Il recupero coatto

Una delle parole più ricorrenti per descrivere la filosofia della Norvegia in materia di ordine e giustizia sociale è “recupero“. Intorno al concetto di recupero ruotano una serie di commentatori che, semplificando, si oppongono alla filosofia del cosiddetto “giustizialismo”, ovvero alla rielaborazione attuale del concetto biblico di “occhio per occhio, dente per dente”.  La tesi dei primi è che la pena non deve essere fine a se stessa, ovvero meramente vendicativa, altrimenti non sarebbe dissimile dalla barbarie e, in certi casi, sarebbe meno preferibile della morte, quanto piuttosto rieducativa. In una civiltà evoluta, insomma, la privazione della libertà personale è accettabile solo in quanto finalizzata al recupero: una concezione che mette al centro la sacralità della vita e che non fa distinzioni di merito tra “buoni” e “cattivi”; una concezione fortemente egualitaria, dunque compatibile con l’impostazione democratica degli stati.

 

Premesso che non posso che essere d’accordo (e puntualizzato che spesso si liquida come “giustizialismo” solo la reazione fisiologica di chi si trova a vivere in un sistema sociale fortemente sbilanciato in favore dei potenti, i quali possono permettersi di infrangere le regole senza subirne conseguenze), trovo tuttavia che l’estremizzazione del concetto di recupero, come ogni valore che facendosi stereotipo viene facilmente sospinto fuori scala, porti ad effetti paradossali.

Prendiamo il caso di Breivik, sul quale torno per conferire un respiro più ampio alle argomentazioni meno raffinate che avevo usato per esprimere parte dei miei pensieri. Se ammettiamo, senza partigianerie, che il concetto di ordinario, di normalità non esista di per sé, ma solo in quanto dato statistico rispetto alla morale dominante – per come si viene a determinare in una certa popolazione – possiamo definire il reato come un punto su un grafico, che abbia una distanza non nulla dai valori che assume una funzione “diritto”. Possiamo cioè immaginarlo come la devianza rispetto alla curva che descrive le regole comuni (ovvero appunto le norme di diritto, ma anche in qualche misura la cultura generale). Tanto più le coordinate di un singolo reato (o la nuvola di distribuzione di tanti reati diffusi) si discostano dalla curva del diritto, tanto più il reato viene percepito come distante e incomprensibile, in taluni casi perfino “mostruoso”.

Vi sono reati che non hanno nulla di ideologico e che gravitano tutti intorno alla curva che rappresenta, secondo la convenzione ordinaria, il comportamento accettabile. Le possibilità di recupero di chi infrange la legge, in quei casi, sono alte, perché molto spesso la distanza che separa le azioni del piccolo criminale dalla condizione di “onestà” è determinata da condizioni di vita oggettive, magari convergenti, mutate le quali, o attraverso l’acquisizione di nuovi strumenti accettabili per incidere sui problemi della quotidianità, il disonesto accetta di compiere solo azioni che coincidano con la linea virtuosa, magari discostandosene per un delta considerato tollerabile.

Vi sono tuttavia reati, posizionati a grande distanza dai valori della nostra funzione, che non sono commessi per una male interpretata necessità di migliorare condizioni di vita oggettivamente difficili, o per la semplice attitudine caratteriale ad assecondare avidità e bramosia personali: sono azioni o stili di vita perseguiti consapevolmente, in ossequio a convincimenti individuali che si ritengono in contrasto con la morale comune e con il diritto costituito. Sono reati ideologici, i quali vengono percepiti da chi li commette come un’espressione della propria libertà, spesso addirittura come un modo di salvare il mondo da una ineluttabile, inesorabile rovina.

Seguendo l’approccio analitico fin qui adottato, bisogna evitare di cedere alla tentazione di fare considerazioni di ordine morale su questa categoria di infrazioni, giacché, per impostazione predefinita, abbiamo definito il reato come semplice scostamento rispetto al profilo comportamentale che la maggioranza degli individui di una popolazione ha sancito dandogli forza di legge. Per assurdo, chi commette un reato ideologico potrebbe, secondo criteri altri, o secondo un sistema di valori differente, avere anche ragione. Ciò che importa è che una comunità si è data delle regole e bisogna trovare il modo di farle rispettare. Il successo di un sistema di diritto, cioè, è tanto maggiore tanto quanto i punti che rappresentano le azioni di ogni singolo individuo si distribuiscono uniformemente in un intorno piccolo a piacere, schiacciato sulla linea del diritto. La civiltà di un popolo, descritta matematicamente, è un limite dove la distanza delle azioni individuali, rispetto a ciò che è consentito, tende a zero.

