ARAGOSTA HORROR

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Atto I

 L’uomo si sbarba, si profuma, si veste elegante ma casual e indossa un orologio di acciaio, per dare l’impressione di essere un uomo di polso. La donna si cotona i capelli. Poi, con la perizia di un restauratore, distribuisce rimmel, fard e rossetto sul suo viso un po' pallido, per completare l’idea che madre natura aveva di lei. Per finire si ricopre di un vestitino seducente e di ormoni animali che la rendono olfattivamente desiderabile. E attende l’uomo.

 Insieme, raggiungono un ristorante, siedono al tavolo, scelgono una spremuta di uva fermentata, per facilitare il processo di seduzione, e poi ordinano. Spaghetti all’astice per due. E magari un’aragosta per secondo, perché no? Una conquista val bene mezzo stipendio.




Atto II

 L’animale cammina, sul fondo del mare. Ha molte zampe e ama muoversi: ogni giorno riesce a coprire un’area che va dai 2 ai 10 kmq. Ha molti parenti che, a seconda dei fondali su cui vivono, si sono adattati a temperature diverse. Non essendo omeotermici, devono affidare la propria temperatura corporea a quella dell’ambiente circostante. Se venissero improvvisamente trasferiti, morirebbero.

 Ha fame, non mangia da quasi due settimane, il periodo massimo che può restare digiuno. Sta cercando qualcosa da mettere sotto alle chele. All’improvviso resta impigliato. Cerca disperatamente di liberarsi ma non ci riesce. Poi accade tutto in un lampo: viene tirato su da una forza aliena e finisce in una gabbia, insieme a decine di altri suoi simili.

Atto III

 Il pescatore tira su la rete. Oggi ha fatto buona pesca e darà da mangiare alla sua famiglia. Ammucchia un po’ maldestramente i decapodi in una cassa e li spedisce alle pescherie e ai ristoranti, dove spesso vengono appoggiati su un letto di ghiaccio, vivi, nell’attesa che l’uomo e la donna li scelgano per aumentare il piacere della seduzione reciproca. Il ghiaccio congela gli arti e l’estremità inferiore del crostaceo, causando uno shock termico e danneggiando irrimediabilmente l’epatopancreas, un tessuto digestivo.

 Gli astici più fortunati subiscono la legatura delle chele. Se sono in periodo di mutazione dell’esoscheletro, che risulta quindi più morbido, i legacci comprimono i loro tessuti interni, per un tempo indefinito. Con le chele legate non possono nutrirsi, e del resto vengono lasciati anche settimane in una vasca, a stretto contatto con altri decapodi, senza essere alimentati. Tanto, si vocifera, possono restare anche due settimane senza mangiare. Il colore dei legacci e il contatto ravvicinato tra gli esemplari stimolano reazioni aggressive che, insieme agli spazi di movimento ridotti, causano una condizione di grande stress, considerato che un'aragosta copre quotidianamente numerosi chilometri sulle sue zampete. La luce diretta, per una creatura che vive in ambienti poco illuminati, è fonte di grande malessere.

Atto IV

 Il cameriere si allontana mentre l’uomo sfiora il dorso della mano di lei, con un sorriso malizioso e lo sguardo spermatico. Il cuoco prende in carico l’ordine, riempie una pentola d’acqua e accende la fiamma, attende la temperatura di ebollizione, tira su un astice e si avvicina ai fuochi.

 E’ consuetudine culinaria bollire un astice vivo. Altrimenti il palato umano ne soffre. In ogni caso è la natura, si dice. Come se in natura esistessero creature che vengono bollite vive. Si dice anche che non soffrano, che non siano animali evoluti e non abbiano un sistema nervoso adatto. Ma allora perché urlano disperatamente, bucandoti i timpani, mentre li butti nell’acqua bollente?

Atto V

 Il decapode non comprende cosa gli stia accadendo. Gli hanno legato le mani, ma hanno stretto troppo forte. Vorrebbe liberarsi da tutti quei corpi ammassati sopra il suo, si sente soffocare. Il senso di impotenza che lo attanaglia è troppo opprimente. Improvvisamente si sente male. Sente gli arti inferiori bruciare, bruciano dal freddo, e lo stomaco rivoltarsi. Non ha la forza di muoversi. Vorrebbe essere morto.

