Quel debito globale che a Monti non interessa

ricordatevi di abilitare i sottotitoli in italiano
 

articolo di Maria Ferdinanda Piva per Byoblu.com

 

Sabato era l’Earth Hour, L’Ora della Terra: spegnere le luci per un’ora per ricordarsi dell’ambiente. Risibile. Cioè: l’ambiente non è affatto una questione risibile. Quello che è risibile, invece, è l’idea di diminuire i consumi per un’ora, un’ora soltanto, quando in realtà con la natura siamo in debito di tre mesi. Mettiamola in una maniera comprensibile anche a un governo delle banche: se la natura fosse un bancomat, il conto corrente del genere umano ogni anno andrebbe in rosso alla fine di settembre. Eppure l’Homo sedicente sapiens continua imperterrito ad effettuare prelievi di risorse naturali fino al 31 dicembre, accumulando debiti ecologici nei confronti del pianeta. Debiti che sono molto più gravi di quelli sovrani.

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Comunemente si dice che stiamo tagliando il ramo dell’albero su cui siamo seduti e che peschiamo i pesci più in fretta di quanto essi riescano a riprodursi. Il bancomat della natura in rosso già a fine settembre dà una misura dell’alacrità con cui compiamo queste azioni. Tutte le attività umane sono basate sui servizi naturali, sui prelievi dal bancomat della natura: l’aria, l’acqua, l’energia, il cibo che cresce nei campi… Per tre mesi all’anno (ossia: per un quarto dei nostri consumi) campiamo allegramente anche se il bancomat naturale è in rosso perché intacchiamo il “capitale” grazie al quale i servizi naturali maturano come se fossero interessi su un conto corrente. Ma se anno dopo anno il capitale si riduce, si riducono anche gli interessi. E’ il ginepraio nel quale ci siamo cacciati, e dal quale non si vede l’uscita.

Il giorno in cui il bancomat della natura va in rosso (nel 2011 è stato il 27 settembre) è l’ “Earth overshoot day“, molto più importante e molto più trascurato dell’ Ora della Terra. Pochi lo conoscono, nessuno lo solennizza e non esiste (che io sappia) neanche una denominazione ufficiale italiana: “overshoot” comunque vuol dire “superamento”. Il genere umano ha cominciato ad accumulare debiti ecologici a partire dal 1986, anno il cui l’overshoot  è caduto il 31 dicembre. Il calcolo della data è una questione piuttosto complessa: qui l’esclusiva intervista di byoblu.com a Mathis Wackernagel, il fondatore del Global Footprint Network.

Ecco, se sabato avete spento le luci per un’ora, avete fatto benissimo. A patto però di sapere che questo non è servito alla Terra. Può solo servire per ricordarci quanto è in rosso il bancomat della natura.

Maria Ferdinanda Piva

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7 risposte a Quel debito globale che a Monti non interessa

  • 6
    tonipos

    Una volta, dalle mie parti, quando qualcuno faceva il gradasso o si appropriava dei beni di altri o comunque si comportava in modo asociale, veniva pedinato di notte, gli veniva infilato un sacco in testa e poi bastonato. Saranno stati anche sistemi poco democratici, ma vi assicuro che funzionavano.

    MONTI VA FERMATO, IN QUALSIASI MODO! STA SPOLPANDO L’ITALIA!

  • 5
    Gian

    Ma se oggi l’unica cultura dominante è quella dei soldi e del potere, quali chances abbiamo di cambiare veramente le cose?

    Se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo cambiare il nostro paradigma culturale.

    Dobbiamo imparare a considerare ricchezza, la qualità della vita e dell’ambiente, l’armonia sociale e non considerare solo come ricchezza, quanti soldi abbiamo in tasca.

    O si cambia testa, oppure la vedo dura.

    • 5.1
      The Red

      Sig. Gian, lei involontariamente (molto involontariamente) ha affermato la necessità del…Comunismo.

      Non si confonda l’esperienza storica del cosidetto socialismo reale (che è stato null’altro che Capitalismo di Stato), con il Comunismo.