Idealmente, chi non accetta un determinato sistema di valori, deve essere libero di adottarne un altro, alla sola condizione di migrare verso un’altra comunità di individui che se ne stia già avvalendo. Tradotto in parole povere: chi commette un reato ideologico deve avere facoltà non già di essere “recuperato”, ma di esiliarsi e costruire le sue fortune altrove. Questo esilio dovrebbe essere volontario (meglio) oppure coercitivo, come può accadere quando il criminale ideologico diviene una minaccia manifesta per l’ordine democraticamente precostituito. Tuttavia, sorge una difficoltà: mentre una volta il mondo conosciuto abbondava di spazi vuoti, ancora da occupare, e dunque l’esilio aveva il senso di offrire una possibilità concreta, oggi la globalizzazione ha reso il sistema di valori vigente pervasivo: non esiste angolo della Terra dove sia possibile costituire una comunità nuova o, in alternativa, vivere in solitudine, al di fuori di qualunque sistema di valori. Dunque, a meno di non organizzare una colonia su Marte (con la conseguente violazione dei diritti di ogni creatura di vivere ed appartenere al suo pianeta di origine, immerso nel suo ambiente naturale), l’esilio è oggi una via non più praticabile. Il criminale ideologico è costretto a vivere secondo regole che non gli appartengono (e da qui una radicalizzazione delle sue posizioni e una pericolosa esacerbazione del rancore).

Dunque, le alternative correnti per chi non vuole percorrere la curva del diritto si riducono a una limitazione continuativa della sua libertà, allo scopo di evitare che costituisca una minaccia per la collettività, alla sua eliminazione fisica (pena di morte) o al suo famigerato “recupero”, soluzione – quest’ultima – che tanto infiamma le aspirazioni democratiche di chi vuole garantire i diritti di tutti, anche del grande criminale ideologico. Ma davvero il percorso del “recupero” rappresenta una garanzia per i soggetti cui viene applicato?

Come abbiamo visto, nel caso dei criminali comuni sì, perché spesso consiste nel mostrare loro una via di risoluzione dei loro esiziali problemi più efficace ed accettabile. Ovvero: ti insegno un’arte, ti dò la possibilità di procurarti un lavoro e vedrai che, finalmente accettato dalla collettività, non avrai più bisogno di delinquere, neppure come forma di reazione all’emarginazione. La società ti accoglie come un figliol prodigo e tu, che eri un ribelle perché non ti sentivi amato, trovi il tuo posto e poni fine ai tuoi tormenti (e ai nostri).

Tutti quelli che propugnano un modello di giustizia che punti al recupero sempre e comunque, sulla base dell’assunto che un sistema di diritti debba valere per tutti, e quindi secondo il sincero proposito di voler garantire un bene superiore anche a colui che si macchia di crimini perché sospinto da una ideologia forte e così difforme dal sentire comune, dovrebbero tuttavia assicurarsi di essersi posti prima la domanda fondamentale. Dovrebbero cioè non trascurare il diritto centrale, dal quale tutti gli altri discendono, e chiedersi se esso è tutelato a sufficienza dal modello che vogliono applicare al soggetto della misura detentiva: la libertà individuale. Prendendo ad esempio il caso Breivik, sarebbe dunque necessario chiedersi: “costui desidera realmente essere recuperato?”.

Nel caso di chi commette crimini di grande portata, caratterizzati da una forte valenza ideologica, il significato di “recupero” ha assonanze sinistre con le tecniche applicate dal Partito dell’Amore di orwelliana memoria . Cosa vuol dire, per uno come Breivik, essere “recuperato“? Significa abdicare al suo credo, subendo un costante, pervasivo condizionamento psicologico lungo un’infinità di ore, giorni, mesi, anni, inflitto allo scopo costante di “fargli cambiare idea”.  Una sterminata costellazione di letture, insegnamenti, ricondizionamenti, interrogatori volti ad accertare il grado di rieducazione del soggetto, esami, contraddittori continui condotti da soggetti interessati ad un cambiamento unilaterale, ovvero portatori di una comunicazione a senso unico, i quali ascoltano solo nella misura in cui possono usare le tue argomentazioni per rifinire nuove chiavi di lettura che poi vengono utilizzate per convincerti di quanto loro abbiano ragione e tu torto, in una serie di mortificanti umiliazioni intellettuali continue, portate avanti fino allo sfinimento con l’unico, nobile scopo di “recuperarti” al sistema di valori dominante. Fino a quando, estenuato, non rinneghi te stesso e non ammetti di avere sbagliato, perché l’amore vince sempre sull’odio – e tu odiavi – e perché avevi il privilegio di vivere nel migliore dei mondi possibili e sei stato così stupido da non usarlo, “ma noi siamo così buoni che ti abbiamo dato una seconda possibilità, un’offerta che non puoi rifiutare”. Altrimenti? Altrimenti resti qui per tutta la vita.

Gilioli scrive che il carcere a vita è un surrogato ipocrita della pena di morte. E’ vero. Ma a sua volta, in certi casi, è meno ipocrita del recupero coatto perpetuo. A meno che non si consideri accettabile, anzi addirittura un successo, l’esito di un processo di ricondizionamento in grado di produrre nuovi cittadini normalizzati come Winston Smith e Julia, che vagano senza quasi riconoscersi alla fine di “1984“.

