Il problema non è il debito pubblico. Ecco perché.

di Fabrizio Tringali, co- autore del libro “La trappola dell’euro – La crisi, le cause, le conseguenze, la via di uscita

Internet è uno strumento fantastico. Consente di accedere a molte fonti ufficiali di informazione, senza sorbirsi le mediazioni e le distorsioni del cosiddetto mainstream. Le fonti ufficiali sono costituite, per esempio, dalle analisi, i grafici e le statistiche costruite dagli uffici di enti ed istituzioni quali l’Istat, la Corte dei Conti, le Camere, e così via. Prima della diffusione della rete, queste fonti erano raggiungibili quasi esclusivamente dagli operatori del mainstream. E quando raccontavano balle, i cittadini non avevano molti mezzi per accorgersene. E’ anche per questo che cercano in ogni modo di mettere il bavaglio ai blog indipendenti. Perché grazie ai dati ufficiali possiamo svelare l’enormità delle balle che ci propinano: ovvero che per uscire dalla crisi dobbiamo “fare sacrifici”, diminuire il debito pubblico e realizzare “riforme” simili a quelle della “virtuosa” Germania.

 

Ho affrontato questo tema nella mia recente video-intervista a byoblu, che ha suscitato un ampio e vivace dibattito, sia sul blog che su youtube. Il che mi ha dato l’opportunità di offrire alcuni chiarimenti ed una precisazione su quanto avevo affermato nel video, circa il fatto cioè che la maggior competitività della Germania rispetto ai PIIGS, tra cui l’Italia, si basa principalmente sulla capacità del governo tedesco di tenere bassa l’inflazione contenendo i salari e comprimendo i diritti dei lavoratori.

Ora, alla documentazione che ho già fornito, costituita prevalentemente da analisi ed interventi di esperti economisti, aggiungiamo i dati ufficiali della Commissione Europea sull’evoluzione della competitività in diversi Paesi dell’eurozona nel periodo successivo all’introduzione della moneta unica. Possiamo così mettere a fuoco i motivi per i quali, dal 2000 in poi, la Germania ha visto aumentare la propria competitività rispetto ai PIIGS, i quali, non potendo svalutare la propria moneta rispetto a quella tedesca, appaiono incapaci di recuperare le quote di mercato perdute e si avvitano sempre più nella crisi. I dati raccolti dalla Commissione Europea si trovano scorrendo la documentazione parlamentare relativa alle modifiche al modello di Documento di Economia e Finanza (DEF) introdotte nel 2011, dove leggiamo che in esso, cioè nel DEF, deve essere contenuto il Piano Nazionale di Riforme (PNR).

Il PNR, che costituisce la più rilevante novità del DEF, è un documento strategico che definisce gli interventi da adottare per il raggiungimento degli obiettivi nazionali di crescita, produttività, occupazione e sostenibilità delineati dalla cosiddetta “Strategia Europa 2020”. Tra le altre cose, il PNR indica gli squilibri macroeconomici nazionali e i fattori di natura macroeconomica che incidono sulla competitività dei diversi Stati. E’ un documento che viene redatto in strettissima collaborazione con le istituzione europee, seguendo il calendario del cosiddetto “Semestre europeo”.

L’indicatore utilizzato per verificare le evoluzioni della competitività è il tasso di cambio effettivo reale, che può essere costruito sulla base di vari indicatori diversi. Il tasso di cambio reale si determina ponderando l’andamento degli indicatori di prezzo (o di costo) che si decide di considerare, con le variazioni del tasso di cambio. Si ha perdita di competitività quando un aumento dei prezzi interni rispetto alla media dei prezzi internazionali non è compensato da una svalutazione del cambio di pari ammontare (cioè, in sostanza: perdiamo competitività quando i nostri prezzi aumentano più di quanto aumentino negli altri Paesi, perché chi acquista dall’estero inizierà a trovare vantaggioso comprare da altri Paesi esportatori, che sono ovviamente quelli dove i prezzi sono cresciuti di meno. Naturalmente ciò accade perché non possiamo svalutare la moneta nazionale, se potessimo farlo, i potenziali acquirenti esteri potrebbero continuare a trovare vantaggioso comprare da noi).

Il PNR propone quattro misurazione del cambio reale, basate sull’utilizzo dei seguenti indici (Non spaventatevi, sotto ai relativi grafici trovate la spiegazione delle varie sigle):

  1. L’indice IPCA dei prezzi al consumo;
  2. Il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP);
  3. Il deflatore del PIL;
  4. L’indice dei prezzi alle esportazioni.

Queste rilevazioni sono di particolare importanza per noi perché riguardano proprio il periodo che ci interessa, dacché misurano le variazioni degli indici dall’anno 2000 in poi. In pratica, per i Paesi presi in considerazione, si prende il valore che l’indice considerato aveva nell’anno 1999 e lo si pone uguale a 100. Poi si misurano le variazioni negli anni successivi. Il risultato sono i grafici che seguono, i quali mostrano gli andamenti relativi agli indici di Germania, Francia, Italia, Spagna e alla media dell’area-euro, indicata con AE. Ecco quindi i dati di cui abbiamo bisogno per capire perché la Germania aumenta la sua competitività a discapito dei PIIGS e per comprendere, quindi, molte delle ragioni di fondo della crisi attuale. Vediamoli:

Figura 1Tasso di cambio reale basato su indice IPCA. Da wiki: questo indice è stato sviluppato per assicurare una misura dell’inflazione che fosse comparabile a livello europeo; l’indice, riferito alla stessa popolazione ed allo stesso territorio dell’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività, è però calcolato in relazione ad un paniere di beni e servizi costruito tenendo conto sia delle particolarità di ogni paese sia di regole comuni per la ponderazione dei beni che compongono tale paniere.

Ricordiamo che un aumento dell’indice rappresenta una perdita di competitività.

Figura 1

 

Figura 2 – Tasso di cambio reale basato sul costo del lavoro per unità di prodotto. Dal blog di Alberto Bagnai: Il CLUP è il costo del lavoro per unità di prodotto, ed è dato dal rapporto di due rapporti: (redditi da lavoro dipendente/occupati dipendenti)/(valore aggiunto totale/occupati totali). Si tratta, cioè, del rapporto fra redditi unitari da lavoro dipendente (il costo del lavoro per addetto), e produttività media del lavoro (il prodotto per addetto).

Ricordiamo che un aumento dell’indice rappresenta una perdita di competitività.

Figura 2

 

Figura 3 – Tasso di cambio reale basato sul deflatore del PIL. Il deflatore del PIL è il numero indice che esprime il rapporto tra PIL nominale (cioè il PIL calcolato a prezzi correnti) PIL reale (cioè il PIL calcolato a “prezzi costanti”, depurandolo dall’inflazione). Più il valore del deflatore è alto, più la crescita del PIL indica meramente un aumento dei prezzi invece che un aumento reale del volume degli scambi.

Ricordiamo che un aumento dell’indice rappresenta una perdita di competitività.

Figura 3

 

Figura 4 – Tasso di cambio reale basato sui prezzi alle esportazioni. Ricordiamo che un aumento dell’indice rappresenta una perdita di competitività.

Figura 4

Tutte queste rilevazioni indicano una perdita di competitività da parte dell’Italia rispetto alla nazione tedesca, ma essa appare più accentuata nei grafici relativi al CLUP e i prezzi alle esportazioni, tanto che il documento dal quale abbiamo estratto i grafici riporta: “La perdita di competitività risulta più pronunciata se si considera il tasso di cambio basato sul clup o sui prezzi delle esportazioni. Tali indicatori evidenziano come l’Italia subisca un’erosione della competitività sui mercati internazionali da ormai un decennio: nella misura utilizzata dal PNR (tasso di cambio effettivo ponderato in base al CLUP), questa perdita di competitività raggiunge circa il 15% [Secondo l’analisi del PNR, nel 2010 si è registrato un incremento del clup rispetto al valore dei tre anni precedenti del 9,1%.]

Dunque anche i dati ufficiali confermano che il problema principale dell’eurozona risiede nel differenziale di inflazione fra i Paesi membri, che sembra determinato, prevalentemente, dal diverso andamento del costo del lavoro per unità di prodotto, il quale ha determinato un significativo aumento dei prezzi alle esportazioni in Paesi come l’Italia e la Spagna, rispetto a Francia e Germania. Ecco perché la crisi colpisce così duramente la Spagna. Perché il vero problema è la perdita di competitività, non certo il debito pubblico. La nazione iberica, infatti, negli anni precedenti alla crisi, presentava un rapporto fra debito/PIL assolutamente basso: 36,2% nel 2007, 39,8% nel 2008.  Ed ecco perché vogliono imporre anche in Italia i licenziamenti facili, le deroghe alle tutele sancite dai Contratti Nazionali di Lavoro, la precarietà a vita: perché tutto questo, azzerando il potere contrattuale dei lavoratori e costringendo gli italiani a lavorare di più guadagnando di meno, permette di abbassare il CLUP e alzare i profitti.