 Qualche ora dopo finisce in una piccola vasca piena d’acqua. La temperatura non è quella giusta: ha ancora freddo, perché la sua specie proviene da mari più caldi e non è adatta a sopportare quelle temperature. Ha fame, è a digiuno da troppo tempo ormai. Nessuno gli dà da mangiare. Dietro a un muro trasparente, strani occhi giganti lo osservano, ridono. Un suo simile nelle stesse condizioni si è liberato dai legacci e ha già strappato l’antenna ad un suo compare. Sente nel corpo una tensione infinita: vorrebbe camminare, muoversi, cercare del cibo, isolarsi da quell’inferno, ma istintivamente sa che il vero inferno deve ancora arrivare.

 Una mano, simile a quella che l’aveva liberato dalla rete in cui era rimasto impigliato, lo solleva dalla vasca e lo avvicina a un altro recipiente pieno d’acqua. Dentro, enormi bolle ne sconvolgono la superficie. Un denso vapore si solleva dal contenitore. Il suo ventre inizia a scottare già nel momento in cui viene sospeso sopra alla bocca del vulcano, mentre un'altra mano gli ripiega le antenne all'indietro fino quasi a spezzarle.

 Un moto di orrore e di disperazione gli attraversa le membra nel momento in cui comprende che sta per essere gettato nell’inferno. A quel punto urla. E sono urla che non avrebbe mai immaginato di riuscire ad emettere. Subito dopo, inizia a bruciare, chiuso dentro una corazza che diventa la sua prigione. E maledice di essere stato vivo.

Epilogo

 L’uomo sorride quando il cameriere arriva con un piatto di linguine fumanti. La donna si lecca le labbra e adagia il tovagliolo sulle gambe, riponendo il suo iPhone nella borsetta, prima di iniziare a sgranocchiare quella strana creatura rosso arancione. Forse non è poi neppure così buona, ma che importanza ha: è così maledettamente sexy. Certo, se le cucine non fossero state così lontane, forse quello che ora ha nel piatto lo avrebbe sentito urlare, e allora chissà...



Astici chele supermercato Claudio Messora Byoblu

 Le aragoste, gli astici e i granchi provano dolore. Lo dimostrano numerosi studi scientifici, prima ancora che il buon senso.

« I cefalopodi hanno un sistema nervoso e un cervello relativamente complesso, simile a quello dei vertebrati, sufficiente come struttura e funzionamento perché essi possano provare dolore » (EFSA - Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare - 2005).

 Robert Elwood e i suoi collaboratori della Queen's University di Belfast, nello studio “Lobster pain may prick diners' consciences” dimostrano la possibilità di sofferenza degli artropodi. Hanno tamponato con acido acetico, un irritante, una delle due antenne di 144 gamberi, i quali hanno poi toccato e sfregato la parte interessata per oltre 5 minuti, una reazione molto simile a quella manifestata dai mammiferi esposti a stimoli dolorosi. I granchi sentono il dolore: sottoposti ad una carica elettrica abbandonano il loro guscio alla ricerca di un guscio nuovo, e lo ispezionano per un tempo più breve rispetto alla media prima di entrarvi. Ricordano l'esperienza dolorosa, e appena possono la evitano.

 Lo studio “Nociception or pain in a decapod crustacean”, di Barr, sostiene:

« Gli stimoli nocivi provocavano come immediata risposta un colpo di coda, seguito da due attività prolungate, la strigliata dell’antenna e il suo sfregamento sulle pareti della vasca, entrambi diretti specificatamente all’antenna colpita. Una stimolazione meccanica mediante pizzicamento dava luogo nello stesso modo ad un prolungato sfregamento […]. Questi risultati indicano una consapevolezza della localizzazione dello stimolo nocivo, e le prolungate risposte complesse indicano un coinvolgimento centrale nell’organizzazione delle stesse. L’inibizione legata ad un anestetico locale è simile a quella osservata nei vertebrati ed è coerente con l’idea che questi crostacei possano provare dolore »