Non esiste un sistema di tutela dei valori comuni di una società che sia contemporaneamente rispettoso dei diritti collettivi e dei diritti del singolo. Applicare i propri principi a chi in quegli stessi principi non crede e non vuole credere, per quanto i suoi ci appaiano esecrabili, non costituisce un rifugio accettabile ove seppellire ipocritamente le nostre esigenze di autotutela fisica, le nostre istanze di sicurezza. La diversità, nell’era della globalizzazione coatta, paradossalmente si può tutelare solo quando conserva sufficienti tratti di similarità (l’accettazione per esempio di un insieme di regole e valori condivisi): la vera diversità sarà viceversa sempre oggetto di repressione, in qualsiasi modo vogliate chiamarla per renderla apparentemente più innocua.


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21 risposte a Il recupero coatto

  • 7

    In tutta onestà, uno dei commenti migliori che abbia mai letto in qualsiasi blog.

  • 6
    tatona

    A Claudio e non solo: Ma hai determinato che tra coloro che fanno copia e incolla(non generalizzo, niente di male di per se..anch’io alle volte lo faccio), c’è chi vuole confondere e non condividere?…

    o.., hai colto che c’è sempre qualcuno(parlo più di uno..) che, confonde, distrae..svia e simili?.. 

    un sito così “riuscito”..così di “successo”.. non può non essere “visita” dei soliti noti mandati dai soliti ignoti… Vedi Aldo Giannuli dal suo libro COME OPERANO I SERVIZI SEGRETI in particolare le pagine da pag 199-203 (sottotitolo- infowar -)…

    Come si fà a non esserne influenzati, condizionati,e quindi a perder voglia di entrare nel calderone della manipolazione?

    NOTA: essendo tu Claudio un ottimo “gestore” , da te si evitano “esagerazioni”…cioè chiare manifestazioni di quanto sopra, ma il problema a chi coglie , è si sottile, ma , evidente comunque.

    nello specifico di “BREIVIK”…non si ammazzano 70 persone da solo, molto è stato “nascosto a tal proposito dai media , ma chi cerca ..può trovare fonti ufficiali e autorevoli che dicono e testimoniano che da solo non era..che lui lo sapesse o no).. ,comunque è stato aiutato, sostenuto,lasciato fare,insomma “indirizzato”… . (vedi i soliti casi di “pazzi”..gestiti da.., ne è piena la storia degli ultimi ..almeno 60 anni).

    Quindi il discorso di sopra sul caso BREI>VIK e sui 21 anni.. diventa quasi inutile, non per il senso di giustizia o di ingiustizia che ognuno di noi , è legittimato a provare.. ma per la realtà molto più complessa di tale suddetto caso..che parla di “mostri” molto più da giudicare!

    Ecco perchè il tuo blog, mi piace, molto, ma da leggere e ascoltare…solo te!

    • 6.1
      illupociuco

      Mi piace il tuo commento: sicuramente l’esempio Norvegese di società civile, distribuzione di ricchezza e socialdemocrazia di stampo comunista è forse l’unico esempio di ciò che sarebbe potuta essere l’Europa se la propagnada di estrema destra e neoconservatrice non avesse invaso media di massa e sistemi scolastici.

      E’ l’esempio vivente delle balle quotidiane che vengono raccontate e avrebbe fatto sicuramente comodo a qualcuno se avesse ceduto davnti all’orrore della strage.

      Il fatto che nonostante la pressione mediatica globale la Norvegia non sia scesa a compromessi con i propri valori sociali e che la politica non si sia vigliaccamente abbassata a facili populismi e demagogia sull’innasprimento della pena.

      Nonostante abbia apprezzato molto, Claudio, lo sforzo intellettuale delle tue argomentazioni non posso farti notare due aspetti, secondo me imprescindibili, per sostenere la tua opinione:

      1 – il Diritto deve tutelare il singolo cittadino come tutta la società nel suo complesso e ciò che può sembrare ingiusto nel singolo caso nella percezione comune può essere estremamente “giusto” dal punto di vista della collettività;

      2 – è pacifico da tempi immemorabili tra psicologi e sociologi che non vi è nessuna correlazione tra la durezza della pena e disincentivo a commettere il crimine; lo scopo dei periodici dibattiti è esclusivamente politico;

      3 – il fatto che qualcuno sia in grado di intendere e volere non significa che non sia malato; non è una questione solo di punti di vista. Ci sono dei valori che sono sono strettamente legati ai connotati umani e sono validi da quando esiste la storia umana: se un individuo li acquisisce tende a stare bene indipendentemente dal contesto sociale in cui si trova.

      Una persona che “sta bene” a certe ideologie non ci pensa, o quanto meno non ne mette in atto le aberrazioni… il “relativismo” è meglio lasciarlo ai sistemi fisici… gli esseri umano sono fatti tutti allo stesso modo e si possono valutare obiettivamente le “devianze”.

       

      Io posso avere una particolare antipatia per gli zingari, persino odio… non per questo vado a incendiare i loro campi…

       

      Nonostante la valida riflessione, Claudio, credo che la Norvegia (a contrario magari della Svezia…) abbia dato l’ennesima prova a tutto il mondo chi è il role model da seguire.

       

      Grazie.