Immagino già l’obiezione del difensore dell’euro di turno: “E va bene, hai ragione, la Germania ha guadagnato competitività abbassando il CLUP contenendo i salari, ma noi possiamo raggiungere lo stesso risultato attraverso un’altra via! In Italia ci sono troppe tasse, abbassiamole! Giù il cuneo fiscale!” Purtroppo questa strada non può condurre fuori dalla crisi. Perché?

Abbiamo visto che il problema dell’eurozona è il differenziale di inflazione e competitività che i PIIGS scontano rispetto alla Germania. Dunque, per considerare che l’abbassamento del cuneo fiscale rappresenti una strada efficace per l’uscita dalla crisi dovrebbero essere vere due premesse:

  1. l’andamento del valore del cuneo fiscale nel periodo successivo all’introduzione della moneta unica dovrebbe aver avuto un ruolo importante nel determinare l’aumento di competitività della Germania;
  2. dovrebbe esistere un buon “margine di manovra” per l’Italia rispetto alla nazione tedesca, cioè le tasse sul lavoro in Italia dovrebbero essere significativamente più alte che in Germania.

Anche in questo caso, è sufficiente dare uno sguardo ai dati ufficiali della Commissione Europea per capire la situazione, e per rendersi conto che nessuna delle due premesse è verificata. In effetti, in Italia, il cuneo fiscale presenta un valore abbastanza elevato, ma fra i pochi Paesi che vantano una tassazione sul lavoro ancora maggiore vi è proprio la Germania! E se guardiamo agli andamenti dei valori nel periodo compreso fra il 2000 e il 2008 vediamo che le variazioni sono ben poco consistenti. L’Italia oscilla tra il 41,6% e il 43,5%, la Germania fra il 46,6% e il 47,9%:

Tabella 1

[Dati estratti dal documento “Tax wedge on labour cost” pubblicato sul sito Eurostat, scaricabile qui]

Adesso spero sia più chiaro per tutti il modo in cui la “virtuosa” Germania ha costruito i suoi successi. Ora, se vogliamo restare nella gabbia dell’euro, tocca a noi fare le stesse “riforme”, proseguendo lo scempio iniziato dalla Fornero. Oppure possiamo forzare le sbarre, ed uscire.

 

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62 risposte a Il problema non è il debito pubblico. Ecco perché.

  • 18
    paola f

    che ne pensa Claudio del servizio di Report su Di Pietro?

  • 17
    Andy

    Articolo molto interessante perchè mette in luce il motivo per cui da un anno a questa parte i salari dei lavoratori, la certezza del posto di lavoro, l’età della pensione sono così sotto "attacco".

    A mio avviso il grande differenziale fra Italia e Germania è dato non solo da demerito nostro, che non potendo svalutare non riusciamo a recuperare, ma anche dal fatto che la Germania da anni vive con una moneta (l’euro) più debole di quella che dovrebbe essere (il Marco).

    Delle due l’una a mio avviso: o esce la Germania, e si ribecca una moneta che in pochi giorni diventerà assai più forte dell’EUR, o usciamo noi e ci ribecchiamo una moneta che si svaluterà rispetto all’EUR.

    Oppure terzo : l’integrazione politica ed economica avviene creando un Euro A e un Euro B, per paesi di seconda classe….in modo che svalutando l’Euro B rispetto all’A otteniamo lo stesso risultato di recuperare competitività.

     P.s. : ma in UE calcolano mai che i cittadini vorrebbero poter dire la loro tramite una cosetta detta voto, e veder poi rispettati i risultati del loro voto anche quando non piacciono a lorsignori ?

  • 16
    Gabriele R.

    Luca P. ha scritto :
    " Sono assolutamente d’accordo con l’analisi, ma rimane un importante nodo da sciogliere: come riesce la Germania ad essere più competitiva avendo: i) un più alto cuneo fiscale; ii) stipendi mediamente più alti; iii) ore lavorate annue per lavoratore più basse? Forse nel nostro Paese c’è realmente un problema generalizzato di bassa produttività, che non è assolutamente semplice da risolvere. Saluti   "

     Luca ha centrato il problema… che effettivamente firse non si capisce bene dall’articolo:

    Il problema dell’italia è il "valore aggiunto": in effetti come si vede http://www.banknoise.com/2012/10/trend-positivo-per-i-poli-tecnologici-del-lazio.html i settori a maggior valore aggiunto "tirano"

    Ci vuole Ricerca, investimenti, sviluppo… non "padroncini" veneti con tre operai, un pc col Dos e un macchinario a controllo manuale degli anni ’60

     

  • 15
    Luca P.

    Sono assolutamente d’accordo con l’analisi, ma rimane un importante nodo da sciogliere: come riesce la Germania ad essere più competitiva avendo: i) un più alto cuneo fiscale; ii) stipendi mediamente più alti; iii) ore lavorate annue per lavoratore più basse?

    Forse nel nostro Paese c’è realmente un problema generalizzato di bassa produttività, che non è assolutamente semplice da risolvere.

    Saluti

     

  • 14
    Neopunzia

    Fabrizio Tringali ha scritto :
    Grazie, fa sempre piacere ricevere commenti, anche critici. Soprattutto se pacati, non urlati, argomentati e documentati….. Va be’, il problema, caro Pippo, è che forse lei non lo sa, forse non ha letto bene, ma la sequenza di “min***ate” è della Commissione Europea. Sono dati ufficiali. Nell’articolo trova le citazioni ed i links. Basta cliccarli e vede il documento da cui i dati sono tratti Fabrizio

    Sei fin troppo signore ad avergli risposto.

    La mamma degli ignoranti è sempre incinta . . 

  • 13
    maurizio

    Il vero problema è il signoraggio bancario : gli stati pagano lauti interessi alle banche centrali che sono private quando in realtà potrebbero stamparsi il denaro a costo quasi zero.Ci hanno provato sia Kennedy che Lincoln a scavalcare la federal reserve ma l’hanno pagato con la vita.La svalutazione non è una soluzione, tra l’altro mi impedirebbe di viaggiare nel nord Europa perchè con la mia liretta debole sarei notevolmente svantaggiato.Il fatto che la Germania riesca a pagare gli operai quasi il doppio dei nostri dipende da diversi fattori tra i quali una miglior organizzazione,una migliore classe imprenditoriale ( e ci vuole poco in confronto alla nostra ) una minore conflittualità ( cogestione ),una migliore classe politica che costa sicuramente meno pro capite della nostra ( ed anche qui ci vuole poco ).Meno azzeccagarbugli tipici della mentalità mediterranea (abbiamo più avvocati a Roma che in tutta la Francia ) Comunque sempre per il signoraggio anche in Germania sta lentamente sparendo la classe media e ci sono persone non più in grado di pagare la bolletta della luce.C’è un movimento http://www.steuerboykott.de per chi capisce il tedesco che spiega appunto il signoraggio bancario in tedesco.Da noi per capire il meccanismo è fondamentale leggere il libro “Euroschiavi” di Marco Della Luna ed.macro.Monti,Draghi e la Merkel fanno gli interessi delle banche con l’obbiettivo di schiavizzarci tutti sempre di più perchè un po’ lo siamo già.Vedere il film “Zeitgeist”(io ho il dvd ma penso si trovi su youtube )per capire bene l’obbiettivo finale.

  • 12
    Lalla
  • 11
    Lalla
  • 10
    Lalla
  • 9

    Vorrei ricordare che in Germania i salari sono tra i piu’ alti in Europa. Altro che politica di ”contenimento”, nonché d’inflazione. 

    Occorre in Itali fare riforme per diminuire la tassazione sulle imprese, e aumentare il valore di produzione per unità prodotta. Spingere gli investimenti (e attirare capitali: lo si fa in due modi, riducendo/eliminando corruzione e ingerenza dello Stato nella vita delle imprese e nel mercato. Infine eliminare le coorporazioni private -Ordini-così rendi il mercato veramente equo e concorrente).

  • 8
    gabriellab

    per lukeskywalker

    Io  non sono un’esperta in materia, però da quello che ho letto, dalle opinioni degli economisti sia pro che contro l’euro, mi sono resa conto della complessità del problema e so benissimo che non sarà con la semplice uscita dall’euro e con la sola svalutazione che si potranno risolvere i problemi dell’Italia.

