedenti. La piattaforma distributiva è appesantita da regole rigidissime e vecchie tutele sindacali, perde colpi un giorno sì e l’altro pure, si regge in buona parte sui finanziamenti pubblici. Eppure ciclicamente quotidiani di carta che nessuno acquista, o i settimanali più disparati, annunciano il grande rischio che deriverebbe dalla loro imminente chiusura. Anche in questi casi le parole sono ingombranti e accennano alla libertà di espressione, al pluralismo ed alla rappresentanza democratica. Quanti di questi quotidiani o settimanali di carta, in nome di quegli stessi principi, sono passati in questi anni di vacche magrissime dalla carta al Web? Che ricordi io, in Italia, praticamente nessuno. Le garanzie, per quanto modeste anche economiche della piattaforma, sono evidentemente più importanti dei rischi per la democrazia.

Eppure da un decennio a questa parte l’alternativa distributiva esiste, e si chiama Internet: solo che in questo paese nessuno sembra volerla prendere in considerazione. I cittadini preferiscono, a frotte e per la prima volta, il piacevole giogo di Mark Zuckerberg, in un “così fan tutti” che è quasi impossibile da controbattere. I giornalisti aspirano alla carta stampata, dove non esistono altri spazi se non quelli di uno sfruttamento ampio del lavoro precario e sottopagato e considerano spesso il Web come una scelta svilente e di retroguardia.

E Current TV? Current, nata curiosamente come un network basato sui contributi generati dagli utenti ai quali prometteva anche bei soldini, con un modello di business poi rapidamente dismesso, rimane attaccata con le unghie e con i denti alla piattaforma satellitare del cattivo magnate australiano, grida alla lesione dei diritti democratici dei suoi ascoltatori, inneggia alla propria evidente diversità. Eppure le alternative distributive per garantire pluralismo e libertà ai suoi ascoltatori ci sarebbero. Il Digitale Terrestre per esempio, raccontato dai nostri politici a suo tempo come la nuova frontiera della moltiplicazione delle fonti informative ed abitato oggi per lo più da fattucchiere e venditori di chincaglierie, ma soprattutto la rete Internet che si adatterebbe molto bene al tipo di pubblico ed al tipo di informazione della TV di Al Gore.

Perché questa opzione sia così poco considerata è piuttosto evidente e riguarda almeno in parte ed ancora una volta la dittatura delle piattaforme informative. I cattivi – per quanto mi riguarda – lo sono fino a prova contraria. Facebook genera ricchezza per sé con i dati che io volontariamente le affido, il sistema dei giornali si regge ormai in buona parte sui denari che drena dalle tasse dei cittadini, la TV pubblica affonda la propria immobilità nei soldi degli inserzionisti, nel canone e nell’invasione della politica. Mentre SKY fa valere la rendita di posizione della propria piattaforma con il piglio del padrone.

Vogliamo opporci a tutto questo senza nasconderci dietro ad un dito? Cerchiamo ascolti, consenso e finanziatori su Internet, fuori dalle mille dittature delle piattaforme esistenti, non mobilitiamo gli utenti della Rete per sottoscrivere la tautologia secondo la quale i cattivi sono cattivi. Al Gore, che a suo tempo molti anni fa si definì, in una battuta sfortunata diventata celebre, come “l’inventore di Internet”, in questi giorni ci sta dicendo che cambiare non è possibile. E tutto questo è francamente deludente, non tanto per Current, alla quale auguriamo ogni bene, quanto soprattutto per noi stessi.

Massimo Mantellini

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3 risposte a Come il cacio sui maccheroni

  • 3
    Michele Carbone

    Secondo me più che andare sul web potrebbero cedere i contenuti che producono con licenza cc, un pò sullo stile di Al Jazeera (sì esatto, non Rai, non BBC, Al Jazeera). Questa è una tattica vincente.

    Altro grande elemento sarebbe introdurre un sistema di indicizzazione e ricerca dei siti indipendente. Tu puoi avere il server dedicato quanto vuoi, ma se sparisci dai record di Google smetti di esistere per un sacco di gente. Se non carichi i tuoi video su Youtube la popolarità del tuo servizio cala drasticamente.

    Comunque non voglio sembrare troppo polemico, mi accorgo che sto monopolizzando i commenti: sono d’accordo con te su un sacco di cose!

  • 2

    E per quanto ho detto sopra…cos’è la rete? In cosa consiste la rete libera? Esiste un posto all’interno di essa in cui siamo realmente liberi e senza costrizioni ideologiche, economiche, legislative?

    Sì. Esiste. Per esempio i blog. Questo è un server dedicato e nessuno lo può oscurare senza un atto palese della magistratura. Qui non esiste censura oscura. Per il resto, la rete ti dà l’infrastruttura, sta a noi costruirci sopra spazi di libertà, senza delegare sempre a colossi esistenti come Facebook o YouTube. L’articolo di Mantellini vuole sottolineare proprio questo: la transizione di realtà fortemente orientate alla filosofia della rete, come Current, in internet, costituirebbe un forte incentivo a traslare l’utenza dalla televisione alla rete.
    C’è poca gente su internet? Ma non diciamone più: ci sono trenta milioni di persone, di cui almeno 6/7 milioni usano internet per informarsi (vedi mio vecchio articolo con i conti precisi). Current ha un ascolto medio di 3000 persone circa giornaliere, con un monte contatti (fonte Current stessa) di 400 mila persone. Credi che anche se andasse sul web non ci sarebbero margini di miglioramento sterminati? Certo che ci sarebbero, e lì sì che gli utenti (paganti) si misurano con precisione, uno per uno. Se ha tutta questa forza, gli utenti di Sky che oggi dichiarano di volersi disabbonare saranno felici di farlo e devolvere una parte di quello che pagavano prima a sovvenzionare current sul web, e saremmo all’avanguardia per una volta nel mondo, aprendo una strada per tutti quelli che volessero seguirne la strada e incentivando la gente a entrare in rete e, soprattutto, a chiedere più risorse per la banda larga e un’infrastruttura di rete finalmente adeguata. Non solo: gli investitori si sposterebbero finalmente progressivamente in rete etc…
    Insomma: tutto un circuito virtuoso si metterebbe in movimento. Ti pare poco?