      Non è semplice questione culturale, ma ideologica. Nel capitalismo, (la nostra società) l’uomo e la natura che lo circonda, sono spersonalizzati, e considerati alla stregua di cose, da trasformare in valori di scambio (merci). Infatti, ci chiamano consumatori, mentre le meraviglie della natura, sono viste solo nell’ottica di risorse da sfruttare.

      Quando afferma che “Se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo cambiare il nostro paradigma culturale”, sbaglia. Non è il paradigma culturale a dover cambiare, ma il paradigma sociale, l’essere sociale che deve essere trasformato.

      Ma se non superiamo, lasciandoci alle spalle nella concreta prassi, e quindi ideologicamente questo modo di produrre e rapportarci in società, che chiamiamo capitalismo, segneremo sempre il passo.

      Cordiali saluti.

       

      P.S.

       «Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.»

      K.Marx; “Per la critica all’Economia Politica”

  • 4
    sofiaastori

    Bell’articolo, Maria. E sconsolante, davvero, se guardiamo a quanto vorrebbero farci ingoiare oggi. Uno si informa, studia, si dà da fare con l’ottimismo de “iniziamo che poi ci seguono” e, sul più bello, arriva il governo tecnico che, forte del fatto che non lo deve rieleggere nessuno, dà una bella spallata alle buone pratiche. Via le piccole imprese, via l’autoproduzione di energia, via la speranza di piccole realtà produttive sostenibili. Questo governo, finalmente, può chiedere a gran voce questi munifici, salvifici “investimenti esteri” e affossare quella timida speranza di riprenderci la nostra economia.

    Quindi vai con le multinazionali degli Ogm, che ci espropriano del controllo delle produzioni a casa nostra; vai con il  freno al fotovoltaico, che le società petolifere vogliono trivellarci il territorio e poi ci sono i gassificatori e nuove centrali a carbone da costruire…no, di nucleare non ne parliamo subito…magari ne parliamo tra un po’…che dite? Già, come ci hanno sempre detto, è molto più conveniente (per chi?) avere tre, al massimo quattro, società distributrici di alimentari in tutta europa, perchè la patata e la cipolla dall’asia può costare meno di quella coltivata nel campo dietro casa. I mobili, i casalinghi? Lascia che ci pensi una grande, grandissima società con grandi, energivori negozi. Tirando il collo a dipendenti e fornitori, riuscirà a farti risparmiare un sacco.

    Io mi fermo qui…se volete, potete proseguire voi nella lista degli sprechi.

     

  • 3
    The Red

    Le bollette dell’energia elettrica aumenteranno del 10%. Grazie. Anche quelle del gas saranno più salate. Sarà colpa del fatto che non si sono fatte le centrali nucleari come andavano ripetendo dei pezzi di m**da fino all’altro giorno? La notizia è che il boom nella produzione di energia rinnovabile, arrivata ormai a coprire il 30% del fabbisogno nazionale di elettricità, unitamente a consumi ormai da anni stabili o in calo, rende sempre meno necessario produrre energia dalle centrali tradizionali, costringendole a lavorare a scartamento ridotto, con pesanti ripercussioni sulla loro redditività. L’ex consigliere di amministrazione di Enel, Zorzoli, oggi presidente della sezione italiana dell’International Solar Energy Society, afferma (vedi qui:http://www.qualenergia.it/articoli/20120329-ecco-chi-danno-fastidio-le-rinnovabili) che soprattutto per quanto riguarda gli impianti più nuovi “per ripagarsi dovrebbero funzionare circa 4-5mila ore l’anno, invece ne stanno funzionando, quando va bene, 3mila. Il ridotto uso dei cicli combinati si traduce anche in miliardi di metri cubi di gas in meno, con un innegabile vantaggio in termini ambientali e di bilancia dei pagamenti, ma con un danno economico per chi vende gas”.

    E allora cosa fa il cartello monopolistico dei produttori e distributori di energia elettrica? Siccome il fotovoltaico ha fatto crollare i consumi diurni, si aumentano le tariffe sui consumi notturni. E la famosa Antitrust? Soprattutto il governo del rigore e dell’equità si prepara a varare una nuova normativa per penalizzare l’energia rinnovabile. Di questo non si parla o troppo poco. Ed è invece su questi aspetti dell’economia che si giocano le grandi partite e si scontrano interessi formidabili.