    Però voglio farti delle domande: tu non credi che adottando l’euro, una monera unica che ha messo insieme paesi più avanzati, con paesi meno avanzati, noi ci siamo messi su una bella ipoteca che potrebbe impedire qualsiasi tentativo di sviluppo?

    Non credi che il disegno di avere una moneta unca senza avere una unione fiscale, economica, e del lavoro sia stato sbagliato?

    E le politiche recessive che ci impone l’europa, come possono risolvere i nostri problemi economici?

    E non credi che continuando di questo passo i divari tra i paesi del nord e i PIGS diventerano sempre più profondi, causando impoverimento della popolazione e pericolose tensioni sociali (vedi Grecia) che porterà all’esplosione dell’Europa tutta compreso la sua moneta?

    Sono domande che faccio per sapere cosa ne pensi tu, non sono domande retoriche nè tanto  meno polemiche

    • 8.1
      lukeskywalker

      Non è un dibattito facile infatti. Motivo per cui non ho un’idea precisa sui possibili scenari di uscita dall’euro, o le eventuali soluzioni in caso di mantenimento della valuta unica.

      Parto prima dalla considerazione riguardante le misure recessive: ce le siamo cercate. Le politiche economiche dei governi dei paesi in crisi sono state imbarazzanti, e i danni sono proporzionati. Che siano giuste le misure con cui si risponde alla crisi beh, ti dico di no. Aggraveranno ancora di più la situazione. 

      Perché, quindi, dovrebbero esserci pressioni per politiche del genere? In realtà ci son state pressioni politiche per il cambio di governo, dato che la credibilità era crollata e c’era bisogno di un innesto di fiducia. Fiducia che sta però venendo a mancare giustamente, date le manovre inefficaci (che poi alla fine son aumenti di tasse e basta). Ma la campagna elettorale in arrivo è maggiormente considerata e molto dipenderà da essa. Pressioni politiche riguardo le politiche di bilancio ci son da Maastricht, son 20 anni che si sanno nonostante l’Italia ne venne esentata insieme al Belgio, ma l’allineamento agli altri paesi era comunque necessario. Questo non toglie che il fiscal compact in Costituzione non abbia senso.

      Chiudendo brevemente: appoggio il principio di autodeterminazione dei popoli in tutto il suo senso profondo. Pertanto ogni cittadino deve avere la possibilità di chiamarsi fuori dall’Euro… ma anche dall’Italia. Per tornare a una situazione ancora più instabile, di moneta gestita dal potere politico in modo ancora più aleatorio dell’Euro beh, preferisco piuttosto pensare ad un Euro diverso.

  • 7
    Neri

    Non solo. 
    Questo fatto è noto da quando (1971) Marcus Fleming ha indicato l’allineamento dei tassi d’inflazione (“On exchange rate 
    unification”, Economic Journal, vol. 81, pp. 467-488, 1971) [questa modalità è citata da A.Bagnai nella nota 36 del suo “Crisi finanziaria e governo dell’economia”]

    Non solo. 

    Questo fatto è noto da quando (1971) Marcus Fleming ha indicato l’allineamento dei tassi d’inflazione (“On exchange rate unification”, Economic Journal, vol. 81, pp. 467-488, 1971) [questa modalità è citata da A.Bagnai nella nota 36 del suo “Crisi finanziaria e governo dell’economia”]

    La modalità di allineamento dei tassi d’inflazione rende facilmente comprensibile come, differenziali di inflazione (in vari paesi) equivalgono a differenziali di cambio (anche in presenza di moneta unica). 

  • 6
    Mr. Age

    Concordo con l’analisi economica anche se credo che l’uscita dall’euro non sia sufficente a risolvere il nostro problema.

    Il debito costituito principalmente da interessi dovrà prima poi essere pagato e continuerà ad essere un problema, almeno finchè Francia e germania che sono i principali detentori dei nostri titoli di debito ci ricatteranno minando la nostra democrazia!

    Anche se tornassimo alla lira non cambierebbe niente perchè Bankitalia è una banca privata come la BCE.

    Vi ricordo che:

    -La banca centrale Franciese è un’istituzione che il cui capitale appartiene allo stato (legge n° 980 del 4 agosto 1993)

    -In Inghilterra , il Bank of England Act del 1946, che non è mai stato modificato, stabilisce che l’intero ammontare in azioni del capitale della Banca d’Inghilterra viene trasferito, libero da ogni peso, ad un soggetto nominato dal tesoro inglese, per essere detenuto dalla stessa persona per conto del tesoro.

    -In Germania lo statuto della Bundesbank del 26 luglio 1957 stabilisce che la Bundesbank e una persona giuridica federale di diritto pubblico e il suo capitale appartiene allo stato federale.

    All’occorenza le loro banche centrali che sono sotto il controllo del tesoro potrebbero acquistare i titoli di stato non venduti nel mercato.

    In italia questa procedura farebbe aumentare ancora di più il debito perchè Bankitalia non è dello Stato Italiano ma è in mano privata! 

    Di fatto tra la LIRA PRIVATA e l’EURO PRIVATO non cambia niente!

    Sono entrambe monete straniere che non appartengono agli Italiani, al massimo ce le possono prestare!

  • 5
    frankk

    Se ti riferisci a me io non sto facendo nessuna confusione, mai parlato di inflazione nel mio post.

    Il problema è che qui c’è uno che vuole riportare indietro la storia. Un vecchio, come i vecchi nei bar o nei giardini pubblici, come i vecchi che vorrebbero tornare al fascismo, o quelli in Russia che vorrebbero tornare al comunismo.

    Questo vecchio qui, analogamente, vorrebbe tornare alla lira, dopo tanto che abbiamo fatto per avere una moneta unica in buona parte dell’Europa e risparmiare un sacco di soldi in commissioni (quindi suppongo, se è coerente, che voglia anche ritornare agli stati e staterelli del pre-unità d’Italia).

    Non è l’unico vecchio a dire questa cosa, ma mentre gli altri vecchi se lo dicono tra di loro al bar o ai giardini, se lo dicono così, per parlare, insieme a tante altre c**zate (tipo “ci vorrebbe la pena di morte”, “quando c’era lui”, etc.), questo vecchio si prende seriamente, è talmente presuntuoso da scriverci addirittura un libro.

    Addirittura riesce a dire che il principale problema, il debito pubblico, non è un problema! Questa si chiama soltanto presunzione, mancanza di rispetto per gli studiosi veri, per la materia e per i lettori che dovessero avere la sventura di perdere tempo su scemenze del genere. E il fatto che un blog ospiti un articolo del genere la dice tutta su quel blog. Altro che interviste stilose, che non servono a niente. Due persone così al governo porterebbero un paese al fallimento in 2 mesi.

    • 5.1

      Ho affermato, e ribadisco, che il debito pubblico non è la causa della crisi nella quale ci troviamo, come non lo è, per esempio, la corruzione. Il debito pubblico italiano è alto, e lo è anche il tasso di corruzione. Ma entrambi presentavano valori alti anche prima. Né l’uno né l’altro hanno determinato la crisi attuale.

      L’esempio della Spagna è lampante, i dati li ho scritti nell’articolo: la nazione iberica aveva un rapporto debito/PIL assolutamente basso, eppure è uno dei Paesi che soffre di più. Quanto al debito pubblico italiano, ancora una volta, basta guardare i dati per capire. Eccoli a questo link.

      L’immagine di cui al link è tratta da un articolo de linkiesta.it e mostra come il rapporto debito/pil italiano si situi a livelli simili a quelli attuali già da molto tempo (e mostra anche un’altra cosa interessante, e cioè che il rapporto debito/PIL è schizzato in alto a partire dai primi anni Ottanta. In quel periodo successero molte cose sulle quali dovremmo ragionare. Tra di ese vi fu il “divorzio” tra il Tesoro e Bankitalia, col quale l’Italia perse l’effetto calmierante sui tassi di interesse dato dal fatto che fino ad allora la Banca Centrale rivestiva il ruolo di acquirente residuale dei Titoli di Stato).

