MANUALE ANTIMAFIA – Parte 2: Il sequestro dei beni

 
articolo di Valerio Valentini per Byoblu.com

Continua il nostro viaggio diviso in quattro parti, che vengono pubblicate ogni lunedì, dove insieme a magistrati e giornalisti in trincea contro il crimine organizzato proviamo a proporre riforme importanti del codice di procedura penale e delle misure di prevenzione antimafia, sia a livello nazionale che internazionale.

Nella puntata precedente abbiamo presentato alcune idee per rendere più affilata la macchina della giustizia. Oggi parliamo della confisca dei beni ai boss, e soprattutto il loro riutilizzo con finalità sociali.

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MANUALE ANTIMAFIA

Parte 2: La confisca dei beni

Il 13 settembre 1982, sull’onda dello sdegno e dell’indignazione per l’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, avvenuto dieci giorni prima, il parlamento promulga la legge Rognoni-La Torre. Nella giurisprudenza italiana si introduce così il reato di associazione mafiosa, oltre a una norma che prevede il sequestro dei beni appartenenti alle organizzazioni criminali. Il principale ideatore e promotore di quella legge, Pio La Torre, non fa in tempo a vedere realizzato il suo sogno, la sua idea trasformata in legge. Un commando di killer, su ordine di Totò Riina, lo crivella di colpi mentre col suo assistente Rosario Di Salvo si reca in auto alla sede palermitana del suo partito, il PCI. Nel 1996, l’associazione Libera di Don Ciotti raccoglie oltre un milione di firme per apportare una modifica alla legge Rognoni-La Torre: introdurre il riutilizzo sociale dei beni confiscati. E così nascono cooperative che coltivano la terra dei boss, ricavando vino e pasta da una terra macchiata di sangue e di soprusi.

Questa è la storia della legge. E anche la storia di uomini e donne che, col loro impegno e la loro determinazione, hanno saputo migliorare le cose. Ma è proprio il sacrificio – talvolta estremo – di queste persone che oggi deve ricordare alle istituzione il loro dovere di perfezionare questo strumento. Perché questa, oltre ad essere la storia di una vittoria delle persone per bene sui criminali, è anche una storia fatta di inefficienze e di lentezze burocratiche.

Dal 1982 ad oggi – si tratta di dati aggiornati al 1° febbraio scorso – i beni sequestrati alle mafie sono stati 11.982, di cui 10.458 immobili e 1.524 aziende. Oltre il 47% dei sequestri è avvenuto in Sicilia, ma il fenomeno è di dimensioni assolutamente nazionali: la quarta regione per numero di beni sottratti alle cosche è ormai la Lombardia (1.020 sequestri), che ha scalzato così la Puglia. Il valore complessivo degli immobili sequestrati arriva a sfiorare i 9 miliardi di euro, mentre quello delle aziende supera i 5.

Ma quando si va a leggere il numero dei beni riutilizzati, si capisce che c’è qualcosa che non va. “Meno del 50%” aveva denunciato Don Ciotti a Genova lo scorso novembre; e in realtà erano dati arrotondati per eccesso. In realtà i beni che sono assegnati in gestione, oggi, cioè quelli effettivamente operativi e diretti da associazioni o amministratori giudiziari sono 4.423, cioè solo il 36,9%. E questo succede per un motivo molto semplice: fintantoché l’azienda è in mano ai boss, essa è in grado di fornire garanzie economiche e le banche si fidano a concedere mutui e prestiti. Quando arriva l’amministratore giudiziario, che segnala le irregolarità e cerca di far tornare i conti in regola, le banche stringono i cordoni delle borse e tanti saluti. Questo spinge spesso le società disinquinate dalle mafie al fallimento. Oppure succede che le banche – che non conoscono morali se non quelle del profitto – pretendono dai Comuni o dallo Stato il pagamento delle ipoteche che avevano fatto i mafiosi. Peccato che le associazioni antimafia interessate al bene per un uso sociale non hanno i soldi necessari e la società resta di fatto paralizzata. Un esempio eclatante è quello del Café de Paris, situato in Via Veneto, nel pieno centro di Roma. Finché a gestire il locale erano gli ‘ndranghetisti tramite i soldi del narcotraffico, le banche erano accomodanti e servizievoli: ora che è tornato nelle mani dello Stato, gli amministratori si sono visti rifiutare gli accessi al credito e rischiano di dover chiudere.

