Daniela Santanchè e la banda larga

 

 

Colazione. Il tavolo è illuminato dai primi raggi di sole del mattino, in questo strano ottobre. I cornetti appena usciti dal forno si sfaldano velocemente, disseminando la tovaglietta rossa di briciole. Le guardo pensieroso, mentre attendo di trovare la motivazione per fare un altro sorso di tè.  Parlare di banda larga con la Santanchè è un’esperienza onirica. Dietro agli occhi ancora velati di sonno, mi chiedo se in fondo io non l’abbia solamente sognato.

Il mio sguardo vaga tra i cumuli di macerie lasciati qua e là dai cornetti. Parrebbe la giusta metafora per il nostro paese, se solo la realtà non fosse altrettanto dolce. Poi la vedo. E’ così piccola che per metterla a fuoco ci vuole un po’.  Si aggira in mezzo a tutto quel ben di Dio, con le sue instancabili zampette. Cambia spesso direzione, come indecisa sul da farsi: ha a disposizione uno sterminato campo di risorse caloriche, ma non sa come utilizzarle. Sono troppe. E non ha un piano.

Una formica che si contende la tua colazione, aggirandosi sul tavolo, mette a dura prova la tua pazienza, ancora annebbiata dai fumi del sonno. Finito lo svago dei primi secondi il dito indice si solleva, obbedendo ciecamente ai riflessi incondizionati  di un passato ancestrale. Distrattamente, il polpastrello si avvicina all’inconsapevole creatura, incombendo sulla sua esile figura come una enorme nuvola, come l’ombra della morte mandata da un beffardo o forse indifferente destino. Non sa di avere ancora pochi istanti di vita.

Resto così, il dito sospeso, con il polpastrello a meno di un centimetro da quella minuscola ospite che profana le nostre case pulite, disinfettate, sterilizzate, epurate da qualsiasi forma di vita che non sia la nostra. Anche noi siamo pieni di briciole che non sappiamo come utilizzare. Anche noi, spesso, non abbiamo un piano. Anche noi possiamo solo sperare di metterci insieme, di fare rete. La banda larga. La Santanchè…

Non ce la posso fare. Non riesco più nemmeno a schiacciare una formica. Perché dovrei rendermi arbitro della vita e della morte, come un antico imperatore romano? Perché dovrei aggiungere sofferenza a un mondo che già di suo non ne lesina a nessuno? Perché dovrei rendere vano con la mia arroganza, la mia presunzione e la mia ignoranza tutto l’estenuante cammino che ha portato quella particolare formica fino al mio cornetto? Forse i suoi obiettivi hanno meno valore dei miei? Forse il mio piano è migliore del suo? Andiamo: ma se non riesco neppure a spiegare alla Santanchè che un aumento del 18% nelle infrastrutture digitali porta a un incremento del 4,8% del Pil! Non siamo migliori di una formica: abbiamo tante risorse e non le sappiamo utilizzare. E non abbiamo neppure l’umiltà per chiedere aiuto, per occupare il nostro posto all’interno di un naturale e mirabile meccanismo di squadra. Quella formica, invece, probabilmente sta trasmettendo segnali. Segnali chimici che viaggiano veloci. La banda larga le formiche, loro, ce l’hanno. Di lì a poco la mia tovaglietta rossa sarebbe stata espugnata.

Non posso permetterlo. Accosto l’indice al bordo del tavolo, per il lungo, e faccio salire la mia ospite. E’ curioso come uno strumento portatore di morte possa trasformarsi, nel giro di pochissimi istanti, in un’offerta di aiuto accompagnata da una mossa gentile. Sale, ignara. Non sa che di lì a poco farà il viaggio più bello della sua vita. Mi avvicino alla finestra aperta e soffio. Abito al dodicesimo piano.

Almeno lei atterrerà dolcemente dopo avere a lungo volato. Noi, invece, continuiamo a sperare. Muti nel nostro isolamento. Inchiodati al suolo.

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