      Se vogliamo uscire dalla crisi dobbiamo liberarci dalla trappola dell’euro.

      p.s.: sulle ipotetiche conseguenze dell’uscita dall’euro ne avevo sentite di tutti i colori, ma mai mi avevano obiettato che i tedeschi (o gli austriaci, gli olandesi etc…) si troverebbero a pagare di più per venire nel nostro Paese (semmai il contrario)! E’ scontato, infatti, che un ritorno alle valute nazionali determinerebbe una svalutazione della nostra moneta rispetto a quelle dei Paesi del centro-nord Europa. Quindi è scontato che, indipendentemente da eventuali costi e commissioni sul cambio, dopo l’uscita dell’Italia dall’euro i residenti di quei Paesi troverebbero molto più vantaggioso di oggi venire in Italia. E ovviamente verrebbero di più.

       

    • 5.2
      frankk

      Io all’estero già ci sto. Tu e il tuo amico evidentemente ci andate poco visto che non sapete che vuol dire risparmiare le commissioni di cambio quando si va all’estero.

      Le vuoi pagare? Bene, fai una bella proposta di legge per far pagare agli italiani le commissioni di cambio quando vanno in Francia, in Germania, in Austria, in Olanda… O a loro quando vengono in Italia, così magari ci vengono un po’ di meno.

      Spero te la approvino e che porterà il tuo nome, così sai quante milioni di maledizioni ti arriveranno all’anno… Ma i vecchietti che non vanno mai da nessuna parte, porelli, quelli magari non ti insulteranno.

      Sono capitato su questo blog per caso e cosa trovo? Dei vecchi che vogliono tornare alla lira e perché no, agli stati e staterelli pre-unità.

      Dei pazzi che vogliono creare costi e divisioni e che riescono a sostenere che IL DEBITO PUBBLICO NON è UN PROBLEMA.

      Piacere di consoscerti, sei indimenticabile: SEI IL BLOG CHE SOSTIENE CHE IL DEBITO PUBBLICO NON è UN PROBLEMA E CHE QUANDO ANDIAMO ALL’ESTERO DOBBIAMO PAGARE LE COMMISSIONI DI CAMBIO.

      Bene, complimenti per la presunzione, spero che simili avanzatissime idee, solo leggermente da pensionato, ti portino tante donazioni. Se sono fessi magari…

    • 5.3
      alex78

      Grazie professore per la risposta. Senza offesa, io continuo a considerare piu convincente il paper del LevyInstitute, per un motivo molto semplice. Loro partono da una analisi della perdita di competitivité del nostro Paese che è corretta. Lei, al contrario, mi pare faccia un’analisi sbagaliata delle cause dei nostri mali (ma questa è ovviamente la mia modesta opinione, non la verità assoluta). Partendo da una analisi sbagliata delle cause, si puo pure arrivare a proporre la ricetta giusta, ma per pura fortuna…:-)

      a)      Mi pare di capire che Lei appartenga a quel filone di economisti tanto in voga oggi secondo i quali la perdita di competitività dell’italia è spiegata dalle storture dell’euro e dai tedeschi brutti e cattivi che hanno fatto dumping salariale: tre righe di differenziale di inflazione su un grafico e via, il successo di pubblico è assicurato. Il Levy Institute (che io considero uno dei piu autorevoli in materia, ma basta dare un occhiata a mille altri studi per vedere riportati gli stessi numeri), mi pare spieghi in modo molto “unbiased” come stanno le cose. La perdita di produttività dell’italia è da ricercare principalmente nell’assenza del “salto in avanti”, ovvero nella incapacità dimostrata negli ultimi 30 anni di modificare il proprio tessuto produttivo spostandosi verso le produzioni a maggiore valore aggiunto. Per mantenere il nostro livello di benessere in modo sostenibile (leggi: un GDP per capita da 30k) questa è l’unica via: rimanere un Paese concentrato su beni a basso valore aggiunto che si fa la guerra dei costi e delle svalutazioni coi Paesi emergenti significa, appunto, rimanere un paese emergente: è una strategia di crescita che va benissimo nelle fasi di “catch up”, quando dai 5k GDP per capita si vuole arrivare ai 15k, ma il “salto successivo” passa per forza di cose attraverso l’aumeto del valore aggiunto. E’ d’accordo su questo? Certo, non c’è nulla di male a voler rimanere un Paese meno benestante, che fa la guerra sui prezzi e le valute con i cheap producers di turno..ma forse dovreste spiegare agli italiani che si devono accontentare ed accettare un livello di benessere inferiore. O, in maniera altrettanto chiara, se volete invece anche voi il “salto in avanti”, dovete essere un po meno timidi nel sottolineare che insieme all’uscita dall’euro bisogna avviare una seria revisione del tessuto industriale del Paese, che puo anche essere doloroso nel breve,e smetterla di dare addosso ad un sistema come quello tedesco che, lungi dall’essere perfetto, ha comunque realizzato questo salto di qualità in termini di valore aggiunto. Questa idea che “noi non c’entriamo nulla, c’han fregato con l’euro e le leggi sul lavoro tedesche” è falsa, oltre che “unfair”.

      b)      Del resto, la prova che la nostra perdita di competitività non è dovuta ai fattori da lei ricordati sta, come al solito, nei numeri: ha dato un’occhiata al trade balance italiano dal 1999 al 2007? Ha dato una occhiata alla sua scomposizione tra trade balance ex energy bill e energy bill? Ha dato un’occhaiata alla scomposizione degli import tedeschi dal 1999 al 2007? L’idea che il nostro trade balance sia peggiorato a causa dei cheap export tedeschi, ancora una volta, è sbagliata: il nostro trade balance al 1999 ex energy bill è lo stesso del 2012, praticamente tutto il peggioramento è spiegato dal quintuplicarsi del prezzo delle materie prime (colpa dei tedeschi se è da 30 anni che non abbiamo una politica energetica degna di quel nome?)..il resto è spiegato dall’effetto sostituzione(soprattutto i germania e altri paesi benestanti) delle improtazioni italiane con quelle cinesi (colpa dei tedeschi se siamo rimasti troppo concentrati su beni a basso valore aggiunto e quindi in diretta concorrenza coi cinesi, contro i quali nessuna svalutazione ci renderà competitivi?). Anche in questo caso, mettere due righe su un grafico e giungere a conclusioni frettolose è molto pericoloso, anche se di grande presa popolare. (European Commission:” in depth review of Italy” e Intesa San Paolo “Struttura e performance delle esportazioni: Italia e Germania a confronto” per approfondimenti)

    • 5.4

      Eccone un altro che se si esce dall’euro arrivano le cavallette, l’apocalisse, il diluvio universale, lo sbarco degli alieni etc…

      Ma leggiti un po’ di Bagnai e di Borghi e moderati, che sei l’equivalente degli ultrà da stadio dell’economia: stai all’economia come i mormoni alla religione.

      p.s. per tua sfortuna siamo molto in più di 2, quindi il paese fallirebbe molto prima, il che comporterebbe per te l’esigenza di trovarti un altro lavoro, magari all’estero, e un conseguente nuovo Rinascimento italiano, libero dagli estremisti dell’euro ad oltranza che ci hanno portato alla crisi, e non contenti, non vogliono neppure saperne di valutare il loro fallimento.

    • 5.5
      lukeskywalker

      Concordo. Ma è una mancanza di visione d’insieme, e soprattutto di definizione di “salute” di uno Stato. Perché fino ad ora quello che ho letto lascia solamente pensare che, secondo gli economisti che propongono soluzioni del genere, basti avere moneta sovrana, svalutarla un pochettino, e pompare un po’ la domanda aggregata a casaccio per avere un’economia sana e sostenibile (quest’ultimo termine non in salsa new-age od ecologista).

      Sarà che qui manca una cosa che hanno gli Svizzeri che è l’art. 6 e il concetto di responsabilità:

      “Ognuno assume le proprie responsabilità e contribuisce secondo le proprie forze alla realizzazione dei compiti dello Stato e della Società.”

      Il problema è, come hai fatto notare te alex, strutturale, e non di boicottaggio da parte di Germania o élite finanziarie. Van discusse le politiche economiche ed industriali, non quelle monetarie e di fuga dalla “morsa delle élite”.

      Inoltre, quando si discute di “centralizzazione del potere europeo” non si vuole mai usare la parola giusta: burocratizzazione, che qua in Italia conosciamo molto bene ed è una delle cause principali della nostra lentezza.

