Un incidente a sera tarda può capitare a tutti

L’ultima intervista del blog a Giulio Cavalli – 18.10.2010

di Valerio Valentini

 “Attore, scrittore, regista e politico italiano, nato a Milano il 26 giugno 1977″. C’è scritto più o meno così sulla prima riga della pagina di Wikipedia dedicata a Giulio Cavalli. Non c’è scritto che vive sotto scorta da 4 anni.  Oggi ha particolarmente bisogno di non essere lasciato solo. L’ho intervistato per il blog.

“Possiamo anche non interessarci degli ‘ndranghetisti, ma loro sicuramente si interesseranno di noi”. Più volte ti ho sentito ripetere questa frase: che significato ha avuto nella tua esperienza di uomo e di artista?

Noi dobbiamo riuscire a sgretolare il muro dell’indifferenza. E per farlo credo che l’impegno sia quello di stimolare e allenare il muscolo della curiosità collettiva. Accendere l’acquolina in bocca sul tema mafie e antimafia anche alla “signora Maria” sotto casa, al bar, dal panettiere. Perché gli uomini di ‘ndrangheta conoscono e studiano le mozioni o gli ordini del giorno o i PGT (piano di governo del territorio, ndr) dei piccoli comuni più attentamente degli onesti? Perché utilizzano gli spazi lasciati liberi dalle collusioni, certo, e dall’inettitudine civica. Quindi interessiamoci di loro perché inevitabilmente loro si interessano di noi, per favore. Questo è il richiamo.

 

 Un regista lombardo che denuncia la ‘ndrangheta: all’inizio qualcuno pensava a uno scherzo, dal momento che nella coscienza popolare la mafia calabrese era una faccenda del Sud. Eppure è dal 1979 che la ‘ndrangheta ammazza affiliati ribelli nei ristoranti del milanese come se si trattasse di gangster di Chicago, e nel decennio 1973-1983 furono più di cento i sequestri effettuati dalla criminalità organizzata in Lombardia. Perché, secondo te, c’è voluto tanto per comprendere che la mafia era arrivata anche al nord?

Per una questione politica e culturale. Politicamente, l’atteggiamento degli ultimi anni più in voga era il negazionismo a tutti i costi. La politica lombarda (almeno quella imperante) è vissuta sulla retorica dell’eccellenza in tutti i campi. La Lombardia come punto più alto dell’imprenditoria, della sanità, dell’organizzazione e della sicurezza. Riconoscere il problema delle mafie in fondo costringeva gli amministratori a rivedere dalle fondamenta il proprio “teorema lombardo”. Dal punto di vista culturale la Lombardia è la culla del federalismo. Ma non solo il federalismo bieco e secessionista della Lega quanto più un federalismo delle responsabilità per cui siamo tranquilli se la nostra città è tranquilla o addirittura ci basta che il nostro quartiere sia in sicurezza. Perso quindi il dovere di solidarietà evidentemente si sono create le pieghe culturali per un tranquillo pascolo delle famiglie mafiose. Anzi, negli ultimi vent’anni ci hanno fatto credere che la solidarietà (soprattutto qui in Lombardia) è un vezzo umanitario che non possiamo permetterci, una debolezza che mette a rischio i nostri figli. E così la vera secessione è stato l’egoismo civile.

 

 Dal 2008 vivi sotto scorta: evidentemente un’esperienza molto difficile. Eppure, recentemente, è accaduto qualcosa che ha peggiorato di molto la tua situazione. Vuoi raccontarci cos’è successo?

Ho spiegato tutto nel mio blog. In realtà di minacce me ne arrivano molte e molto spesso personalmente. Ora, però, ci sono dei nomi e dei cognomi dichiarati apertamente in un video. Quindi c’è un reato chiaro: o minacce, o calunnia e procurato allarme. E soprattutto c’è da chiedersi cosa possa spingere un imprenditore a rilasciare un’intervista così disperata e disperante. Mi auguro che le istituzioni diano la risposta.

 

 “Gliela faremo pagare, ma senza fretta. Un anno o dieci anni non è un problema”: più o meno in questo termini è stata formulata la minaccia nei tuoi confronti. Come va interpretata questa micidiale “pazienza” della ‘ndrangheta?