    • 6.2

      ma io non ho mica criticato la Norvegia. Queste sono riflessioni di carattere generale sul concetto di “recupero” per come viene sventolato come un mantra senza però andare a fondo del problema ed essere costretti a riconoscere che, in alcuni casi, neppure il recupero è esente dalla violenza.

      Non c’è una critica alla Norvegia.

  • 5
    Nuke the whales

    Io ho avuto molti dubbi su come si sarebbero svolti i fatti e , penso sia difficile uccidere quasi settanta persone , tra cui dei ragazzi così a “freddo”, senza una preparazione ed un addestramanto adeguato , e magari essere anche in due o tre aiuta.

    Però non sapremo mai come si sono svolti i fatti , trane che il matto in oggetto ha pensato di dare alla sua azione una valenza politica.

    In passato in Francia e germania ci sono stati degli attentati agli extracomunitari , anche con decine di morti (incendi dolosi di palazzi ghetto).

    Forse in Norvegia gli extracomunitari sono ben integrati e non sono racchiusi in palazzi fatiscenti come succede anche in Italia.

    Comunque se il matto ne avesse ucciso una ventina di extracomunitari ai Norvegesi e alla’opinione pubblica europea non gliene sarebbe importato molto, è brutto dirlo , ma è la verità.

    Uccidendo de ragazzi bianchi , di buona famiglia e apbbattendoli a decine pensava di dare un messaggio politico , di dare una sveglia alla popolazione e di rendere tutti partecipi di quello che , secondo lui ( e non io , certo!) è un problema.

    Quindi un pamphlet , non una strage.

    il guaio è che alcuni avranno recepito il suo messaggio.

    Ma dico , avete letto il suo delirio , il librone (fatto con copia e incolla , più che altro) che , oltre a esprimere le sue idee , spiega come preparare le armi , gli eplosivi , e cose amene come gas ecc.ecc.

    Diciamo che lui è convinto di essere nel giusto , e pensa di avere dei seguaci.

    perchè non ho mai fatto il suo nome ? io vorrei che in futuro fesse ricordato come il matto norvegese, e non altro.

  • 4
    Leela
    I giudici di Oslo hanno chiarito una questione che spesso nel nostro paese viene minimizzata.
    Non è un folle Breivik, ma una persona che segue lucidamente un’ideologia e una scuola di pensiero ben radicata in Europa, la stessa che ha portato il continente alla Seconda Guerra Mondiale. Una guerra d’aggressione scatenata contro popoli ritenuti inferiori e che, coerentemente, condusse fino all’Olocausto. Un’ideologia razzista che prima d’allora aveva legittimato il colonialismo europeo in America, Africa, Asia e Oceania e in seguito, ancora per decenni, ha continuato a legittimare la politica dell’apartheid negli Stati Uniti come in Sudafrica. Alle azioni e ai deliri del Breivik che rifiutavano l’essenza stessa della democrazia, il governo norvegese aveva promesso di rispondere con “ancora più democrazia” e si può ben dire che la promessa sia stata mantenuta. Non ci sono state folle di forcaioli ad accompagnare il processo, non ci sono state grida d’insoddisfazione nell’accogliere la condanna a 21 anni, la massima prevista per la legge norvegese. Non si può che ammirare la Norvegia ed esprimere solidarietà ai norvegesi per la gestione di un caso eccezionale che ha profondamente scosso quel paese come mai era accaduto prima. Ma poi bisogna fare i conti con l’immensa differenza che separa quel paese e quella civiltà dalla nostra. Civiltà, la nostra, plasmata da tanti maestri del pensiero che subito si precipitarono a catalogare Breivik come un folle, a separarlo proprio da quell’ideologia che oggi i giudici norvegesi hanno riconosciuto come primo motore della strage. E forse, anche ad autoassolversi. Ricordo il rantolo di Magdi (ormai) Cristiano Allam che, per nulla pentito di avere in passato sostenuto alcune delle tesi sbandierate da Breivik, si scagliò come il terrorista norvegese contro il “multiculturalismo”. Non era colpa di Breivik, che è un folle, si disse, ma del “Multiculturalismo che l’ha spinto alla follia turbando la sua quiete. Sul Foglio Giuliano Ferrara scrisse che “Non voleva scatenare una guerra etnico-religiosa“, Camillo Langone che lui è un fondamentalista diverso perché Breivik e luterano e mette le bombe, non come lui che tutti i giorni scrive le stesse cose di Breivik e che anche il quel pezzo non mancò di prendersela con l’immigrazione. Un servizio del TG1 attribuì la colpa della strage ai videogame, Pierluigi Battista sulle pagine del Corriere della sera si affrettò a dire che non era colpa di chi, come il suo giornale, aveva diffuso le stesse idee di Breivik facendo delle razzistate della senescente Oriana Fallaci un successo editoriale, disse Pigi che legare Breivik a quelle idee era “un’ipotesi complottista”. Vittorio Feltri arrivò persino ad accusare le giovani vittime di essere mollaccioni di sinistra, perché non si erano lanciati a decine sul killer. Decine di esercizi di terzismo ridicolo e insopportabile, con buona parte della destra di questo paese che cercò di smarcarsi da Breivik mentre ne ripeteva gli slogan, quegli stessi che ha diffuso nell’ultimo decennio ossessivamente, anche dalle tribune del governo. PDL, Lega Nord, AN, i politici di questi partiti giocarono in difesa, negando che ogni legame con un’ideologia che hanno cavalcato platealmente per anni e continuano a cavalcare. Oggi questi dovrebbero fare i conti con la sentenza norvegese, che li espone nel ruolo di complici, di cattivi maestri, di brodo di cultura di un’ideologia suprematista e razzista che non si è mai sopita nonostante sia stata sconfitta e nonostante si sia resa responsabile di uno dei periodi più bui dell’umanità. La stessa ideologia che ha prodotto le carceri infami nelle quali deteniamo i migranti, privandoli della libertà personale senza che abbiano compiuto alcun reato, la stessa ideologia che spinge a dimenticare le condizioni disumane nelle quali costringiamo i nostri carcerati. La distanza dalla civiltà della Norvegia si può misurare visivamente anche accostando il carcere che ospiterà Breivik con i nostri istituti di pena, dove secondo i cialtroni della destra i nostri detenuti vivono “come in albergo” e “a spese nostre”. E sono conti che devono fare ancora di più in quanto sono gli stessi che, in prima fila, sono pronti ad accusare gli avversari di essere “cattivi maestri” quando qualche giovane sfascia una vetrina. La sentenza con la quale i giudici norvegesi hanno condannato Breivik illumina il negazionismo criminale di questi commentatori che hanno plaudito ai rantoli razzisti di Fallaci e che ogni volta che nel nostro paese si scatena un pogrom contro gli zingari o una strage motivata dall’ideologia d’estrema destra ci raccontano che gli assassini sono stati provocati o che sono matti, mentre sui siti dei loro giornali scatta l’orgia di commenti a confronto dei quali Breivik appare un elegante ufficiale nazista, che si staglia sulle truppe che accompagnano gli ebrei, gli zingari e gli omosessuali ai forni. Con questa sentenza l’Italia dovrebbe fare i suoi conti, li dovrebbero fare i suoi media e quei giornalisti che passano il tempo a soffiare sul fuoco dell’odio e poi a giocare ai negazionisti quando la follia razzista divampa. La battaglia contro il nazifascimo non potrà dirsi vinta fino a quando comportamenti del genere avranno cittadinanza nel nostro paese.
  • 3
    stelladelnord

