MANUALE ANTIMAFIA – Parte 4: La mafia nel mondo

 

articolo di Valerio Valentini per Byoblu.com

Termina oggi il nostro viaggio diviso in quattro parti, che sono state pubblicate ogni lunedì, dove insieme a magistrati e giornalisti in trincea contro il crimine organizzato abbiamo provato a proporre riforme importanti del codice di procedura penale e delle misure di prevenzione antimafia, sia a livello nazionale che internazionale.

Nella prima puntata abbiamo presentato alcune idee per rendere più affilata la macchina della giustizia. Nella seconda puntata abbiamo parlato della confisca dei beni ai boss e del loro riutilizzo con finalità sociali. Nella terza puntata ci siamo occupati dello scioglimento dei comuni per mafia. Oggi, arrivati alla quarta e ultima tappa del nostro percorso, proviamo ad allargare lo sguardo e avanzare proposte di respiro internazionale.

 

MANUALE ANTIMAFIA

Parte 4: La mafia nel mondo

Le mafie sono un fenomeno globale. Dunque è soltanto grazie al coordinamento di tutte le polizie e le giurisprudenze del mondo che si può riuscire a neutralizzarle. Proviamo a gettare uno sguardo d’insieme, certamente limitato ma indicativo, sulla diffusione delle mafie nostrane all’estero.

La mafia nel mondo

Nel febbraio scorso, a Bogotà è stato arrestato Giorgio Sale. Nessuna attenzione riservata, da parte dei media italiani, all’arresto di quest’anonimo imprenditore molisano che aveva fatto affari in Colombia, aprendo ristoranti, enoteche e negozi di abbigliamento, tutti rigorosamente “Made in Italy”. Ma in realtà, tutte queste attività commerciali erano soltanto una copertura di un business ben più remunerativo gestito da Sale: quello della cocaina. Come è stato più volte ribadito dalla Dda di Reggio Calabria, infatti, Giorgio Sale era la testa di ponte tra le ‘ndrine calabresi e i narcotrafficanti colombiani. Una sorta di broker, un intermediario finanziario che faceva affari per conto delle cosche, grazie ai legami che aveva saputo intessere col capo delle AUC, l’organizzazione paramilitare fondata da Salvatore Mancuso nel 1997, in grado di gestire un giro d’affari pari a 7 miliardi di dollari l’anno proprio grazie alle tonnellate di cocaina trafficata.

La storia di Giorgio Sale è emblematica del salto di qualità fatto dalla ‘ndrangheta a partire dalla metà degli anni ’70, che è divenuta nell’ultimo decennio del secolo scorso l’interlocutrice principale, a livello mondiale, con i narcos colombiani, grazie alla sua enorme disponibilità di denaro e alla sua granitica affidabilità. Ormai è la mafia calabrese a gestire l’intero traffico di cocaina che dalla Colombia, passando per il Venezuela e l’Argentina – dove i controlli sono assai blandi – entra in Europa attraverso i porti di Valencia, Bilbao (con la complicità dell’ETA), Barcellona, Gioia Tauro (vero e proprio feudo del clan Piromalli), Napoli, Genova, Ancona, Amsterdan, Rotterdam. Ma la ‘ndrangheta gode di un tale credito presso i narcotrafficanti sudamericani che è in grado di organizzare operazioni e spedizioni anche estero su estero: se la coca deve arrivare in Australia, oppure nei Balcani e a volte anche in Russia, è la ‘ndrangheta che gestisce il traffico. Per garantirsi i pagamenti, i narcos semplicemente tengono in ostaggio un membro dell’organizzazione che si trova in Colombia, che viene trattato, in realtà, con tutti gli onori che si devono a un ospite. All’avvenuta consegna del carico, dopo il pagamento, il pegno viene liberato.

Questa, oggi, è la ‘ndrangheta: la prima multinazionale italiana e la più forte mafia al mondo, l’unica ad aver messo radici in tutti e cinque i continenti. In Canada, ad esempio, secondo quanto ha dimostrato l’inchiesta “Il Crimine”, sono attivi ben 9 locali di ‘ndrangheta, coordinati da una struttura di raccordo superiore, controllata a sua volta dal Crimine che sta in Aspromonte. Da una decina d’anni, infatti, la mafia calabrese ha soppiantato Cosa Nostra, attivissima in Ontario attraverso le famiglie dei Cuntrera Caruana e dei Bonanno, e ora gode di un’importante “lavanderia” per ripulire i soldi sporchi del racket e del narcotraffico. Non solo. Secondo gli inquirenti la presenza e le attività illecite di riciclaggio svolte in Canada sono indispensabili alla stessa criminalità italiana, che oltreoceano trova puntuale supporto logistico e fondamentali introiti economici. Ciononostante, il controllo che la casa madre continua ad esercitare nei confronti delle colonie è fortissimo: i rappresentanti delle locali canadesi tornano a scadenze mensili in Italia per partecipare alle riunioni più importanti e per interagire coi boss del locale di Siderno, di cui sono una sorta di emanazione oltreoceano.