    • 5.6
      alex78

      @lukeskywalker

      grazie per il commento..come spiegavo al prof, mi è venuta la voglia di chiedere approfondimenti da quando sento in giro tanta gente che sostiene cose strampalate, affermando che è quello che sostengono tutti gli economisti internazionali…bah..se non si parte dalla consapevolezza che i ritardi di competitività del nostro Paese sono dovuti a nostri errori in termini di politiche fiscali, industriali ed energetiche negli ultimi 40 anni, cosi come se non si parte dalla consapevolezza che l’italia non è un paese del terzo mondo, povero, arretrato e senza speranza, si rischia davvero di fare errori grossolani quando si propongono possibili soluzioni…

      ..io lo so che tringali non pensa che la causa di tutti i nostri mali non sia l’euro, ma intitolare un libro “la trappola dell’euro” e scrivere nei blog articoli come quello che ho letto qui sopra, non aiuta a chiarire l’equivoco… cosi come non aiuta il continuo richiamo ai soliti mantra tipo “divorzio” ed “elite finanziarie”…

      ..immagino tu l’abbia già letto, ma già nel 2006 Roubini ce lo diceva di chi era la “colpa” se il progetto europeo “was not working”…

      http://www.economonitor.com/nouriel/2011/11/08/from-the-archives-jan-28-06-italy%E2%80%99s-tremonti%E2%80%99s-temper-tantrums-on-emu-in-davos%E2%80%A6a-sad-embarrassing-episode-for-italy%E2%80%A6/

      ciao!

       

       

    • 5.7
      alex78

      c)      Sulla base di tutto questo, veniamo al punto: Euro o non Euro? Io non ho nulla contro l’uscita dall’euro, A PATTO che i benefici siano superiori agli svantaggi. Essendo la nostra perdita di competitività dovuta prevalentemente ad altri fattori rispetto a un differenziale di inflazione dell’1% peraltro in gran parte spiegato dai settori non tradables (ed e’ su questo punto che, probabilmente, la pensiamo in modo diverso), qualche dubbio sulla portata benefica dell’uscita dall’euro, a me rimane. Ma se lei riesce a dimostrarmi che con l’uscita dall’euro il nostro trade balance migliorerebbe in modo sostanziale e sostenibile, io sono pronto  a ricredermi. L’altra faccia della medaglia sono, ovviamente, gli svantaggi. L’altra sera ho sentito il prof Bagnai pontificare (riferendosi ad uno studio di Bootle): “esistono degli studi scientifici che dimostrano che la svaluatazione in caso di uscita dall’euro non si svaluterà del 50%, ma meno…”..io non ci volevo credere a quello che stavo sentendo. Ma “scientificamente de che?” voi siete professori di economia, e lo sapete meglio di me che le monete possono rimanere lontano dai loro valori basati su PPP o REER per anni…la realtà è che nessuno puo sapere se, immediatamente dopo l’uscita dall’euro, la svalutazione sarà del 5%, del 30% o del 60%, cosi come nessuno puo sapere con esattezza quale sarà l’impatto in termini di perdita (e redistribuzione) di wealth dei cittadini italiani, e soprattutto l’impatto sulla crescita globale: lei si sente di escludere a priori che una uscita dall’euro possa avere ripercussioni sul sistema finanziario internazionale come nel caso Lehman, e quindi generare una Global Recession in stile 2008? Se lei se la sente di escluderlo, cosi come si sente sicuro del fatto che la perdita di wealth delle famiglie italiane sarà piu che ricompensata dai benefici in termini di GDP per capita che la flessibilità della lira ci darà nei prossimi decenni, allora si, uscire dall’euro è la cosa da fare. Ma dalle sue tre righe sui chart, questa certezza non la trovo. Se ha pubblicato qualcosa di piu sull’argomento, sarei curioso di vederlo. Ah, dimenticavo, lo studio a cui fa riferimento Bagnai cita anche il fatto che, per evitare i disastri a cui accennavo sopra, l’uscita dall’euro dovrebbe essere gestita in modo totalmente segreto da un ristretto numero di decision makers, per evitare l’effetto panico. Tecnicamente una proposta inecceppibile, ma visto che a voi sta cosi a cuore la “sovranità”, quel paper praticamente ci sta dicendo che un gruppo di persone illuminate ha deciso per noi che è meglio uscire dall’euro, decisione che ci verrà comunicata quando sarà irreversibile. Ricorda qualcosa?

      d)      Vedo che non mi ha risposta sulla questione divorzio e dinamica del debito pubblico italiano. Spero che, almeno su questo punto, Lei prenda le distanze da chi ritiene che il nostro debito pubblico è diventato insostenibile per colpa del divorzio. Purtroppo questa è un’altra leggenda che sta muovendo, in modo pericoloso, le folle.

      Le chiedo scusa per la lunghezza della risposta. Non vorrei essere frainteso: io non sono un fan dell’euro, e come tutte le persone di buon senso sono ovviamente d’accordo sul fatto che l’attuale struttura dell’eurozona è un delirio. Vorrei solo cercare di capire meglio se l’uscita dall’euro, con i vantaggi (secono me limitati) e gli svantaggi (potenzialmente enormi) che comporta, sia davvero una mossa intelligente, oppure se rimanere nell’unione e lavorare a casa e in sede comunitaria per migliorare la nostra economia e il set up dell’eurozona sia una decisione piu saggia. Spero possiamo comunque raggiungere un punto di contatto: l’italia è causa di buona parte dei propri mali in termini di competititvità e, dentro o furi dall’euro, un ripensamento del tessuto industriale è inevitabile se vogliamo mantenere i nostri standard di benessere. Io lo so che lei non lo pensa, ma purtroppo tante persone in giro citano lei e bagnai, sostenendo che “ètuttacolpadell’eurodeitedeschicattiviedeldivorzio”..intravedo un certo reputatonal risk per voi…:-) e si sentono pure molto intelligenti..:-)

    • 5.8
      alex78

      Purtroppo le cose sono un po piu complesse. Cercare di spacciare l’idea che il modello tedesco sia brutto e cattivo e basato esclusivamente su dumping salariale, poi, è addirittura falso. Per chi fosse interessato ad approfondire in modo serio ed oggettivo, consiglio il paper del Levy Institute  “Unit Labor Costs in the Eurozone: the competitiveness debate again” – Felipe, Kumar. Molto interessante, e spiega molto bene da dove provengono le difficoltà in termini di competitività dell’Italia e degli altri Paesi del Sud Europa, ovvero il ritardo (che nel caso di portogallo e grecia è addirittura drammatico) in termini di “valore aggiunto e complessità” dei beni prodotti.  Da Keynesiani convinti, mettono ovviamente in guardia dai danni che l’aumento della competitività attraverso il taglio di salari comporta, ma al tempo stesso sottolineano che la via per il mantenimento del nostro standard di benessere deve passare, dentro o fuori dall’euro,  attraverso… beh..non vi voglio togliere la suspense…J vi renderete comunque conto che ricondurre tutti i nostri problemi ai tedeschi che tagliano i salari è un po semplicistico, e che se prendiamo come obiettivo finale il raggiungimento di elevati e sostenibili  livelli di benessere, sembra piuttosto chiara la direzione che dobbiamo prendere…

      Altro piccolo dettaglio: come ci diceva anche il prof Bagnai nel 2010 (“CEEC VS. PIGS: A COMPARATIVE PANEL ASSESSMENT OF FINANCIAL SUSTAINABILITY AND TWIN DEFICITS “) è altresi sbagliato inserire l’Italia nel gruppo di Spagna/Irlanda/Portogallo/Grecia: la dimensione del nostro debito estero è completamente diversa (cosi come la sua dinamica), e la perdita di competitività dovuta a differenziali di inflazione è altresi molto diversa. L’Italia, come dice Bagnai, è una “via di mezzo” tra i PIGS e i Paesi del Nord Europa da questo punto di vista.

    • 5.9
      alex78

      Scusi, dimenticavo…ma vivendo da 7 anni in Svizzera, non ho potuto non sorridere sentendo le 3 condizioni ASSOLUTAMENTE NECESSARIE per la costituzione di uno Stato…:-) I cantoni Svizzeri non condividono lingua, storia, usi, costumi, mezzi di informazione (detta i termini tecnici: ad uno zurighese non gliene po frega’ de meno di quello che succede a bellinzona) e hanno dato vita ad un modello di Stato tra i piu moderni, ricchi e “sostenibili” sul pianeta..

    • 5.10

      Quindi tutto il problema della crisi Euro ed Europa si riduce a una questione di commissioni di cambi? Complimenti per l’apertura mentale. Hai studiato sui bigliettini dei Baci Perugina?

      Per il resto, ti avverto: qui si discute di argomenti, non di persone. Se vuoi fare attacchi personali (leggiti le policy) falli sul tuo blog, altrimenti sarai cancellato.

      Viceversa, se hai argomenti costruttivi, usali. 