È la frase che più di tutte mi ha colpito e ha colpito alcuni investigatori con cui ho avuto modo di parlare in questo giorni. Se Gasparetto (l’imprenditore che ha lanciato l’allarme, ndr) avesse voluto cercare uno scoop avrebbe potuto favoleggiare di un attentato in pompa magna; invece il non avere fretta (ricordo in una telefonata qualcuno che, parlando di me, disse “un incidente a sera tarda può capitare a tutti”) è nel DNA delle ‘ndrine. Poco rumore. È finita l’era dei gesti eclatanti: conta solo il risultato.

 

 Concretamente, da oggi come cambia (se cambia) la tua vita dopo quest’ulteriore esplicita minaccia?

Credo che i dispositivi della mia sicurezza rientrino in un patto tra me, la mia famiglia e lo Stato. Non amo mai parlarne e sentirne parlare.

 

 Vivendo sulla tua pelle quest’esperienza, ti senti di indicare qualche provvedimento che ritieni opportuno le istituzioni prendano per migliorare le condizioni di collaboratori di giustizia, scrittori e giornalisti minacciati dalla mafia?

Difendere chi si espone è il modo migliore per lo Stato di dimostrarsi credibile. Non sempre ne è stato all’altezza.

 

 In più occasioni hai affermato che il tuo impegno politico (consigliere regionale dal 2010 nelle file dell’IDV, poi passato a Sel) è in qualche modo complementare all’impegno di regista. Ti sei immediatamente impegnato per fondare “Expo No Crime”, l’ente interistituzionale che si occupa di vigilare sul rispetto della legalità in occasione della grande esposizione universale che si svolgerà a Milano. Quale minaccia rappresenta l’Expo 2015 in termini di infiltrazioni mafiose? E quali misure ritieni opportuno applicare per limitarle al massimo?

Hanno scritto un documento importante pochi giorni fa a Milano: il comitato presieduto da Dalla Chiesa direi che ha scritto un “bigino dell’antimafia” che porta soluzioni fattibili e concrete. Poi le leggi bisogna scriverle, usarle e osarle. Al di là delle leggi però la domanda vera è: abbiamo una classe dirigente con lo spessore etico e morale per affrontare la sfida EXPO?

 

 Il tuo coraggio, la tua caparbietà, appaiono eroici. Eppure Giovanni Falcone diceva che non è con l’eroismo degli inermi cittadini che si può sconfiggere la mafia, ma con l’impegno costante delle forze migliori delle istituzioni. Cosa dobbiamo pretendere che faccia lo Stato, per vincere questa battaglia che tu hai deciso di combattere?

Niente eroismi. Ognuno faccia la propria parte. Senza indifferenti. L’articolo 4 della Costituzione: Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

 

 Nicola Gratteri, magistrato di Reggio Calabria da vent’anni in prima linea contro la ‘ndrangheta, sostiene che è nella scuola che si può vincere questa battaglia. E tu hai scelto l’arte per combatterla. Fa davvero così paura la cultura ai boss?

Io non credo che si vinca solo con la parola. Ma sicuramente la cultura svolge un ruolo importante: nell’alfabetizzazione della mafia, nell’educazione all’antimafia, nella costruzione di una lettura collettiva del fenomeno. E la scuola è il luogo che ha questo dovere perché, non dimentichiamolo, dovrebbe essere lo Stato ad assumersene l’onere. Non attori e scrittori.

 

 E tutti noi, semplici cittadini troppo spesso abituati – anche noi – a demandare agli altri il compito di essere eroi, cosa possiamo fare?

Convincerci che è una battaglia bellissima. Difendere la propria terra nel senso più intenso della parola, creare una rete solidale che sia un’associazione civica di stampo costituzionale.

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Nomi, cognomi e infami

Il collezionista di bossoli

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La prima intervista del blog a Giulio Cavalli – 9.3.2010

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10 risposte a Un incidente a sera tarda può capitare a tutti

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  • 8
    Pippo

    la sera del 14 agosto a Tropea hanno ammazzato a pistolattetate il reggente della cosca locale

    Questo è avvenuto in pieno centro  in mezzo a centinaia di turisti.

