NUCLEARE: “PERCHE’ NO?”

Perché è consigliabile mettere un SI’ sul quesito referendario che riguarda il nucleare, alle consultazioni del 12 e del 13 giugno.

Ecco l’intervista che ho realizzato nell’aprile scorso alla sede di Greenpeace di Roma, ospite del direttore Giuseppe Onufrio,  e che è sempre rimasta nel cassetto a causa del mio ricovero in ospedale.

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NUCLEARE: PERCHE’ “NO”?

Intervista a Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo Greenpeace Italia


La struttura dei costi industriali dell’elettricità da nucleare è fatta così: il 70-80% del costo dipende dal costo dell’impianto, diversamente da altre fonti come il gas in cui invece il costo del combustibile è la maggior parte. Questo che significa? Significa che una volta che il capitale è ammortizzato il nucleare è conveniente, ma fino a che il capitale non è ammortizzato o se non ti regalano la centrale, il nucleare può costare parecchio e di fatto le stime correnti per i nuovi reattori di terza generazione avanzata, tutte le stime ci dicono che costa di più persino dell’eolico. Che cosa è accaduto? È accaduto che nel corso degli anni il costo di impianto a dollari costanti attuali è andato crescendo, quindi noi vediamo che oggi i primi reattori approvati negli Stati Uniti – ancora i cantieri non sono aperti, ma il cui piano finanziario è stato approvato o è in corso di approvazione negli Stati Uniti – costano grossomodo 6 miliardi di dollari per mille megawatt, per dare un’idea. Quando Bush ha cominciato a proporre il nucleare nel 2001 – perché questa storia del rilancio del nucleare inizia negli Stati Uniti con la presidenza Bush – il dibattito dell’epoca era prima di un miliardo per mille megawatt, poi due miliardi, piano piano oggi siamo a sei miliardi. Questo che significa? Significa che se uno fa il confronto tra i costi di investimento del nucleare così come oggi sono discussi e le altre fonti, scopre che il nucleare è la fonte più costosa. La centrale di Fukushima in realtà era una miniera d’oro. Perché una miniera d’oro? Perché era una centrale di quarant’anni fa, quindi costruita con i costi di quarant’anni fa, e in più già ammortizzata. Questa dei profitti a pioggia di certi impianti non è una peculiarità esclusiva del nucleare, ma anche di altri impianti come il carbone. Nel carbone il costo del combustibile è più basso e quindi se la centrale a carbone è già ammortizzata, soprattutto in un mercato che ha come riferimento il prezzo del gas, una centrale a carbone fa molti profitti. Questo però è vero anche per l’eolico. L’eolico, visto che quasi tutto il costo dell’eolico è un costo di impianto, una volta che il costo di impianto è recuperato il vento arriva, le pale girano e si produce elettricità praticamente gratis. Quindi il discorso che facendo il nucleare le bollette domani scendono è una stupidaggine. Le bollette aumentano. Se uno guarda le stime del governo americano vede che l’energia nucleare è la più costosa rispetto a gas, carbone ed eolico, e quindi almeno per tutto un primo periodo, che può durare 15 o 20 anni, le bollette tendono a salire. Poi le bollette scendono? Non è che le bollette scendono, poi chi ha fatto il nucleare guadagnerà nella differenza di avere un impianto già ammortizzato con un costo di riferimento dell’elettricità più alto. Quindi in ogni caso non è un beneficio che va direttamente ai consumatori, è l’andamento dei costi di costruzione degli impianti nella realtà. Quindi si vede che dal ’71 fino agli anni ’90 c’è stato un incremento. Queste sono le stime e le promesse che ci fanno i vari soggetti e vediamo che alcuni soggetti in realtà parlano dei costi degli anni ’70, altri soggetti hanno come riferimento i costi degli anni ’80, Wall Street qui ha i costi reali degli anni ’90. Quindi si vede come il rinascimento nucleare è basato, per chi ha fatto la propaganda all’inizio, su costi che non sono assolutamente più realistici. Il costo è certificato oggi dal governo americano. Nell’ottobre scorso il partner americano dell’EDF francese era nella discussione finale per accedere alle garanzie bancarie del governo americano sulla base di un piano di investimento di 9 miliardi e 6 in dollari. Quindi l’Enel ci racconta che una EPR costerà 4 miliardi e mezzo, in realtà negli Stati Uniti a ottobre poi l’azienda ha unilateralmente interrotto le trattative e quindi ha cancellato l’unico progetto concreto negli Stati Uniti per fare un reattore come quello che si