    • 5.11
      alex78

      a) attenzione, quello studio dice che l’uscita dall’euro è una soluzione se implementata ASSIEME AD UNA REVISIONE DEL SISTEMA PRODUTTIVO E A DECISI MIGLIORAMENTI IN TERMINI DI PRODUTTIVITA’, ALTRIMENTI NON SERVE A NULLA E CI PRENDIAMO SOLO LO SCHOCK DELL’USCITA SENZA NESSUN BENEFICIO!! Io chiedo solo a lei e ai suoi colleghi di essere meno timidi nel sottolineare questo punto, perchè state creando (a vostra insaputa) una bella massa di persone arroganti che crede che l’euro ci ha incastrato e che abbandonando l’euro abbiamo risolto i nostri problemi. Mi creda, è da due mesi che incontro gente che mi dice che tringali e bagnai sostengono questo. Lo dico anche nel vostro interesse. Perpetrare la teoria del biscotto non fa il bene della nazione. E basta con questa storia del mainstream e del fatto che voi non fate altro che riportare le teorie della maggioranza degli economisti illuminati su questo pianeta. Tanto per citarne uno a caso, Roubini nel 2006 a Davos ce lo disse in faccia che la colpa dei nostri mali non era del biscotto europeo, ma era nostra!!!! Vi costa proprio cosi tanta fatica ammetterlo?

      b) mi spiace che lei continui a fornire risposte che tirano in ballo le solite elite finanziare e altre balle del genere, anziche argomentare con i numeri…mi scusi, se tutto quello che sta accadendo rispondeva ad un preciso disegno di tali fantomatiche elite, se almeno è una persona coerente, immagino il suo portafoglio personale sia pieno zeppo dal 2008 in poi di titoli di banche europee, giusto? Sono loro che hanno voluto tutto cio, che hanno piazzato i loro uomini nelle posizioni chiave, e che ci stanno guadagnando un bel mucchio di soldi dalla crisi, giusto? allora perchè i loro titoli in borsa valgono meno della metà di 5 anni fa? Non proprio intelligenti questi signori..:-)Ma non vi sentite un po ridicoli quando parlate di questi biscottoni e di queste elite che, secondo voi, stanno consapevolmente decidendo di suicidarsi?!?!?!
      c) il commento sulla Svizzera e’ ancora piu divertente del precedente. Davvero no comment. Ora mi tocca pure sentire che i poveri svizzeri sono stati pure loro vittima del biscottone. Gli svizzeri hanno realizzato quella che qui chiamano la “rivoluzione tecnologica” negli ultimi 20 anni (quella di cui parla il Levy Institute), mentre noi dormivamo e non capivamo che questa era l’unica via per il mantenimento del benessere, e ora ne raccolgono i frutti.
      d) Provo onestamente un po di tristezza per i suoi studenti: avere un prof che si oppone a qualsiasi tentativo di migliorare le cose sostenendo che “tanto è impossibile, irrealizzabile, perchè i potenti non lo vogliono” è davvero triste.
    • 5.12
      alex78

      @lukeskywalker

      grazie per il commento..come spiegavo al prof, mi è venuta la voglia di chiedere approfondimenti da quando sento in giro tanta gente che sostiene cose strampalate, affermando che è quello che sostengono tutti gli economisti internazionali…bah..se non si parte dalla consapevolezza che i ritardi di competitività del nostro Paese sono dovuti a nostri errori in termini di politiche fiscali, industriali ed energetiche negli ultimi 40 anni, cosi come se non si parte dalla consapevolezza che l’italia non è un paese del terzo mondo, povero, arretrato e senza speranza, si rischia davvero di fare errori grossolani quando si propongono possibili soluzioni…

      ..io lo so che tringali non pensa che la causa di tutti i nostri mali sia l’euro, ma intitolare un libro “la trappola dell’euro” e scrivere nei blog articoli come quello che ho letto qui sopra, non aiuta a chiarire l’equivoco… cosi come non aiuta il continuo richiamo ai soliti mantra tipo “divorzio” ed “elite finanziarie”…

      ..immagino tu l’abbia già letto, ma già nel 2006 Roubini ce lo diceva di chi era la “colpa” se il progetto europeo “was not working”…

      http://www.economonitor.com/nouriel/2011/11/08/from-the-archives-jan-28-06-italy%E2%80%99s-tremonti%E2%80%99s-temper-tantrums-on-emu-in-davos%E2%80%A6a-sad-embarrassing-episode-for-italy%E2%80%A6/

      ciao!

       

       

    • 5.13

      Condivido il fatto che l’Italia presenti alcune diversità rispetto agli altri PIIGS, ma questo non cambia le dinamiche che ho indicato, che riguardano il periodo posteriore all’introduzione della moneta unica, e che spiegano i motivi per cui anch’essa, come la Spagna, è nella morsa della crisi.

      Lo studio citato dal tuo intervento, reperibile a questo link (chi vuole lo legga), non convince affatto, dato che alla fin fine non fa altro che proporre un’ennesima variante del “più Europa” che ci porterà alla cancellazione di quel poco di democrazia ancora rimasta.

      Lo stesso studio, peraltro, riconosce che il problema è il recupero di competitività sull’estero. Bene. E allora, perché diavolo restare ancorati ad una zavorra come quella rappresentata dalla moneta unica? Perdendo così la possibilità di agire sui tassi di cambio per ottenere un riequilibrio? Sia chiaro, basta leggere quel che scrivo negli articoli e nei libri per sapere che non ritengo che la svalutazione sia la soluzione a tutti i mali, ma siccome il problema è anche nei tassi di cambio, perché non riprendere in mano uno strumento utile come quello della svalutazione/rivalutazione? 

      Alla fine dello studio, l’unico motivo che gli autori adducono per rifiutare l’uscita dall’euro è che essa è “probabilmente politicamente irrealizzabile”. Non è gran che come motivazione! Soprattutto considerando che la loro proposta è, invece, quella di far accettare alla Germania una politica di bilancio che è tutto il contrario di quella che realizza e che impone al resto dell’eurozona! Cioè secondo loro sarebbe politicamente realizzabile convincere la Germania a non essere più la Germania, mentre è irrealizzabile il ritorno alle valute nazionali….. insomma, quanto meno discutibile….

      Come, quanto, e soprattutto a che prezzo la Germania potrà (forse) accettare qualche modifica alle politiche di bilancio l’ho già spiegato qui, ed è inutile che mi ripeta.

       

    • 5.14
      alex78

      Ancora con la storia del divorzio come LA causa dell’esplosione del debito pubblico..va bene la divulgazione scientifica, ma qui si rischia di mettere in testa alle persone cose sbagliate…l’italia ha generato disavanzi primari dal 1960 al 1990 (a casa mia questo si chiama ponzi scheme), il debito pubblico italiano era passato dal 1960 al 1980 dal 30% al 60% del GDP pur in presenza di financial repression (abbiamo raddoppiato il debito in regime di financial repression, impresa eroica!) ed era quindi su una traiettoria insostenibile (e ricondurlo alla sostenibilità con default o financial repression poco cambia, visto che qualcuno il prezzo lo deve pagare..non è che mantenendo tassi reali negativi il debito scompare e nessuno paga il conto all’oste), e abbiamo continuato a generare disavanzi primari anche nel mondo di Volcker ad alti tassi reali (per tutti, non solo per l’italia!) degli anni 80. Un bel chart con andamento di stock del debito, disavanzi primari e tassi reali di Italia/USA/UK/Francia e Germania dal 1960 al 1990 (cioè pre e post Volcker) secondo me potrebbe anche aiutare la gente a capire un po meglio le cose.

    • 5.15

      I punti di dissenso sono molti, non c’è che dire. Ma tu stesso alla fin fine dici che saresti favorevole all’uscita dall’euro se i benefici superassero gli svantaggi. Bene. Il punto è che lo studio che tu citi riconosce che tornare a cambi variabili sarebbe una soluzione! Ma poi sostiene che questa soluzione sarebbe di difficile realizzazione per motivi politici. Il che, ovviamente, è molto discutibile.

      Ora, tu in pratica proponi, in linea con quel documento, di realizzare politiche espansive nell’eurozona. E rispetto alla maggiore unità politica degli Stati, sostieni che essa sia possibile per via democratica, portando l’esempio della Svizzera.

      Peccato che tutto ciò sia irrealizzabile! L’assetto della Svizzera, con tanto di forte autonomia locale e strumenti di democrazia diretta, è quelo che ai suoi ceti dirigenti andava bene in un certo contesto storico e politico-sociale.

      Ma i ceti dirigenti dei Paesi dell’eurozona vogliono tutto il contrario! Altro che autonomia. Vogliono, come è evidente, una centralizzazione totale del potere! E non vogliono assolutamente politiche espansive, bensì il contrario, come tutti sanno.