    La notizia si può trovare in cronaca nei giornali locali.

    Non mi rursulta che i media nazionali abbiano faytto cenno ad un fatto così grave (che invece certamente contribuirà a far ulteriormente abbassare la considerazione all’estero dell’Italia).

     

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  • 7
    Campisi

    Pena di morte si, pena di morte no. Tutto questo per significare che la lotta alla criminalità organizzata possa combattersi con la pena capitale. Con grande rispetto per le idee altrui, ritengo che la lotta alle mafie così come è stata intrapresa, dallo sbarco sulle coste meridionali della Sicilia da parte degli alleati che si sono avvalsi dei favori dei boss mafiosi locali ad oggi non produrrà mai alcun risultato positivo se non foto propagantistiche usate all’occorenza in occasione di arresti cosiddetti “eccellenti” che tali non sono per la pochezza dei personaggi dati in pasto alla pubblica demenza. E’ sufficiente notare le ricchezze di questi personaggi talvolta chiamati boss dei boss per capirne lo spessore e la possibilità che hanno di mettere in ginocchio uno Stato. Persone con accento palermitano che a malapena riescono a imbastire un discorso di senso compiuto capaci di terrorizzare uno paese costretto a trattare per evitare stragi? Non credo sia possibile. La letteratura in materia li vede come figure mitiche dalle enormi ricchezze che muovono miliardi di euro e comprano chiunque con la loro potenza economica. Se devo disegnare un personaggio che può influire nelle scelte politiche e mettere in difficolta una società, lo immagino ricchissimo, istruito, che ha in mano televisioni, giornali, grosse aziende, banche, che per sua convenienza e quella dei suoi amici magari si butta in politica occupando posti di governo. Ecco questi sono i veri personaggi su cui concentrare attenzione. Non credo di essere lontanissimo dal vero sostenendo che senza l’appoggio politico, vero ossigeno, e linfa vitale, queste bande di criminali, privi di qualsiasi scrupolo, non avrebbero che qualche mese di vita prima di soccombere alle forze legali dello Stato veramente libere  di svolgere il loro compito, ma cosi non è quindi teniamoci i vari Riina e Provenzano credendoli invincibili e votando questa classe politica che ci attanaglia le palle convincendoci di vivere in un paese normale. Ad majora gente.

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    • 7.1
      Giampi

      Hai un cognome che mi è molto familiare e simpatico :D

      Io, comunque, ho parlato di pena di morte in questo caso, ma la mia proposta non si ferma ai soli cosiddetti mafiosi, io la estenderei per tutti coloro che, con il loro comportamento, pregiudicano la vita altrui!!!!

      Non m’inoltro in approfondimenti sulle cause, giusto perchè chi vuole capire, se veramente lo vuole, può capire (salvo patologie di handicap mentali che portano ad una deficienza mentale!)

      Il fatto è che la stragrande maggioranza delle persone se ne frega di tutto ciò che avviene al di fuori dalla sfera della propria vita; senonchè, il male, sta sempre più prevaricando la sfera personale di ognuno di noi, ma, nonostante ciò, continuiamo ad interessarci quasi solo ed esclusivamente di noi stessi,senza tenere conto che la propria felicità dipende dalla serenità e dalla felicità del mondo a noi circostante…

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  • 6
    Giampi

    No, la pena di morte non è impraticabile, tutt’altro!!!!!!

    Vedete, io ho questa visione della vita: ogni essere umano è una cellula appartenete all’organismo di madre natura; solo che l’essere umano, è l’unico animale “degno” di essere definito BESTIA!!! Infatti egli è convinto di poter assoggettare a se tutto ciò che lo circonda, così da poter soddisfare tutti i suoi più infimi istinti! Invece non è così: pensa se le cellule del nostro corpo agissero ognuna in totale anarchia, disinteressandosi delle funzioni vitali dell’intero essere: il nostro corpo cesserebbe di vivere in un attimo! Invece, quasi sempre, quando qualche cellula si ammala, le altre cercano di distruggerla, per poi sostituirla con una sana.