vuole fare in Italia, ma il costo tradotto in euro sarebbe più vicino ai 7 miliardi che ai 4 e mezzo. Adesso qui non è più una questione di studi accademici oppure proiezione dei costi fatta da questa o da quell’agenzia, qui siamo di fronte a un piano di investimento approvato da un governo che vuole fare il nucleare e lo incentiva.Qui chi investe questi soldi? Perché, ripeto, in teoria sono le aziende che dovrebbero investire. Per fare il piano del nucleare del governo ci vogliono quattro reattori francesi da 1.600 megawatt e sei reattori americani da 1.100 megawatt, per fare quel famoso 25%. Quanto costano questi? Io direi che siamo intorno ai 50 miliardi di euro, una cosa di questo genere. Dice “ma a te cosa importa? Tanto sono soldi che spendono le aziende elettriche”. Ora, da qualunque punto di vista si facciano questi conti si vede che l’elettricità verrebbe a costare più di quello che oggi è il costo alla borsa elettrica. Certo, uno può dire che in futuro il petrolio ci porterà a costi più alti perché il prezzo di riferimento è quello del petrolio, ma uno fa i conti con quello che sa oggi, non è che può fare i conti con quello che non sa. Se qualcuno pensa che queste aziende sono benefattrici dell’umanità può anche credere che i soldi ce li mettono loro e a noi non ci costa nulla, però questa è una libera interpretazione, io non credo che queste aziende siano dei benefattori dell’umanità e quindi i soldi che mettono dentro a questo sistema vorranno caricarli direttamente o indirettamente sui consumatori o sui contribuenti.La gestione delle scorie e lo smantellamento, siccome sono operazioni che si faranno molto lontano nel tempo, hanno un costo attuale basso. Cioè, anche se si tratta di miliardi, siccome le operazioni si faranno tra 80 anni, un secolo, scontando questi miliardi si arriva a dei costi bassi, anche se non sono esattamente così bassi come dice l’industria, nel senso che se guardiamo il dibattito, l’industria, cioè la fonte industriale, il costo, lo smantellamento è stimato intorno al 15% dei costi di costruzione, altri sostengono che costerà esattamente quanto costruirne uno nuovo. Qual è il punto però? Noi facciamo finta di firmare oggi un contratto per un EPR, tra autorizzazione e costruzione nessuno riesce a metterci meno di dieci anni, questa centrale è costruita per funzionare per 60 anni, di norma dopo che ha finito di funzionare, ammesso che non abbia prolungamenti, mettono altri 20 anni per cercare di aspettare un po’ che la radiazione scenda per abbattere i costi e i rischi dello smantellamento, per cui in sostanza questi soldi che vengono accantonati durante il periodo del funzionamento devono essere poi portati in un tempo molto lontano, diciamo circa un secolo dalla firma del contratto. Quindi il problema è che in un secolo ci sono tre generazioni e un po’, trent’anni, trent’anni e trent’anni, quindi questi nostri pronipoti riceveranno da noi un pacco nucleare e noi dobbiamo essere in grado di garantire che il valore degli accantonamenti che faremo nel corso del tempo verrà protetto da crisi economiche come quelle che abbiamo avuto. Quali sono gli strumenti finanziari che reggono per un secolo? Questa è una domanda che bisognerà fare. Al di là del fatto che poi, ripeto, anche la parte meno pericolosa delle scorie, quella che in Italia classifichiamo come scorie di seconda categoria, andranno messe in un bunker di superficie – questo è quello che altri paesi stanno facendo – e quel sito verrà considerato come un sito di rifiuti nucleari per tre secoli. Noi quest’anno abbiamo fatto 150 dall’Unità d’Italia, se avessimo costruito un deposito nucleare di seconda categoria che, ripeto, è il 10% del problema in termini di radiazioni, di inventario di radioelementi, noi oggi saremmo a metà strada e nel frattempo ci sarebbero state due guerre mondiali. Quindi i tempi con cui il nucleare ci costringe a confrontarci sono enormi, non hanno nessun paragone con nessun’altra industria. Ricordiamo che in Inghilterra per lo smantellamento dei primi 26 reattori di prima generazione e per la bonifica del sito di Sellafield c’è una stima di un buco in bilancio di 90 miliardi di euro, ma il piano del governo per mettere a posto questo primo pezzo del nucleare inglese durerà 120 anni. Io non so che credibilità o che… Quando le conseguenze delle nostre scelte vanno al di là dell’orizzonte in cui l’uranio si può considerare esaurito, io credo che veramente questo è un indicatore della follia della scelta nucleare.