Altro Paese in cui la ‘ndrnagheta s’è stabilmente trasferita, almeno dagli anni ’20 del secolo scorso, è l’Australia. Anche in questo caso è negli anni ’70 che la mafia calabrese si da un’ordinazione ben precisa e si spartisce l’intero territorio nazionale. Sei macro-aree, altrettanti boss che costituiscono una sorta di struttura direttiva, un cupola. Un’organizzazione capillare e strutturata, insomma, dedita al riciclaggio e allo spaccio di stupefacenti, in grado di concludere affari milionari. Nel 2007, tanto per citare un episodio eclatante, nel porto di Melbourne viene sequestrato un carico di droga senza precedenti: nascosti in 4 mila barattoli di pomodori pelati inviati dall’Italia, vengono ritrovati 150 kg di cocaina e 4,4 tonnellate di ecstasy, per un valore di oltre 300 milioni di euro. Ma la storia più aberrante, che dà la misura del modo in cui dai paesini arroccati sull’Aspromonte si determinino equilibri a livello mondiale, è quella rivelata dall’inchiesta “Il Crimine 2”, che ha portato all’arresto di Tony Vallelonga. O meglio, di Domenico Antonio Vallelonga. Originario di Nardodipace, in provincia di Vibo Valentia, ancora ragazzino era emigrato in Australia e aveva cominciato lentamente a scalare i vertici della politica locale, fino a diventare Consigliere Regionale nel 1988 e poi addirittura primo cittadino di Stirling (città di quasi 200mila abitanti alle porte di Perth) dal 1997 al 2005. Ma Vallelonga era un uomo di ‘ndrangheta: ricopriva, secondo gli inquirenti della procura di Reggio Calabria, “un ruolo di vertice all’interno della locale di appartenenza; assumendo le decisioni più rilevanti, impartendo le disposizioni o comminando sanzioni agli altri associati a loro subordinati, decidendo e partecipando ai riti di affiliazione, curando rapporti con le altre articolazioni della associazione […]”. Da Natile di Careri, insomma, un paesino di 750 abitanti nel cuore dell’Aspromonte, si nominava il sindaco di una città grande quanto Brescia dall’altra parte del mondo.

E se questo è stato possibile, e lo è tuttora in altre parti del globo, lo si deve soprattutto all’arretratezza delle giurisprudenza di molti Paesi, impreparati ad affrontare il fenomeno mafioso. Anche e soprattutto in Europa. Prendete la Germania. I Tedeschi si sono resi conto di essere stati ormai colonizzati dalla ‘ndrangheta soltanto quando hanno visto il sangue macchiare le strade di una loro cittadina, Duisburg. Nella notte di Ferragosto del 2007, quattro cadaveri vennero ritrovati crivellati di colpi in un’automobile parcheggiata davanti al ristorante italiano “Da Bruno”. Altri due stavano in furgone a pochi metri. Nel piazzale antistante il locale restavano più di sessanta bossoli di mitragliatore. Dentro al portafogli della vittima più giovane, Tommaso Venturi, che compiva 18 anni proprio quella sera, gli agenti tedeschi rinvennero un’immagine bruciacchiata di San Michele Arcangelo. Inizialmente non capirono. Non capirono che quella strage era un regolamento di conti di una faida che a San Luca vede opposti i Nirta-Strangio ai Pelle-Vottari dal 1991, e che quel ragazzo appena diciottenne aveva da poco finito di giurare, durante un rito di iniziazione, fedeltà eterna alla ‘ndrangheta, di cui San Michele Arcangelo è il protettore. Ed è così che anche in Germania si aprono gli occhi su una realtà che in troppi si ostinavano a non voler vedere. Una realtà, tuttavia, che era stata descritta più e più volte da una giornalista coraggiosa, Petra Reski, la quale da anni denuncia le infiltrazioni della criminalità italiana nel paese dei crauti. “Ci sono migliaia di casi di, chiamiamoli pizzaioli, che vengono a lavorare in Germania con un reddito mensile di 800 euro e magari si comprano un albergo, oppure delle strade intere”.