    Scrivevo a proposito il 15 marzo dell’anno scorso: si potrebbero dotare abitazioni, ospedali, scuole, alberghi di pannelli solari e fotovoltaici e l’illuminazione pubblica e privata di tecnologie migliori e più recenti. Quindi razionalizzare i trasporti, di ogni tipo. Eliminare i contenitori di plastica. Un contenitore per l’ammorbidente (dannoso per le lavatrici, sostituibile egregiamente con il più economico aceto) pesa diversi etti di plastica. Quanto costa, in termini di bolletta petrolifera, produrre (e smaltire) miliardi di bottiglie di plastica per l’acqua, contenitori per yogurt, detersivi, ecc.? Far arrivare le ciliegie cilene a dicembre? Insomma tutta una serie di misure di buon senso, alcune semplici da adottare, che creerebbero peraltro molti posti di lavoro, che però non possono essere prese in considerazione, se non molto parzialmente, perché si tratta anzitutto di tutelare i produttori di certe merci, quindi interessi e business.

    L’impiego del petrolio agli attuali livelli e per produrre merci inutili, quando non dannose, destinate al rapido consumo e inquinanti, è follia. La costruzione di centrali nucleari per illuminare le vetrine dei negozi di notte o per scaldare l’acqua della doccia in luglio, è follia. Tutto questo sistema di produzione e consumo, di distruzione e spreco delle risorse, dagli alimenti agli armamenti, è catastrofico e irrazionale.

    Prima di affrontare l’argomento petrolio, nucleare, eolico, ecc. sarebbe necessario affrontare il tema che sta a monte: per produrre e consumare cosa, a beneficio di chi? Allora la questione da porsi è anzitutto in termini di scelta, cioè di politica. Ed è altrimenti evidente che noi, in questo stato di cose, non contiamo un c**zo. Chi comanda l’economia e la politica (e controlla i mezzi d’informazione) se ne frega dei referendum, un modo per fotterci lo trova sempre, per fare soldi e comprarsi il SUV, la “barca” e il jet privato.

    Oggigiorno la paura è dappertutto e non ne usciremo se non rompendo la gabbia che ci imprigiona. “Rivoluzione” non è più lo slogan poetico di una coscienza in rivolta, ma è l’ultima parola del pensiero scientifico della nostra epoca.

    http://diciottobrumaio.blogspot.it/2012/03/chi-voleva-le-centrali-nucleari.html

  • 2
    gian65

    in primavera quando ero ragazzino, uscendo di casa sentivo il profumo delle viole che arrivava dalle colline vicino.

    la nutura aveva ancora ” cose “da dare

    ora uscendo di casa sento l’odore sgradevole del cemento, benzina ecc.

    la natura non ha piu’ nulla da dare: e’ finita, sie’ svuotata la terra di tutto per poter avere piu'”pezzi di carta” (soldi)’

    da piccolo nelle scuole veniva insegnato il “risparmio”non solo dei soldi, a novembre c’era l’importante giorno in cui si impiantava un albero nel giardino della scuola per ricordarci della natura.

    e’ vero. bisogna riprendersi la vita intesa non piu’ come avere, avere, avere costi quel che costi ma come qualita’ della vita

     

  • 1
    luis

    Se questa visione della realtà è corretta allora la crisi economica globale è qualcosa di positivo, perché riduce i consumi e di conseguenza lo sviluppo capitalistico che attinge voracemente dalle risorse naturali. Più sviluppo economico vorrebbe dire più incoraggiamento a prolificare, più persone umane sulla terra implicano più bisogni e di conseguenza più consumo di risorse (più prelievi da quel bancomat). Se la crisi ammazza il sesso e la voglia di avere figli è un bene in quanto non si fa aumentare ulteriormente il deficit con la natura. 

    Vi sono correnti di pensiero alternative a quello dominante, addirittura qualcuno sostiene che dovremmo ringraziare Monti e che tutto sommato quelle faccie toste dei politici non sono il male maggiore.

    Per quanto mi riguarda sono aperto a tutte le possibilità, ciò che inporta è la verità, anche se questa dovesse fare male.

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