    Altrimenti continuiamo a litigare perché Annozero non va in onda, perché Vespa occupa la prima serata, perché i talkshow hanno sempre gli stessi ospiti etc etc…

    E’ la mentalità che deve cambiare. E’ il coraggio che manca.

  • 1
    Michele Carbone

    Noi possiamo continuare a dedicare un articolo a settimana alle ingiustizie perpetrate per esempio da Facebook quando chiude improvvisamente e senza troppe spiegazioni il profilo sul proprio social network di questo o quell’utente. Spesso le ragioni di simili scelte sono risibili o inesistenti, magari sono il risultato di una procedura automatica, in certi casi sono il portato di una diversità culturale americana che noi europei sentiamo come molto distante. In tutti i casi, simili decisioni discendono da una nostra scelta: quella di aver affidato i nostri dati personali ad una piattaforma privata. Potremmo comportarci diversamente? Certo. Lo facciamo? No, non lo facciamo.

    Il problema qui è un altro ed è stato ben sollevato dalla redazione di Report di qualche settimana fa. Al momeno non esistono piattaforme che non siano private. Privarsi di Facebook, privarsi di Google e Youtube significa smettere di essere un soggetto attivo nel Web. Questa situazione 20 anni fa non esisteva: accedeva meno gente, l’anonimato era la regola, c’erano delle difficoltà nella creazione di pagine web e nella condivisione dei contenuti, ma è anche vero che gran parte delle comunicazioni non erano in mano a network privati. L’esempio clamoroso è Apple con i suoi gingilli: la rete asservita ai servizi e l’accesso ad essa attraverso le app. Qualcosa di molto lontano da quello che la rete era in passato.

    Molta stampa italiana vive da anni un periodo di crisi economica senza precedenti. La piattaforma distributiva è appesantita da regole rigidissime e vecchie tutele sindacali, perde colpi un giorno sì e l’altro pure, si regge in buona parte sui finanziamenti pubblici. Eppure ciclicamente quotidiani di carta che nessuno acquista, o i settimanali più disparati, annunciano il grande rischio che deriverebbe dalla loro imminente chiusura. Anche in questi casi le parole sono ingombranti e accennano alla libertà di espressione, al pluralismo ed alla rappresentanza democratica. Quanti di questi quotidiani o settimanali di carta, in nome di quegli stessi principi, sono passati in questi anni di vacche magrissime dalla carta al Web? Che ricordi io, in Italia, praticamente nessuno. Le garanzie, per quanto modeste anche economiche della piattaforma, sono evidentemente più importanti dei rischi per la democrazia.

    La crisi la vive generalemente la stampa che non è seguita, acquistata, che sopravvive con i fondi pubblici: la chiusura di tali testate comporterebbe una diminuzione del pluralismo decisamente ristretta. Io non farei una battaglia per salvare Il Manifesto, che ha anche dei buoni cronisti. Ma Current è una rete che viene pagata e finanziata da molte persone che la apprezzano. Dubito fortemente che, nella sterminata landa dei canali di Sky, Current sia in cima alla lista di quelle da eliminare.

    Eppure da un decennio a questa parte l’alternativa distributiva esiste, e si chiama Internet: solo che in questo paese nessuno sembra volerla prendere in considerazione. I cittadini preferiscono, a frotte e per la prima volta, il piacevole giogo di Mark Zuckerberg, in un “così fan tutti” che è quasi impossibile da controbattere. I giornalisti aspirano alla carta stampata, dove non esistono altri spazi se non quelli di uno sfruttamento ampio del lavoro precario e sottopagato e considerano spesso il Web come una scelta svilente e di retroguardia.

    A tal proposito lancio un sassolino: ma è legittimo che Facebook sia in mano ad una azienda privata? Si può stabilire il possesso della socialità, del bene comune, fosse pure esso virtuale? Ciò è inammissibile. Hanno programmato la piattaforma, benissimo, ora rendetela disponibile dietro pagamento a chi ne voglia fare uso ma non arrogatevi il diritto di appropriarvi qualcosa che non è vostro.

    La transizione dalla carta stampatica al web non è così scontata, specie in Italia dove coloro i quali sono connessi sono la minoranza e di quelli connessi e abbastanza tracciato il profilo (diciamo che testate come Libero o Il Giornale non se le filerebbe nessuno).

    Cerchiamo ascolti, consenso e finanziatori su Internet, fuori dalle mille dittature delle piattaforme esistenti, non mobilitiamo gli utenti della Rete per sottoscrivere la tautologia secondo la quale i cattivi sono cattivi.

    E per quanto ho detto sopra…cos’è la rete? In cosa consiste la rete libera? Esiste un posto all’interno di essa in cui siamo realmente liberi e senza costrizioni ideologiche, economiche, legislative?

    I cattivi non sono cattivi, sono semplicemente disumani.

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