    La vita non è poi così complicata, siamo noi a complicarcela, pensando di essere onnipotenti e, cosa gravissima, essendo convinti di essere padroni di tutto ciò che ci circonda……

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  • 5
    giantra

     

    tu scrivi

    <<Mentre le persone di anima buona, ritengono la pena di morte una punizione assolutamente impraticabile>>

    Non esattamente così, io direi: la pena di morte una punizione assolutamente impraticabile  se inflitta dallo stato, ma giustificata e praticabile se ad eseguirla sono gli stessi parenti delle vittime.

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  • 4
    necroclerico

    Proprio ora, scusate la prolissità. mi giunge notizia che dieci poliziotti della NYPD hanno trovato più comodo uccidere un tizio per uno spinello e per un coltello in mano. Ora con tutto quello che si può dire di un tizio col coltello non riesco a non pensare a aggettivi come “infame” e “vile” quando penso a dieci persone armate di pistola a fronte di una armata di coltello. Ma ho una mentalità antiquata. Forse solo nei film western gli sceriffi avevano il fegato del duello uno-a-uno a armi pari…. mi sa tanto di si.

     

    Non per questo comunque gli USA mi sembrano meno esposti alla violenza di noi, con tutto che applichino la pena di morte in modo abbastanza gratuito e disinvolto, come molti casi attestano. Segno che il problema di certo non sta solo nella possibilità di essere giustiziato in strada (o in una  cella) dalle forze dell’ordine. Questo mi pare evidente.

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  • 3
    necroclerico

    @Giampi Mettere la questione repressione del crimine sotto la sola scelta pena di morte si, pena di morte no, senza valutare un contesto non porta molto lontano. In linea teorica sono abbastanza convinto che si possa limitare al massimo la criminalità organizzata sia con – che senza la – pena di morte che andrebbe valutata come parte di un processo complesso.

    Piaccia o non piaccia comunque esiste un dato di fatto: uno Stato per definizione agirà sempre in ritardo su qualunque organizzazione criminale e difficilmente potrà combattere in modo simmetrico.

    Intanto perché proteggersi dalla violenza altrui è già di per sé una battaglia asimmetrica. A chi ti vuole tagliare la gola basta un momento, a te servono tutti i momenti per vigilare, perché ogni momento potrebbe essere quello pericoloso. Difendersi è sempre più oneroso e logorante che attaccare nel lungo periodo. Come danneggiare il proprio corpo o qualcosa è molto più semplice che ripararlo. Basta un secondo per rompersi qualcosa, ma ci vogliono mesi di terapie per un recupero: la stessa cosa per la violenza. Esercitarla è assai più semplice che impegnarsi a gestire un conflitto e organizzare la vita.

    Diciamo che una certezza della pena, rapida, è il miglior deterrente possibile, magari accompagnata da qualche testa che salta – ma l’esperienza insegna che ci sono destini peggiori della forca, basti pensare a certe forme di terrore/tortura e proigionia che rendono qualunque boia istituzionale una soluzione rapida e pietosa. Lo Stato ovviamente anche su questo fronte non può agire con la stessa determinazione e incisività delle organizzazioni criminali, per la sua natura burocratica e legata alle procedure legali. Non a caso per esempio le vendette delle varie mafie arrivano ben prima a castigare i “colpevoli” e gli “sgarranti” di qualsiasi tribunale: ricordate il caso del cinese ucciso con la figlia? Guarda caso il presunto colpevole ha incontrato una forma più rapida e meno aleatoria di vendetta/giustizia, chiamatela come credete. Lo Stato non poteva fare di “meglio” sotto quell’aspetto. Riflettere su questo ci obbliga a compiere scelte pericolose ma forse ineludibili e necessarie.

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  • 2
    parla_come_mangi

    Questi è il risultato, tra l’altro ampiamente prevedibile, della meridionalizzazione del Nord.

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  • 1
    Giampi

    Mentre le persone di anima buona, ritengono la pena di morte una punizione assolutamente impraticabile, le persone cattive ci uccidono giorno dopo giorno, anche se in maniera indiretta……..

    Purtroppo il male va eliminato alla radice, le cellule tumorali vanno assolutamente distrutte, altrimenti si moltiplicano fino ad avere la meglio su quelle sane!!!!!

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