Abbiamo solo due cantieri di EPR, uno in Francia e uno Finlandia, e sono inguaiati, letteralmente inguaiati. In Finlandia l’accordo per la costruzione di Olkiluoto, cantiere che è ancora aperto e in grandi difficoltà sia legate all’autorizzazione di sicurezza, sia a ritardi in cantiere, sia ai costi, perché aumentando i tempi aumentano anche i costi, in Finlandia l’accordo era tra l’azienda elettrica che comprava l’impianto e un gruppo di grandi consumatori industriali che erano organizzati, sono organizzati in un consorzio che si chiama Elfi, un consorzio no profit, questo consorzio di grandi consumatori, acciaio e altre industrie, vogliono comprare a prezzo di costo per un certo numero di anni l’elettricità della centrale che verrà poi messa in linea, ancora non si sa bene quando, ma con grande ritardo. L’accordo che hanno fatto nel 2003 prevedeva un costo di 3 miliardi e 2. Oggi i costi sono più che raddoppiati, quindi significa che anche comprandola a prezzo di costo, gli costerà più di quello che comprerebbero sul mercato, il prezzo che troverebbero sul mercato, in più c’è anche il fatto che in Finlandia l’azienda elettrica sta facendo causa al costruttore francese per 2 miliardi e 4 e il costruttore francese sta facendo causa all’azienda elettrica per 1 miliardo di euro perché entrambi si accusano di essere responsabili del ritardo nei lavori e degli errori fatti. Le procedure di autorizzazione per lo stesso reattore americano negli Stati Uniti sono ancora non completate, quindi né in Inghilterra né negli Stati Uniti questi reattori sono approvati al momento, mentre in Francia e in Finlandia la procedura di approvazione è parallela alla costruzione del cantiere, perché in quei paesi è possibile farlo. Quindi perché l’incidente di Fukushima segna un punto di svolta nella discussione del nucleare nel mondo? Perché siccome gli impianti esistenti vanno invecchiando e siccome l’industria nei paesi in cui il nucleare già c’è, la tecnologia l’hanno inventata loro, nessun referendum gli impedisce di fare alcunché, non riescono a costruire nuovi impianti per sostituire quelli che vanno a fine vita, in tutti i paesi, Stati Uniti, Germania, dove il dibattito è solo su questo, hanno chiesto di estendere le licenze di esercizio dei vecchi impianti per farli funzionare di più. Se io ho un impianto che va a fine vita a 40 anni e ottengo in cambio di qualche investimento di manutenzione straordinaria o parziale rifacimento, perché poi volta per volta le autorità di sicurezza possono imporre delle misure in cambio dell’estensione, diciamo come vincolo per l’estensione del permesso all’esercizio, è chiaro che è un investimento molto vantaggioso, perché gli investimenti che vengono fatti sono comunque una piccola parte rispetto all’investimento che ci vorrebbe per farlo nuovo l’impianto, quindi si tratta di investimenti che hanno molta remunerazione economica perché gli impianti sono già ammortizzati. Quindi la strategia dell’industria nucleare per resistere a un declino rapido è quella intanto di estendere la vita utile degli impianti e negli Stati Uniti già metà dei reattori hanno ottenuto questa licenza, in Germania hanno chiesto un’estensione a seconda della vecchiaia, di una decina d’anni, diciamo così, che oggi è messa in discussione proprio per l’incidente di Fukushima, perché l’incidente di Fukushima mostra come per quanto uno possa fare o essere bravo a costruire i reattori, a farli in modo antisismico, i reattori sono vulnerabili, tanto più se sono vecchi, perché sono sempre delle macchina e ogni macchina più invecchia e più la probabilità che si guasti cresce.

Se un blackout generato da qualunque causa. attentato, terremoto, guasto tecnico, quello che volete, se un blackout colpisce una centrale nucleare di terza generazione la differenza che c’è con Fukushima è che Fukushima aveva due generatori diesel di emergenza e nei nuovi impianti saranno quattro, però se manca la corrente al reattore, la fisica al reattore è la stessa. Quindi quello che dimostra Fukushima è che bastano poche ore, 10, 12, 15 ore per portare un reattore fuori controllo. Quando un reattore va fuori controllo non esiste una tecnica per ripristinare una situazione di sicurezza. Quello che adesso continua a succedere a Fukushima è che si cerca di raffreddare i reattori per tenerli a temperatura bassa, la fusione del nocciolo almeno in due reattori è certa, forse c’è anche un danneggiamento del vessel e stanno producendo come risultato quantità esorbitanti di acqua fortemente contaminata che ora diventerà un problema perché bisognerà capire come gestirla. Quindi i reattori di nuova generazione riducono la probabilità, cercano di ridurre la probabilità che una certa catena di eventi succeda. Il rischio è probabilità per entità delle conseguenze, paradossalmente potrebbe essere anche maggiore perché un EPR è più del doppio grande dei reattori più grandi di Fukushima. Poi dobbiamo sempre ricordare questo, che i reattori di seconda generazione, come quelli che stanno avendo questi problemi in Giappone, sono stati costruiti incorporando come obiettivo progettuale un incidente grave come questo ogni centomila anni reattore. Centomila anni reattore significa che quei 400 reattori che abbiamo oggi nel mondo, 440, ci sarebbe un incidente ogni 250 anni. Noi abbiamo già avuto Three Mile Islan, Cernobil e qui probabilmente sono tre reattori, quindi ne abbiamo avuti cinque in 14.400 anni reattore. Quindi la promessa di bassa probabilità di incidenti gravi che ci hanno raccontato quando io ero studente in fisica, trent’anni fa, si è rivelata abbastanza discutibile. Certo, uno può dire “tanto dal prossimo milione di anni non ci saranno più incidenti e quindi la statistica tornerà quella che avevano promesso”, però uno è libero di crederci, io francamente suggerirei di non crederci.