E questa realtà non è soltanto riferibile alla ‘ndrangheta. Quella calabrese, certo, è la mafia più potente e più diffusa al mondo: ma discorsi analoghi si potrebbero fare per la Camorra negli Stati Uniti o in Scozia. Altrimenti si potrebbe parlare degli accordi che i Casalesi e la Sacra Corona Unita continuano a intessere con i trafficanti di armi nei Balcani. O anche si potrebbero descrivere i numerosi tentativi della mafia russa, la Solncevo, di insediarsi a Roma. Oppure ancora si potrebbe descrivere il modo in cui Cosa Nostra e la ‘ndrangheta, insieme ai cartelli colombiani e orientali, hanno trasformato i Paesi della costa occidentale dell’Africa, quali la Guinea Bissau, in veri e propri narco-Stati, utilizzati come scali e come basi di smistamento della cocaina. Insomma, se vi abbiamo condotto in questo vorticoso tour mondiale, lo abbiamo fatto per darvi un’idea, seppur necessariamente parziale, della dimensione globale del fenomeno mafioso.

Mancanza di coordinamento internazionale

Di fronte alla potenza mondiale delle mafie italiane, e non solo, è doveroso farsi delle domande sulla capacità dell’Europa di costruire una barriera per arginare questa pericolosa deriva. Purtroppo, i limiti dell’antimafia a livello europeo sono palesi e costituiscono la più grande agevolazione alle organizzazioni criminali. A dire il vero, grazie all’impegno inesausto di Sonia Alfano che da anni è impegnata in questa lotta, il 14 marzo il Parlamento Europeo ha approvato l’istituzione della Commissione Parlamentare Antimafia Europea. Che è un primo passo importante, fatto nella direzione di un’uniformità e di un coordinamento continentale assolutamente indispensabile. Ma la strada è ancora lunghissima. Lo ha denunciato Nicola Gratteri proprio in un’audizione al Parlamento Europeo nel marzo del 2011 e, a distanza di un anno, quasi nulla è cambiato.

L’Europa innanzitutto è il posto ideale per ogni trafficante di droga. E’ qui che tutti i latitanti vivono e che, a volte, vengono arrestati. Ad insegnarcelo è la storia giudiziaria dell’ultimo decennio. Con l’introduzione della moneta unica, con la caduta delle barriere e l’abolizione delle frontiere, l’Europa ha ormai una scarsissima cultura del controllo del territorio: si possono percorrere centinaia di chilometri senza incontrare una sola paletta rossa alzata o una pattuglia della narcotici. Ma quello che più di tutto rende difficilissima la lotta alla criminalità organizzata è che non esiste alcuna equiparazione del diritto penale tra i diversi Paesi. Stato che vai, legge che trovi. E non è soltanto un modo di dire: è la tragedia della realtà attuale. Un esempio: è capitato che la magistratura italiana individui un narcotrafficante incaricato di ritirare un container pieno di cocaina al porto di Rotterdam (in Olanda), una delle principali porte d’accesso dell’oro bianco per l’Europa. Gli inquirenti italiani segnalano così l’individuo alla polizia olandese che comincia a pedinare il narcotrafficante, ma a un certo punto salta fuori che quest’ultimo detiene due chili di cocaina in casa. “Pedinamento annullato – segnalano i gendarmi olandesi – bisogna andare a perquisire l’appartamento e arrestare il soggetto”. I colleghi italiani sobbalzano: “Ma come? Così va in fumo l’intera operazione”. “Niente da fare – ribattono gli olandesi – Qui da noi non è previsto il ritardato arresto e il ritardato sequestro. Bisogna intervenire”. Oppure, ancora, può capitare di trovarsi in Spagna alle 2 di notte a piantonare l’abitazione di un latitante che nasconde chili e chili di droga in cucina. Si hanno fondati indizi per ritenere che il trafficante sia in casa ma non si può fare irruzione. In Spagna, che è un altro Paese da cui entrano tonnellate di cocaina ogni mese, non si possono fare perquisizioni notturne a meno che non si tratti di indagini legate al terrorismo. Quindi i poliziotti se ne stanno tutta la notte all’addiaccio, aspettando che spunti l’aurora per entrare nella casa del latitante. Il quale, nel frattempo, ha avuto tutto il tempo di fuggire dalla porta sul retro, non appena ha alzato le tapparelle e ha notato movimenti sospetti durante la notte. Ma anche in Svizzera, dove le mafie fanno affari miliardari e detengono cifre da capogiro nei caveau delle banche (ma farsi consegnare l’elenco dei correntisti no?) si può ad esempio scoprire che ci viva un pericoloso camorrista, ricercato da anni. Nessun problema: la polizia ellenica lo arresta e lo processa per il reato di “associazione segreta“, che è un omologo un po’ opaco del 416 bis del codice penale italiano, quello sull’associazione mafiosa. Peccato che il massimo della pena che prevista nella terra degli orologi e del cioccolato sia di soli 5 anni.

