Raffaele Lombardo, ‘o pesce fète d’ ‘a capa

di Valerio Valentini

Finalmente Raffaele Lombardo, oggi alle 16:30, si dimette, dopo che in un rigurgito intempestivo di dignità, stampa e politica nazionali avevano deciso di affrontare seriamente la “questione siciliana”. Monti chiama Napolitano, i due concordano la linea del rigore e poi il premier pretende le dimissioni di Lombardo a breve termine. E così il governo sembra fare la voce grossa in nome del risparmio e dell’efficienza: un figurone!

 

Eppure, un’attenzione assai meno rigorosa è stata mostrata da Monti e dalla “strana” maggioranza che lo sostiene a proposito di un provvedimento che, nella sua paradossale tragicità, dimostra che l’avvento del rigore e della legalità, nei palazzi del potere siciliano, è rimandato a data da destinarsi. Il presidente della Commissione Antimafia regionale, Calogero Speziale (Pd), il 20 luglio scorso aveva proposto a Palazzo dei Normanni un emendamento che intendeva introdurre una norma molto semplice: chiunque sia stato rinviato a giudizio per reati di mafia o delitti contro la pubblica amministrazione, non può essere nominato dal governo siciliano nei cda di enti e società partecipate o controllate dalla regione, fino a che la sua posizione giudiziaria non venga chiarita.

Norma sacrosanta, si dirà. Ed è per questo che deve aver fatto storcere il naso a molti onorevoli siciliani. Al momento della votazione, infatti, un gruppo di deputati di Pdl, Mpa e Pid (Popolari di Italia Domani) ha preteso e ottenuto che lo scrutinio non fosse palese, ma segreto. Evidentemente, in molti desideravano nascondere dietro l’anonimato la propria assurda contrarietà a questo emendamento. E i risultati lo hanno confermato: 39 contrari su 72 votanti. Norma respinta.

Sorprende, soprattutto, che in prima fila a premere perché il voto avvenisse a scrutinio segreto e a criticare aspramente la proposta di Speziale ci fosse l’onorevole del Pid Rudy Maira, il quale ha denunciato addirittura l’incostituzionalità della norma. Quello che sorprende più di ogni altra cosa, però, è che tale Rudy Maira è nientemeno che il vicepresidente della Commissione Antimafia regionale: il vice dello stesso Speziale, insomma. Ma le curiosità intorno a questo personaggio non finiscono certo qui: infatti è anche indagato in un’inchiesta su mafia e appalti truccati. Avrebbe ricevuto, insieme a Salvatore Cradinale (esponente di spicco del Pd siciliano), delle somme di denaro utili “ad oliare la macchina amministrativa“: questo è quanto sostiene il procuratore generale presso la corte d’appello di Caltanissetta, Roberto Scarpinato.

Ma attenzione: parlare degli sprechi della regione Sicilia nei termini in cui è stato fatto in questi giorni da quasi tutti i media è piuttosto mistificatorio. È vero, i vari governi dell’isola, che si sono succeduti in questi decenni, hanno dilapidato enormi ricchezze in nome di una gestione della cosa pubblica clientelare e inefficiente. Tuttavia, quella secondo cui i siciliani, forti dei privilegi della loro autonomia, sperperano e scialacquano, è una ricostruzione dei fatti che in parte distorce la realtà di questi ultimi anni. Perché per quello che riguarda i dissesti economici della Sicilia c’è una responsabilità grandissima a livello nazionale, e ciò è facilmente dimostrabile. Innanzitutto, nessun dirigente siciliano che si è reso protagonista di una stagione di spese folli e assunzioni facili è mai stato, in qualunque modo, punito a livello politico. Anzi, tutti i principali esponenti dei partiti siciliani hanno ricevuto promozioni sul campo da parte dei segretari e dei presidenti dei maggiori partiti nazionali. Con quale faccia, ad esempio, Pierferdinando Casini afferma che “sollevando il problema della spesa in Sicilia, che è un grande ‘nominificio’, Mario Monti ha compiuto un gesto di grande responsabilità istituzionale“, dopo che uno degli emblemi del clientelarismo e della connivenza mafioso-politica siciliani, Totò Cuffaro, è stato per anni ossequiato e difeso oltre ogni ragionevole dubbio dallo stesso leader dell’Udc?

In secondo luogo, è quantomeno curioso che la questione siciliana attiri ora l’attenzione di tutta l’Italia, e non quando invece l’isola costituiva un bacino di voti irrinunciabile per alcuni partiti, nel silenzio complice o quantomeno ambiguo dei partiti avversari: ricordate la schiacciante vittoria – 61 seggi a 0 – riportata alle elezioni del 2001 da Forza Italia di Berlusconi e Dell’Utri? A quei tempi nessuno si preoccupava degli sprechi e della malapolitica siciliana, perché evidentemente a quel tavolo ci mangiavano in tanti.

Ora, appare evidente come le dimissioni del governatore Raffaele Lombardo siano del tutto insufficienti a dare un segnale di svolta, a invertire la tendenza: il fallimento della Sicilia è il fallimento della politica nazionale, che dopo decenni di inettitudine e corruttele è evidentemente giunta alla resa dei conti. La bancarotta siciliana non è altro che una delle tante conseguenze di questo scellerato atteggiamento politico: come del resto le puntuali emergenze rifiuti in Campania, la Salerno-Reggio Calabria in mano alle ‘ndrine calabresi ma in perenne “prossimità di ultimazione” o i quartieri che a L’Aquila, dopo oltre tre anni dal terremoto, aspettano ancora di sapere quale sarà il loro destino. Ed è paradigmatica anche la scandalosa faccenda dell’Ilva di Taranto, dove l’asservimento di tutti i partiti alle logiche del profitto di alcune famiglie ha trasformato 12 mila persone in schiavi, costretti a scegliere tra la fame e l’avvelenamento.

Sacrificare ogni volta il capro espiatorio di turno – che pure, nel caso di Lombardo, ha colpe evidenti e innegabili – serve soltanto a distrarre dal problema principale: ‘o pesce fète d’ ‘a capa, dicono a Napoli. Ecco, appunto: chiediamoci qual è la testa di questo pesce putrescente.

 

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