    Buon giorno 

     

    (Scusate il mio povero italino, sto studiando la lingua)

    Il fatto rimane che Breivik e un narcisista. Purtroppo pochi capiscono cosa vuol dire. Narcisismo non significa egoismo. Egoismo e tipico per tutti noi.  

    Si diventa un narcisista in eta di 0-3 anni,secondo la ricerca, se ho capito bene. Narcisismo non é  guaribile se  il narcisista non vuole essere guarito. Di solito non vuole, perche pensa di essere perfetto. Il suo “egoismo” (egoismo  abnormale) supera ogni algra cosa, ogni altra persona, tutta la umanita, perche lui deve cercare a  riempire il vuoto dentro di se, il vuoto lasciato dalla mancanza di attenzione ed affetto durante i detti primi anni. DI solito un narcisista non viene mai guarito. Se ho capito bene in Europa  narcisismo non viene considerata una malattia, come in  USA, dove posso diagnostizzare una persona di avere la malattia di narcisismo. In Europa (sempre se ho capito bene) e “solo” grave disturbanza di personalita. La maggior parte di gente che sta in carceri del mio paese, sono narcisisti (secondo una ricerca).

    Un vero narcisista non sente empatia, e pieno di se. Vuole attenzione, anche negativa se  altra non e raggiungibile. Vuole essere il  piu bel gallo, alla cima della montagna, anche se la montagna fosse fatta di m—a. CI sono regole da seguire con narcisisti:

    Regola 1. Se riconosci un narcisista- allontanamento!

    Regola 2. Se non riesci ad allontanare, non mai fare come vuole il narcisista, e se riesci, senza pericolo, meglio battagliare contro di lui in ogni cosa, cosi Ti PUO lasciare in pace. Ma battagliare puo anche essere pericoloso. (Mi ha quasi ucciso un narcisista)

    Come Breivik, un narcisista tipico, siccome non e malato, deve essere responabile di suoi atti avanti alla legge.

     

    Saluti dalla Helsinki, Stelladelnord

     

  • 2
    roby5555

    In Norvegia come si sa la delinquenza è molto poca ed anche la polizia gira senza armi. D’ altra parte se la legge stabilisce un massimo di 21 anni di carcerazione c’è poco da fare. Comunque credo che l’omicida quando uscira dal carcere sarà sotto stretto controllo e sempre che verifichino che la sua morale è cambiata altrimenti deve restare dentro.

    Una cosa curiosa che ho letto èche  in Norvegia  politici e uomini di governo girano spesso per la città senza scorta e vengono avvicinati dai cittadini che vogliono scambiare quattro chiacchiere, dare un’opinione o un consiglio, senza particolari problemi.

    Purtroppo le nostre carceri sono piene di gente definita malavitosa ma fino ad un certo punto. La maggior parte sono immigrati, drogati ed altri carcerati per reati non molto importanti.