      Allora, in questo preciso contesto storico e politico-sociale, la mancanza di un popolo europeo, e delle tre condizioni che ho elencato, sancisca l’assenza dell’unico potenziale soggetto capace di spingere per le realizzazione di politiche almeno in parte diverse da quelle volute dalle élites. Siccome il popolo europeo non esiste, non esiste soggetto che contrasti le élites. Chiaro? 

      Gli Stati Uniti d’Europa, se mai nasceranno, saranno costruiti solo ed esclusivamente sulla base dei desiderata delle élites economico-finanziarie al potere. E non ci sarà modo di contrastarle finché i popoli non potranno costruire battaglie unitarie. Chissà se e quando ci riusciranno. E nel frattempo ci faranno a pezzi.

      Dunque ciascuno è libero di pensare che l’eurozona implementerà politiche espansive e keynesiane, e che ci sarà l’unità politica degli Stati europei costruita su basi democratiche, con tanto di rispetto delle autonomie statali e locali ed anche strumenti di democrazia diretta. Io invece penso che se vogliamo salvarci la prima cosa da fare è guardare in faccia la realtà!

      Saluti.

      Fabrizio Tringali

    • 5.16
      lukeskywalker

      alex78, hai un sito su cui poterti seguire, o twitter?

      Tornando al discorso Europeo, mi sento di condividere le tue parole.

  • 4
    barbaranotav

    eh già. Peccato che se si fosse lavoratori in Germania lo stipendio sarebbe minimo il doppio.

    Se si fosse disoccupati si percepirebbe un reddito di cittadinanza che, ad esempio, da ad una donna con tre figli 1800 euro al mese e paga riscaldamento ed affitto. Vedere qui

    http://notizie.tiscali.it/articoli/interviste/12/04/reddito-cittadinanza-intervista-perazzoli.html

    Una donna disoccupata con tre figli in Italia che fine farebbe?

    Eurostat dice che la disoccupazione in Italia è al 34%. Repubblica dice che il tasso di occupazione è del 56% quindi, per forza di cose ho un 44% che in Italia o campa di rendita o non si sà di cosa.

    Vedi dati qui

    http://dadietroilsipario.blogspot.it/2012/10/quanti-inutili-e-costosi-disoccupati.html

    Il dramma è che noi NON SOLO non abbiamo nessuno che esiga IL MODELLO SOCIALE TEDESCO MA, PROPRIO i sindacati sono i primi a SVENDERE QUEL POCO CHE C’è.

     

     

     

     

  • 3
    ivano63

    Insieme a molte denunce fatte, manca ancora la seguente, cioè lo stato dei pagamenti tra imprese e fornitori. Non è possibile che in Italia i pagamenti relativi alle forniture superino spesso i 4-5 mesi. Ovvero è possibile in quanto i grandi gruppi industriali spesso o meglio sempre non pagano i loro fornitori ma gli garantiscono un’accesso al credito (spesso da istituti da loro controllati) a livello di strozzinaggio. Per cui le imprese tedesche ricorrono al credito per gli investimenti e/o la formazione, mentre in Italia si ricorre al credito anche solo per pagare gli stipendi.

    • 3.1
      felix

      Garantito che anche i piccoli non pagano, ed anche cifre idiote, e quindi o hai le spalle grosse o chiedi soldi alle banche(se te li danno) per pagare interessi su denaro che in realtà dovresti avere in tasca visto che il lavoro lo hai fatto. Bisogna ritornare al vecchio caro pagamento “alla consegna e non “a babbo morto”

  • 2
    roby

    in italia il senso di dovere sociale e pubblico non esiste o se esiste è rilegato a pochi individui che vengono pure emarginati. “la mia famiglia deve stare bene adesso!  anche a discapito delle altre, domani si vedrà…”ognuno coltiva il proprio orticello non pensando che una società che funziona è quella che si da delle regole e le rispetta. Ma soprattutto da la possibilità ai componenti piu deboli di vivere allo stesso livello.

  • 1
    lalla
  • 0
    NeroLucente

    Mi pare di capire che la Germania ha quindi “cinesizzato” i suoi lavoratori, ha aumentato la pressione fiscale e ora per reggere il confronto è necessario che anche noi si continui a perdere diritti.

    Eppure una società che si rispetti dovrebbe progredire, migliorare, qui mi pare che invece si stia tornando indietro di oltre trent’anni e che il lavoro stia regredendo alle forme di schiavitù.

    Ma mi chiedo, con tutta la tecnologia, l’uso di macchine e robot, è normale che i Governi continuino a favorire forme di lavoro che prediligono gli straordinari invece di andare verso una riduzione delle ore lavorative?

     

  • -1
    fabmax

    Fabriziomi puoi chiarire qual’e’ lo scopo ultimo dell’impoverimento del ceto medio produttivo in tutta Europa e in USA? Ok, fa comodo alle elites finanziarie, ma questo e’ sempre stato vero da che esiste la finanza…E’ possibile che nell’era di Internet la classe media non abbia gli strumenti informativi e politici per reagire?Io noto che gli Italiani ancora si dividono stupidamente in sinistri e destri, poi vedi che intirno a te ci sono gli Enrico Letta e i Boccia e i D’Alema a sinistra, e i Fini e i Gianni Letta a destra, per non parlare dell’ineffabile Napo….Qual’e’ la via d’uscita? Avrebbero i Grillo o altri la forza di opporsi a questo assalto o verrebbero deselezionati come il Silvio nazionale?Non solo, ma non credi che anche qui in Italia sarebbe ora di fare pulizia mandando a casa chi non ha voglia di fare assolutamente niente per guadagnarsi lo stipendio? Non credi che il problema del fanc**zismo e della congenita furbizia abbiano contribuito grandemente alla nostra perdita di competitivita’? O vogliamo continuare a fargli timbrare il cartellino mentre si concentrano sulla brioche al bar del Ministero e allo shopping? Non e’ demagogia, e’ la realta’ che ho vissuto per anni come “vendor”

    • -1.1
      Silviuccia

      Gentilissimo Professor Tringali,

      condivido ogni cosa che ha detto, ma continuo a non capire dove sta la convenienza nell’impoverire i ceti medi e bassi.

      In un sistema basato sui consumi di massa, la massa DEVE avere i soldi per consumare. Quindi, nell’immediato, il giochino delle privatizzazioni sarà anche redditizio per una ristrettissima oligarchia, ma sul lungo il sistema non finirà per implodere? 

      Anche dal punto di vista delle èlite non sarebbe più logico e lungimirante una specie di New Deal?

      Non solo non condivido l’idea di un’enormemente squilibrata divisione dei beni, ma la trovo anche suicida e autodistruttiva (per le stesse élite). O sbaglio qualcosa? O sono talmente accecate dall’avidità che per avere tutto oggi, non si preoccupano di domani (sicure di trovare qualche soluzione all’ultimo momento)?

      Grazie

       

    • -1.2

      Secondo me la questione di fondo è semplice: l’impoverimento dei ceti medi e popolari determina che una piccola fascia di popolazione possa aumentare grandemente i profitti. L’impoverimento infatti si realizza non solo con la precarizzazione del lavoro, ma anche con la svendita dei beni comuni (chi se li compre lucra) e con la privatizzazione di tutto. Ogni servizio, ogni diritto (come quelli alla salute e all’istruzione) diventano merci.

      Per quanto riguarda il resto del tuo commento, sinceramente ti inviteri ad un minor moralismo. Non voglio tacere su comportamente scorretti, che certamente vanno denunciati e perseguiti. Ma non dobbiamo confonderli con le ragioni di fondo della crisi. Rileggi l’articolo. Esso riguarda gli anni successivvi all’introduzione della moneta unica, ed analizza le dinamiche di competitività in quel dato periodo. Nel quale non sono certo aumentate la corruzione, il fankazzismo etc… Sono problemi che c’erano anche prima e che non sono stati determinanti nella perdita di competitività dell’Italia negli ultimi 10 anni.

      Fabrizio

  • -2
    alex78

    Se posso dire la mia, io vedo solo due possibili alternative:

    a)      Rimanere nell’eurozona, cercare di correggere su base democratica gli errori fatti in passato (cioè il non aver previsto una politica fiscale unitaria o quantomeno meccanismi di solidarietà fiscale tra i diversi paesi dell’eurozona) e attuare politiche cicliche espansive che consentano di supportare gli sforzi che i Paesi dovranno fare in termini di recupero di produttività del sistema industriale.  (Il discorso che „i potenti non vogliono“ non mi convince un granchè, visto che è anche nel loro interesse la realizzazione di un progetto di questo tipo. Chi dice che le elite finanziarie e politiche hanno tutto l’interesse a mantenere lo status quo non sa cosa dice, come dimostrano i profitti e il prezzo delle azioni delle banche europee dal 2007 ad oggi).

    b)      Uscire dall’euro, e avviare una nuova fase di revisione del nostro sistema industriale in grado di consentirci di mantenere il livello di benessere di cui godiamo oggi.