Ma anche sfogliando il codice di procedura penale italiano, qualche assurdità salta agli occhi. E non ci riferiamo alla presunta inconsistenza del reato di concorso esterno in associazione mafiosa, che alcuni esimi giuristi ormai ritengono “un reato a cui non crede più nessuno”. L’articolo a cui alludiamo è il 97, quello che recita così: “[…] Non sono punibili gli ufficiali di Polizia giudiziaria addetti alle unità specializzate antidroga, i quali, al solo fine di acquisire elementi di prova […] acquistano, ricevono, sostituiscono od occultano sostanze stupefacenti […]”. Al comma 2, si legge: “[…] gli ufficiale e gli agenti di polizia giudiziaria possono utilizzare documenti, identità o indicazioni di copertura anche per […] entrare in contatto con soggetti e siti nelle reti di comunicazione, informandone il pubblico ministero […] entro le quarantotto ore successive all’inizio delle attività”. Insomma, si stabiliscono le regole a cui devono attenersi gli agenti della polizia giudiziaria che si infiltrano nelle organizzazioni criminali per scoprirne i segreti e raccogliere indizi e prove di reato. “Il problema – denuncia Nicola Gratteri, intervistato da Andrea Amato nel suo ultimo libro, “L’Impero della cocaina” – è che non è mai stato emanato un regolamento di esecuzione, ovvero manca l’autorità che deve rilasciare i documenti falsi all’agente sotto copertura”. Col risultato che, per non mandare gente al massacro, questo tipo di indagini vengono fortemente limitate.

Altra assurdità tutta italiana è quella relative alle rogatorie internazionali. La legge voluta dal governo Berlusconi nel 2001 ha reso molto più complicata la collaborazione tra inquirenti di Paesi diversi, limitando la possibilità da parte della magistratura italiana di richiedere documenti o atti processuali all’estero. Il 27 settembre dello stesso anno, poco dopo la promulgazione della legge, il procuratore generale di Ginevra, Bernard Bertossa, rilasciò un’intervista molto dura al Corriere della Sera in cui, tra le altre cose, denunciava: “Questa legge è una catastrofe per la giustizia internazionale. In dodici anni di collaborazione giudiziaria con Paesi di tutto il mondo non ho mai visto norme del genere. Prima d’ora, mai. Queste vostre nuove regole sulle rogatorie sono in contrasto con tutti gli accordi tra Stati sulla validità delle prove raccolte all’estero: si tratta chiaramente di disposizioni politiche dirette a far cadere le indagini e i processi più delicati. Ma anche per il futuro, per noi magistrati svizzeri diventerà molto più difficile, anzi praticamente impossibile, continuare a collaborare con l’Italia nelle indagini sulla corruzione, sul riciclaggio dei patrimoni mafiosi e sulle organizzazioni che finanziano il terrorismo”. Quali sono le indagini e i processi più delicati a cui fa riferimento Bertossa? Il processo “Sme-Ariosto 1”, quello in cui figuravano tra gli imputati Cesare Previti e Silvio Berlusconi.

Soluzioni proposte

  1. Impegnarsi per produrre una giurisprudenza europea in tema di antimafia, con leggi uniformi e valide sul tutto il territorio europeo. Il reato di associazione mafiosa deve essere introdotto in tutta Europa e deve prevedere pene severissime, per isolare i boss arrestati e impedire loro di continuare a gestire gli affari della cosca anche per il breve periodo trascorso dietro le sbarre;
  2. Coordinare le forze di polizia dei singoli Stati europei e aumentare i controlli alle frontiere e, in generale, su tutto il territorio;
  3. Abolire la legge sulle rogatorie internazionali e favorire la collaborazione tra le magistrature dei vari Stati.
    Valerio Valentini

 


LEGGI ANCHE:
Parte 1: la macchina della giustizia
Parte 2: il sequestro dei beni
Parte 3: lo scioglimento dei comuni

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2 risposte a MANUALE ANTIMAFIA – Parte 4: La mafia nel mondo

  • 1
    giugno

    Da un lato i parassiti produttori di morte e  di violenza della criminalità organizzata, dall’altro l’arroganza e la prepotenza dei parassiti  tecnocrati produttori di povertà che smantellano le “sovranità nazionali”e la democrazia in generale per sete di potere ( http://www.libreidee.org/2012/03/licenziare-per-crescere-barnard-siete-bugiardi-e-criminali/)  “dicono che in matematica gli estremi si incontrano” allora si che siamo ben messi, non ci lasciano nessun altra alternativa che la “rivoluzione intelligente”, informare e pretendere soluzioni come quelle proposte nelle “4 puntate” scritte da Valerio Valentini.

    “Non abbassiamo la guardia”

     

  • 0
    sf

    Complimenti per questo interessante articolo. Non conoscevo la maggior parte dei fatti da te citati per cui grazie e … continua così!

    Ti segnalo un probabile errore, quando parli della Svizzera: 

    … si può ad esempio scoprire che ci viva un pericoloso camorrista, ricercato da anni. Nessun problema: la polizia ellenica lo arresta …

    credo ti riferisca alla polizia elvetica.

    Simone

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