    Mentre i reati commessi dai  corruttori ..e corrotti che secondo me sono molto piu’ gravi anche se prevedono il carcere non ci va mai nesuno. 

     

  • 1
    marian

    L’articolo è molto interessante e anche ben articolato. Sicuramente il migliore che mi è capitato di leggere fin qui..e in grado di stimolare un dibattito.

    Su un aspetto dissento e riguarda il finale: applicare i nostri principi per esigenze di tutela qual è quella al diritto alla vita è legittimo in una società. Il diritto alla vita è un diritto naturale che prevale sul diritto alla libertà del condannato. Quindi è legittimo che uno Stato predisponi soluzioni normative carcerarie che tutelino la mia libertà. Non si tratta di un rifugio dove seppellire le nostre esigenze di autotutela fisiche..

  • 0
    gigic

    Criticare un ordinamento giuridico e la sua stessa impostazione etica in ordine ad uno specifico caso puo’ essere fuorviante e sommario.  Nel caso in questione, per seguire  lo schema di Byoblu, mi domando dove si pone, nel grafico, la linea di demarcazione tra reati per cosi’ dire ammissibili che meritano un percorso di riabilitazione e quelli che condannano alla espulsione perpetua dal consesso umano. L’ omicidio plurimo? E dove situiamo quell’ aviatore che sgancio’ la bomba h? E siccome dovra’ essere un uomo a decidere, siamo sicuri che non sarà influenzato da pressioni o ideologie? Di fatto, la storia ci insegna che al confino o al gulag ci finirono spesso e volentieri gli oppositori politici piuttosto che gli omicidi seriali.

  • -1
    Youkai

    Ha una bella faccia tosta quel breivik, non c’è che dire, forse perché sa che ha il c**o parato in ogni dove? forse

    Perché non prestiamo attenzione alla polizia norveggese, le cui forze si sono trasformate da abili servitori dello stato, in mezze pippe dall’intelleto non maggiore di quello richiesto per friggere le patatine al mc donalds.

    Vi rendete conto? Le forze speciali, 5 uomini pienamente equipaggiati, più un altro paio salire su di un gommone, o comunque di una barchetta che solo uno stolto potrebbe pensare che li riesca a trasportare tutti fino all’altra sponda… infatti… dopo pochi metri il mezzo utilizzato stava già affondando per l’eccessivo peso… e così hanno perso minuti preziosissimi. Poi si è anche parlato di più di un sparatore…

    Le somme le lascio tirare a voi, ma a me sembra abbastanza cristallino che quì manca qualche punto chiaro.

  • -2
    Antonio C.

    Buongiorno!

    Non sono assolutamente d’accordo sul fatto che l’idea che il carcere a vita sia un surrogato della pena di morte. Al di lá di quello che possiamo pensare sul sistema giudiziario, sul concetto di carcere (punizione recupero o altro) c’é il rischio che di fronte a fatti estremi il nostra razionalitá vada in tilt cominciando a fare paragoni, a mio avviso, senza senso. La pena di morte é una misura definitiva. Non si torna indietro. Prendere in considerazione la pena di morte, anche solo per paragoni ideologici o giochi intellettuali, presuppone un sistema giuridico (e ligislativo) a prova di errore. Le leggi sono fatte e applicate da persone che, che anche se armate delle migliori intenzioni, commettono errori; ergo un sistema punitivo, di qualsiasi forma o filosofia deve considerare la possibilitá che innocenti finiscano con l’essere ingustamente puniti. Se anni dopo la condanna scopriamo che abbiamo messo in carcere un innocente, non riusciremo mai a risarcirlo del danno, ma almeno la pena (per esempio il carcere a vita) potrá essere quantomeno interrotta e la societá si potrebbe dar da fare per riabilitare l’innocente e reintrodurlo ad una vita normale. Condannare a morte non permette alcun tornare indietro, niente ripensamenti.

    La pena di morte, al di lá delle considerazioni morali e/o filosofiche, é a mio avviso illogica ed inadatta ad una societá, per sua natura, imperfetta.

    Detto questo é ovvio che la tentazione di dire “Si ma in questo caso…”, “si ma se c’era mio figlio sull’isola…” ecc. Ma le regole su cui una societá non dovrebbero essere pensate e costruite senza riferimenti a particolari fatti o persone? Le leggi non dovrebbero essere norme di carattere generale e astratto? 

    Cosa ne pensate?

    Auguri, di cuore, a tutti!

    A.C.