Intanto in Italia non abbiamo nessun bisogno di fare il nucleare, anzi credo che l’esserne usciti sarà alla lunga un vantaggio anche economico, perché chi ha il nucleare poi dovrà smantellarlo e bisogna vedere se i soldi che hanno messo da parte basteranno, come loro pensano, oppure no. Il piano del governo è un piano da 25% della produzione di elettricità. Ricordiamo che l’elettricità è solo un quinto dell’energia che noi usiamo, quindi è un quinto del problema energetico e l’elettricità non ci libera dal petrolio, perché oggi i derivati dal petrolio utilizzati per fare l’elettricità sono molto pochi, quindi in realtà il nucleare non ci toglie il problema dell’importazione di petrolio, è un po’ concorrente del gas ma in una piccola quota. Anche ammettendo di voler credere al piano del 25% del governo che, ripeto, se uno guarda quello che fanno in Francia e negli Stati Uniti, dove sono proprietari delle due tecnologie, credere che noi siamo in grado di fare tutti quei reattori ci vuole una dose di sostanze psicotrope, perché non ci si può credere. Comunque ammettendo che abbiamo la bacchetta magica e facciano queste centrali, queste centrali alla fine produrranno circa 100 miliardi di chilowattora l’anno; noi oggi ne consumiamo circa 350, quindi ne consumeremo intorno ai 400 tra dieci anni. Quindi il 25%, 100 miliardi. Il potenziale di risparmio con l’efficienza, calcolato dal Politecnico di Milano per conto di Greenpeace ed escludendo il settore del condizionamento dell’aria, quindi manca un settore perché mancavano i dati per fare l’analisi, è di 138 miliardi di chilowattora di cui 100 sono a un costo del risparmio inferiore al costo di produzione. Quindi solo l’efficienza ha lo stesso potenziale di questo fantasmagorico piano del governo con una variante fondamentale: le tecnologie per utilizzare meglio l’elettricità noi le produciamo tutte in Italia, quindi sono fabbriche che noi già abbiamo, competenze che noi già abbiamo, si tratta soltanto di introdurre degli standard via via più restrittivi per sostituire le tecnologie con tecnologie più efficienti. Il potenziale addizionale delle fonti rinnovabili è dello stesso ordine di grandezza, circa 90 miliardi. Quindi se noi guardiamo il complesso delle potenzialità a breve e medio termine delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, direi che siamo oltre il doppio del fantasmagorico piano del governo che nemmeno Harry Potter secondo me sarebbe in grado di attuare. Si tratta di utilizzare tecnologie nuove al posto di tecnologie vecchie. Tanto per fare un esempio che può capire chiunque, un frigorifero familiare della metà degli anni ’90 – questi sono oggetti che durano tranquillamente più di vent’anni perché è una delle grandi spese che una famiglia fa quando deve rinnovare il frigorifero, è una spesa importante – un frigorifero comprato quindi alla vigilia dell’introduzione dell’etichettatura energetica in Italia consumava ogni anno 650 chilowattora, una famiglia in un anno ne consuma circa 3000; quindi 650 chilowattora è un bel pezzo, più del 20% del consumo medio di una famiglia in un anno. Oggi i nuovi frigoriferi classe A++ arrivano a consumare meno di 200. E’ chiaro che se io ho una popolazione di frigoriferi che mangia 650 chilowattora avrò bisogno di un certo tipo di infrastruttura, se invece metto degli standard e so che quel consumo viene tagliato drasticamente di due terzi, è chiaro che questo mi consente, con costi che anche qui con una politica di incentivi non è che siano dei costi esorbitanti, questi frigoriferi costano un po’ più della media, 100 euro forse o 150 o 200 euro, però recuperano tranquillamente nel giro di pochi anni tutto quello che abbiamo speso in più, ma lo Stato potrebbe incentivarli e in ogni caso un miglioramento nei consumi c’è perché anche i modelli peggiori sono comunque migliori di quelli che avevamo. Quindi questa qui è una politica che se fatta con intelligenza nei vari settori può farci rimodernare il nostro parco macchine, per così dire, riducendo il bisogno di produrre energia.

Trascrizione di MariaLaura Borruso

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