 Nello studio "Risposte allo stress fisiologico nel granchio commestibile, Cancer pagurus, alla pratica di pesca dell’asportazione delle chele", per misurare gli effetti della pratica tipica della pesca commerciale di asportazione delle chele da vivi, i ricercatori hanno misurato i livelli di glucosio emolinfatico e di acido lattico, insieme al livello muscolare di glicogeno e alla liberazione dello stesso, in tre esperimenti a cui veniva asportata al granchio una sola chela. Nel primo, il granchio ha evidenziato segnali di stress fisiologico nel momento dell’asportazione rispetto a quando veniva solo preso in mano, e questo nel breve arco di 1-10 minuti. Nel secondo esperimento, l’asportazione della chela alla presenza di altri granchi faceva sì che i segnali di stress perdurassero nel corso di un più lungo periodo di osservazione, che durava fino 24 h. Nel terzo esperimento si evidenziava che l’asportazione della chela causava più stress di una “autotomia indotta” della stessa. E ancora, la prima pratica procurava ferite più estese all’organismo dell’animale e un indice di mortalità significativamente più alto.

Astici Aragoste nei supermercati chele legate claudio Messora byoblu

  Spees e collaboratori, nello studio “Acclimatazione termica e stress nell’Aragosta americana, Homarus americanus”, hanno espressamente rilevato le conseguenze dello shock termico in un gruppo di aragoste dell’oceano pacifico traendone le conclusioni che le aragoste reagivano allo shock e che “l’epatopancreas, un tessuto digestivo, subiva un danno irreversibile rispetto alle proteine dei muscoli addominali, un tessuto che possiede una superiore stabilità nel corso degli intervalli termici testati”.

 Complessivamente le ricerche oggi disponibili dimostrano pertanto la presenza di esistenza ed organizzazione di un apparato nervoso e, ugualmente, la capacità di recepire gli stimoli negativi, di organizzarli e di ricordarli, cioè di avere quelle funzioni che solitamente sono riassunte nel concetto della percezione del dolore, negli individui appartenenti al philum e alla classe a cui appartengono le aragoste.

 Se non possiamo fare a meno di pescare e mangiare astici e aragoste, perlomeno pretendiamo e accertiamoci che vengano rispettate tutte le cautele indicate nel documento “Sofferenza di aragoste ed astici vivi con chele legate e su letto di ghiaccio durante la fase di commercializzazione”, pubblicate dal Centro di referenza nazionale per il benessere degli animali il 29 luglio 2007.

 Pretendiamo che sia personale qualificato a trattare questi animali, consapevole delle loro sofferenze.
 Pretendiamo che non siano deposti su un letto di ghiaccio, ma trasportati e stoccati in una vasca nella quale siano presenti e funzionanti tutte le apparecchiature di controllo della temperatura, dell’umidità e della salinità dell’acqua.
 Pretendiamo che aragoste ed astici non vengono uccisi gettandoli vivi in una pentola di acqua bollente, ma viceversa con un metodo che è unanimemente riconosciuto come il più indolore possibile ed immediato: l’introduzione secca di una lama di coltello tra gli occhi su animali anestetizzati mediante freddo, o meglio ancora il metodo della scarica elettrica, possibile grazie a strumenti comuni reperibili sui mercati.
 Pretendiamo che il ristoratore dove andiamo a mangiare assuma solo personale formato e facilitiamo la diffusione di brochure e volantini perché anche a casa vengano adottate pratiche di cucina meno crudeli.

 O meglio ancora: piantatela di deportare milioni di creature innocenti, non essenziali per la nutrizione, e di infliggere loro una morte atroce, che non ha eguali in natura, solo per soddisfare le nostre inessenziali voluttà.
 E già che ci siete, piantatela anche di condurre esperimenti crudeli come l'asportazione delle chele, solo per dimostrare che un animale è in grado di provare il dolore. Credevo che dai tempi dei faraoni e delle perforazioni del cervello con trapani a mano ci separassero interi libri di storia.

La leggerezza e il disprezzo buffonesco con le quali si infliggono morti atroci

  Per approfondire:

 Guarda anche:

INFERNO ANIMALE
Video tratto dall'articolo: Inferno animale


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Categorie: Ecologia, Scienza