  • -3
    ricos

    vi dovete svegliare immediatamente perche corriamo un gravissimo pericolo e tutta l’umanita và avvisata subito !!!!!!! cé una cricca di xsone che comandan dall’alto tramite massonerie e soc.segrete ma nn sono loro ha decidere cosa fare bensi una setta chiamata ROSA ROSSA che stà al vertice e uccide la gente cn delle onde elettromagnetiche perche son scomodi e allora li eliminano! ma al loro vertice cé un ENTITA’ che ha la sede dentro la terra sotto i nostri piedi perche e’ cava e li le teoria di AGARTI spiega tutto x bene dovete informare tutti anche di agarti!!!!! DAI c**zO SVEGLIATEVI !!!!!!!!!!!!!!!!!
    e i strumenti che usano x toglierci ogni vibrazzione positiva e governarci vanno dal SIGNORAGGIO MONETARIO (cioè tutta LA MONETA che abbiamo e’ DEBITO e siam strozzati da questo) e i vaccini e le SCIE CHIMICHE ci manipolano il DNA facendolo vibrare in altre frequenze ionizzate e ponendole nell’etere: questi sono pazzi e han finto tante cose nel passato come l’allunaggio (kubrick sapeva e lo hanno ucciso con un fascio di MICROONDE INFRAROSSE ULTRAVIOLETTE) e magari fingeranno che dovranno salvarci col MICROCHIP sottopelle (e i COjONI DEFICIENTI mi raccomando accettate EHHHHHH!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!)
    LORO nn soffriranno xche non sono umani come noi!!! sono RETTILIANI che derivano da creature rettiloidi imparentate coi GRIGI e ke derivano dai dinosauri!
    RETTILIANI DI M*****AA !!!!!!!
    RETTILIANI DI M*****AA !!!!!!!
    RETTILIANI DI M*****AA !!!!!!!

    ! DAVID ICKE SPIEGA TUTTO!!!! li sopra cé LA CHIAVE DELLA SALVEZZA !!!!!! x salvarvi dai RETTILIANI DOVETE ASSOLUTAMENTE leggere i libri di DAVID ICKE che ci stà salvando x il ns bene,,,, ci potranno salvare soltatno gli ALIENI e arriveranno a bordo del Pianeta
    Niubiru nel 2012 ma sio salveranno soltanto i puri che hanno vibrazzioni alte e eleveranno la propia autocoscienza con la meditazione e bevendo molta ACQUA DIAMANTINA,,,, per tutti gli altri ci sara’ il MARCHIO della BESTIA,,,,, cioe’ un Microchip sottopelle ke ci tracciera’ ovunque e sempre e ci spegnaranno il conto corrente se nn facciamo ql ke dicono loro e magari cn delle onde elettromagnetike ci faran comportare km voglion loro !!! e 1 grossa mano c’e’ la daranno i BAMBINI INDACO ke sn nati diversi da noi e dagli altri e stan facendo i loro figli ke ha loro volta sono detti Bambini CRISTALLO e abbiam bisogno del loro aiuto!

    SVEGLIATEVI c**zOOOOOO questi figli di p….na ci stanno x distruggere !!!! Ma io nn mi faro’ piegare e salvero’ i mei figli con tanta preghiera e amore e NON ODIERO’ mai questi luridi schifosi bast**** pezzi di ********* figli di ********* ke vogliono schiavizzare il MONDO e ke dovran soffrire cm cani rognosi x l’eternita’!!!! DOBBIAMO FERMARLI !!!!!!!!!!!!!!!

  • -4
    Gabriele1111

    Ricapitolando:

    1. pena di morte… violenza inaccettabile

    2. fine pena mai… vedi pena di morte 

    3. fine pena condizionata al recupero… violenza inaccettabile…

    ma perché non invertire per una volta il punto di vista in quello, a me più congeniale, di vittima (dubito fortemente che commetterò mai stragi o reati penali in genere)

    Per me il fine principale di qualunque pena è proteggere il resto della popolazione, non punire, non recuperare, proteggere. Dove sbaglio? come mai non sento mai un commento dal punto di vista degli altri? sempre tutti a concentrarci sui carnefici… ma le vittime, e le potenziali vittime?

    • -4.1
      steno8800

      Se il fine è soltanto quello di proteggere la società da chi commette reati allora non basteranno e non basterebbero decine di migliaia di carceri con milioni di posti. Tieni presente che solo una piccolissima parte dei reati vengono effettivamente scoperti e poi puniti con pene detentive come prevede il codice.Maggiore efficienza del sistema repressivo unito ad una politica carceraria dura in tempi di crisi economico/sociale equivale ad una bomba pressoché ingestibile. Cosa fare? Depenalizzare tutti i comportamenti: droghe e sesso. Politiche carcerarie che mirino ESCLUSIVAMENTE al reintegro e alla soluzione dei casi più drammatici per evitare di aver mantenuto migliaia di disgraziati buoni a nulla incattiviti dalla prigionia. Non è assolutamente buonismo il mio. Solo che è più funzionale e pragmatico, pago una volta sola e tento di evitare di riaverti come ospite poco dopo.Per quanto riguarda brejvik è un caso limite:è sbagliato prendere lui per analizzare un sistema giuridico e carcerario. La Norvegia è un paese civilissimo, non è assolutamente un paradiso, ma credo che siano in grado di gestire la situazione. Nel suo caso come in quello di molti altri assassini credo sia umano, razionale e se volete anche giusto la voglia di fargli un processo di 10 minuti e poi lasciarlo nelle mani dei familiari delle vittime. Il nostro umanissimo istinto è però giustamente normato per impedire forme di inutile violenza. Nei paesi civili si sa che l’assenza di libertà è per l’essere umano una pena terribile, i giudici se non erro, hanno anche aggiunto l’isolamento che è un fortissimo inasprimento della pena. Ovvio che un tipo del genere, in un paese civile, non verrà toccato da nessuno (forse), ma certamente non sarà mai più in grado di commettere altri reati. A causa di reati politici un po’ dentro sono andato, se ci dovessi stare per 21 anni il mio unico dubbio sarebbe quale forma di suicidio attuare. È una cosa estremamente dura il carcere e a mio avviso i cittadini non dovrebbero mai chiedere più carceri o più telecamere, un giorno tutti quei sistemi di sicurezza potrebbero essere usati contro di lui. Per adesso no, ma nessuno sa chi governerà tra 15 anni o se qualcuno deciderà come qua in Val di susa di distruggere terra e case e allora magari lo stesso onesto cittadino si troverà arrestato in perfetti carceri repressivi dopo essere stato lui a richiederlo. A mio avviso un “bravo cittadino” è quello che chiede solo giustizia sociale perchè sa che è solo con la giustizia che si può avere la pace.