Per arginare problemi del genere, il governo Berlusconi aveva pensato bene, nella Finanziaria del 2010, di introdurre un emendamento che prevedeva la vendita sbrigativa dei beni immobili confiscati alle mafie tramite un’asta. Così lo Stato incassava il denaro e se ne lavava le mani. Per fortuna poi non se ne fece niente, altrimenti ci sarebbe stato il forte rischio di veder tornare quei beni agli stessi boss, che se ne riappropriavano attraverso prestanome o intermediari. Eppure anche il prefetto di Palermo, Umberto Postiglione, ha recentemente rilanciato l’idea: “Vendiamo all’asta le tante proprietà inutilizzate confiscate ai mafiosi”, ha affermato. “Se poi se le ricomprano loro vuol dire che gliele confischeremo di nuovo”. Della serie: vediamo chi si stanca per primo a ballare la tarantella.

Poi c’è il problema del congelamento dei beni. In Italia, nell’ottobre del 2001, con ancora negli occhi le immagini delle Twin Tower che s’accartocciavano su se stesse provocando oltre 3mila vittime, fu introdotto un provvedimento che permetteva di sequestrare e congelare per direttissima i beni dei sospetti terroristi. Ma gli USA, che sono più sensibili al problema di Al Qaeda e meno a quello delle mafie, nel maggio del 2008 hanno inserito la ‘ndrangheta nel Foreign Narcotics Kingpin Designation Act, vale a dire in una black list delle più pericolose organizzazioni criminali dedite al narcotraffico. Da allora, tutti i soggetti ritenuti vicini alle ‘ndrine si sono visti negare l’accesso al sistema finanziario statunitense e congelare tutti i beni. Noi, che invece la ‘ndrangheta ce l’abbiamo in casa, non abbiamo ancora preso provvedimenti simili nei confronti delle cosche calabresi (e non solo).

Anche la questione tempo, in questo campo, è determinante. Per fare una perizia su una società importante, oggi ci si impiegano almeno 20 mesi. Per arrivare alla chiusura di un procedimento di confisca, si arriva a dieci anni. Questo è dovuto all’imbarazzante carenza di risorse. Un dato su tutti: i quasi 12 mila casi di beni sequestrati vengono gestiti tutti da un’agenzia nazionale (ANBSC), che ha in organico solo trenta dipendenti.

A fronte di questa lentezza, il codice antimafia approvato dall’ex Guardasigilli Angelino Alfano obbliga i giudici a confiscare i beni entro due anni e mezzo dall’avvio del procedimento, e nel caso in cui il termine venga superato prevede che si debba restituire il bene al mafioso, impedendone per sempre la confisca. Con la paradossale possibilità che i clan criminali si rifacciano sullo Stato chiedendo i risarcimenti per danni. “Le nuove regole – ha osservato Lirio Abbate – costringono i magistrati a una scelta drammatica: restituire i beni che non si è riusciti a confiscare nei 30 mesi previsti, oppure mettere in liquidazione le grandi aziende, chiudendole e licenziando gli impiegati”. Ed è stato calcolato che nel 2011 i dipendenti occupati nelle aziende confiscate alle mafie, comprendendo anche l’indotto, erano quasi 30 mila.

Questo è gravissimo, perché se lo Stato viene avvertito come quell’ente che – pur se in nome della legalità – toglie lavoro, le persone piuttosto che andare sotto un ponte a chiedere l’elemosina continueranno ad accettare di buon grado lo stipendio che offrono i boss. Invece bisogna comprendere che solo quando le istituzioni renderanno sconvenienti le mafie, la lotta contro di esse potrà prendere una svolta decisiva. Se ne era accorto anche Fabrizio De André, il quale nella tournée del 1998, al termine di Don Raffaé, chiosava con amarezza: “è un dato di fatto, ed è un terribile dato di fatto, che in Italia i disoccupati siano circa il 12,5% della popolazione, e che se non ci fossero mafia, camorra e ‘ndrangheta, sarebbero probabilmente il 25%”.

Ricapitolando, le proposte di oggi sono:

  1. fornire nuove risorse alle agenzie che si occupano delle confische, sia in termini di personale sia in termini di strutture;
  2. sostenere le associazioni che, come Libera, convertono i patrimoni delle mafie in beni socialmente utili, in grado di fornire lavoro e genuinità dei prodotti;
  3. eliminare ogni vincolo di tempo per l’attuazione delle confische: non è anticipando le scadenze che si accorciano i tempi della burocrazia;
  4. garantire un regime fiscale privilegiato per le aziende poste sotto amministrazione giudiziaria, così da permettere a queste imprese di poter rimanere sul mercato.
Valerio Valentini

LEGGI ANCHE:
Parte 1: la macchina della giustizia
Parte 3: lo scioglimento dei comuni
Parte 4: la mafia nel mondo

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