    • -4.2
      Mastrodicarte

      Concordo in pieno il tuo punto di vista.

      Quel tipo di persone sono pericolose per gli altri e ci sono solo due modi per renderli inoffensivi, rinchiuso per sempre o pena di morte. Rinchiuderlo per sempre ha dei costi e sinceramente non vedo perchè le vittime debbano pure sostenere tali costi.

      Il recupero, volto al tentativo di fare cambiare ideali a questa persona, è una buffonata. Visto che siamo in democrazia vogliamo vedere quanta gente vota per il recupero? E poi parliamoci chiaro, siamo in 7 miliardi di persone su questo mondo, che utilità ha recuperare una mela marcia come quella? Come se non fosse in grado poi di far credere a tutti che ha cambiato idea per poi uscire e rifare le stesse cose.

  • -5
    Gabriele1111

    Ricapitolando:

    1. pena di morte… violenza inaccettabile

    2. fine pena mai… vedi pena di morte 

    3. fine pena condizionata al recupero… violenza inaccettabile…

    ma perché non invertire per una volta il punto di vista in quello, a me più congeniale, di vittima (dubito fortemente che commetterò mai stragi o reati penali in genere)

    Per me il fine principale di qualunque pena è proteggere il resto della popolazione, non punire, non recuperare, proteggere. Dove sbaglio? come mai non sento mai un commento dal punto di vista degli altri? sempre tutti a concentrarci sui carnefici… ma le vittime, e le potenziali vittime?

  • -6
    Gabriele1111

    Ricapitolando:

    1. pena di morte… violenza inaccettabile

    2. fine pena mai… vedi pena di morte 

    3. fine pena condizionata al recupero… violenza inaccettabile…

    ma perché non invertire per una volta il punto di vista in quello, a me più congeniale, di vittima (dubito fortemente che commetterò mai stragi o reati penali in genere)

    Per me il fine principale di qualunque pena è proteggere il resto della popolazione, non punire, non recuperare, proteggere. Dove sbaglio? come mai non sento mai un commento dal punto di vista degli altri? sempre tutti a concentrarci sui carnefici… ma le vittime, e le potenziali vittime?

  • -7
    GP

    Recuperare Brevik non significa fargli cambiare ideologia, significa fargli capire che non deve ammazzare 70 persone a motivo della sua ideologia.

     

    Nessuno contestera’ mai a Brevick il fatto di avere un credo che si colloca ad una distanza molto grande dalla curva normale, quanto i MODI che ha usato per far valere le sue ragioni.

     

    Esempio: in un’isola di cannibali la morale comune e’ nutrirsi di altri esseri umani, e se io dicessi loro che cio’ e’ sbagliato, avrei un’ideologia incompatibile con quella che e’ la “curva normale”.

    Che cosa dovrei fare quindi? Una possibilita’ sarebbe emigrare e fondare una comunita’ non basata sul cannibalismo, benche’ nel post se ne fanno notare le difficolta’ legate alla globalizzazione

    Dovrei dunque restare nella comunita’ di cannibali in cui mi trovo e conviverci.

     

    Se, ad un certo punto, non potendone piu’, decidessi di uccidere o di dar fuoco alla casa di chiunque pratichi cannibalismo, allora si’, nel piu’ civile dei mondi dovrei essere recuperato.

    Il che non significherebbe costringermi a ritenere giusto il cannibalismo, bensi’ farmi capire che uccidere chi e’ cannibale non e’ la strada giusta da seguire per far valere le mie ragioni.

    Il recupero dovra’ invece consistere nel farmi capire che dovro’ usare sempre e soltanto soluzioni non violente per comunicare agli altri il mio messaggio sulla non appropriatezza del cannibalismo.

     

     

    GP

    • -7.1

      ammazzare la gente è parte/conseguenza della sua ideologia, così come per Pacciani ammazzare le coppiette era parte/conseguenza  della sua malattia, così come deportare gli ebrei era parte/conseguenza dell’ideologia di Hitler. Non puoi divedere i due aspetti.

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