    Ognuno puo scegliere la via che ritiene combini il migliore trade off costi/benefici,  o che ritiene piu fácilmente realizzabile. Non bisogna comunque dimenticare che le  due alternative hanno comunque alcuni elementi fondamentali in comune: entrambe saranno costose nel breve periodo, ed entrambe non funzioneranno se alle politiche cicliche espansive (caso a)) e alle politiche di svalutazione monetaria (caso b)) non si accompagna quel “salto” in termini di valore aggiunto a cui accennavo prima. Processo questo lungo e difficile. E che rappresenta il punto centrale del quale si dovrebbe cominciare a parlare.

    Quanto ai costi/benefici, come ho detto prima, l’alternativa b) è a mio modo di vedere piu difficile da valutare: quale sarà l’impatto positivo sui nostri export di una svalutazione iniziale della lira (il deterioramento del nostro trade balance negli ultimi 10 anni è stato dovuto essenzialmente a petrolio e effetto sostituzione della Cina, fenomeni contro i quali la svalutazione non aiuta)? Quali sara’ l’impatto della disgregazione dell’area euro sulla crescita económica globale (avere prodotti un poco piu “cheap” da venderé in un mercato molto piu “piccolo”, se una recessione come Lehman dovesse seguire allo Euro break up, non mi pare un grande affare)? Quale sarà l’impatto sul wealth delle famiglie italiane (l’Italia non è un Paese povero che “non ha nulla da perderé” e che puo scaricare sugli “stranieri” tutti i costi del fallimento del progetto europeo…l’enorme patrimonio delle famiglie italiane è a rischio riduzione, in uno scenario di break up)?Io risposte a queste domande non ne ho, per questo mi piacerebbe approfondire con chi ne sa sicuramente piu di me.

    • -2.1
      alex78

      Avrei una ulteriore domanda per il professore. Se ho capito bene, il punto focale del suo discorso è rappresentato dal differenziale di inflazione tra germania/Paesi del Nord e gli altri paesi dell’unione , creato attraverso dumping salariale: questo differenziale avrebbe reso i prodotti tedeschi piu competitivi, innescando le dinamiche che conosciamo in termini di bilancia commerciale, debito estero, etc etc.

      Bene, prendiamo il caso della Francia. Un Paese tutto sommato simile all’italia in termini di indebitamento totale, indebitamento estero, tessuto industriale (l’unica differenza sta nella ripartizione del debito totale tra pubblico e privato, ma questo è un argomento per un’altra occasioneJ). Sicuramente piu simile all’italia (in termini di indebitamento e sistema produttivo) rispetto agli altri PIGS:

      a)      Current account Francia 1999: +3% (Italia: +1.5%)

      b)      Current  account Francia 2012: -2% (Italia: -1.5%)

      c)       Inflazione media in Francia nel periodo 1999-2012: 1.7% (Germania 1.6%, Italia 2.3%)

      La Francia ha sperimentato un deterioramento della propria bilancia commerciale addirittura superiore a quello dell’italia, nonostante un differenziale di infalzione praticamente nullo con la Germania.

      L’analisi del caso francese, secondo lei, non potrebbe suggerire maggiore cautela prima di bollare i differenziali di inflazione creati dai tedeschi brutti e cattivi come LA causa della perdità di competitività degli altri Paesi dell’Unione? Altrimenti detto, puo darsi che altre dinamiche (differenziale di valore aggiunto generato dal sistema industriale, e quindi capacità di risurre la concorrenza “diretta” con la Cina, evoluzione del prezzo delle materie prime) hanno giocato un ruolo piu’ importante? Secondo la sua opinione, nell caso di Francia e Italia, quanto del deterioramento della bilancia commerciale è spiegato da differenziale di inflazione, dinamica del prezzo delle materie prima, perdità di competitività dovuta a minore valore aggiunto? Ha pubblicato qualcosa in merito?

      Grazie di nuovo per la cordialità, (e grazie a tutti coloro che stanno inserendo commenti, che sto trovando molto interessanti e stimolanti)

      alex78

  • -3
    MaxP.

    AVETE TUTTI ASSOLUTAMENTE RAGIONE, MA INTANTO DRAGHI STA’ PREPARANDO UN SUPER COMMISSARIO PER L’ITALIA E PER TUTTI QUEI PAESI DELL’EUROZONA CHE SECONDO LORO NON RISPETTANO I PATTI, LA GRANDE GERMANIA APPLAUDE E SI VEDE D’ACCORDO CON QUESTA PROPOSTA.

    INSOMMA LE ESTERNAZIONI DI GRILLO E LE ULTIME “POPULISTE”(MA REALI E UNA VOLTA SACROSANTE) DI BERLUSCONI STANNO FACENDO IMPAZZIRE DI PAURA TUTTI GLI EURO BUROCRATI TECNOCRATICI, CHE NON VEDONO L’ORA DI SOFFIARCI L’ULTIMO ALITO DI DEMOCRAZIA CHE C’E’ RIMANSTO CHE POI NON SONO ALTRO CHE LE ELEZIONI DELLA PROSSIMA PRIMAVERA.

    E TUTTO QUESTO NONSTANTE L’AVANZO PRIMARIO CHE ABBIAMO AVUTO IN TUTTI QUESTI ANNI FINO AL PUNTO DI AVER GIA PAGATO IL NOSTRO DEBITO PUBBLICO, PECCATO CHE GLI INTERESSI SULLA SPECULAZIONE CONTINUINO A MANTENERLO LI SEMPRE PIU’ ALTRO E SEMPRE PIU’ INNARIVABILE.

    SE NON ELIMINIAMO QUESTI CANCRI DALLA NOSTRA ESISTENZA NON AVREMO UN FUTURO!!!

  • -4
    felix

    Io ho trovato questo articolo http://www.loccidentale.it/node/107501. Non so che dire è di luglio 2011 ma non penso abbiano fatto passi da gigante sino ad ora eed ammesso che tutto corrisponda alla realtà. Si capisce che vi èancora una forte divisione tra est e ovest e che l’immigrazione è molto ostacolata (cosa che in questo momento farebbe comodo anche a noi, MIO parere personale) ma addirittura che il livello di scolarizzazione è basso ed anche che addirittura i bambini non si nutrono a dovere….Non so che dire…..Meglio noi 100 volte(se dura!!!!) 

  • -5
    • -5.1

      Il problema di un post come quello è che lascia intendere che la ragione della crisi sia il debito pubblico. Il che non solo è falso, ma è uno dei pilastri sui quali si costruiscono le menzogne che ci propinano!

      Perché scriva queste cose non posso saperlo. Io ho moltissima simpatia per il Movimento 5 Stelle, per i suoi militanti, per come difendono l’ambiente, il territorio, i beni comuni. Per come agiscono, rinunciando a stipendi d’oro e privilegi. Non ho la stessa simpatia per Grillo e per Casaleggio, che gestiscono il blog e il movimento in modi affatto trasparenti e partecipativi. Spero solo che alla fine non ci propinino una qualche forma di “più Europa”, di “Stati uniti d’Europa” e simili…. per questo bastano e avanzano il PD e suoi alleati….

      Fabrizio

    • -5.2

      @ Fabrizio, grazie per la risposta.

      @Roby67, grazie per il tuo punto di vista.

      Buona giornata a tutti.

    • -5.3
      roby67

      Secondo me l’articolo di grillo e questo del bravissimo Fabrizio sono complementari, nel senso che sono le due facce della stessa medaglia.

      Fabrizio mette l’accento sul PIL, basandosi sui dati ufficiali della Commissione Europea sull’evoluzione della competitività in diversi Paesi dell’eurozona nel periodo successivo all’introduzione della moneta unica ” Possiamo così mettere a fuoco i motivi per i quali, dal 2000 in poi, la Germania ha visto aumentare la propria competitività rispetto ai PIIGS, i quali, non potendo svalutare la propria moneta rispetto a quella tedesca, appaiono incapaci di recuperare le quote di mercato perdute e si avvitano sempre più nella crisi”.

      Mentre Grillo mette l’accento sugli interessi sul debito: “Nel solo 2011 lo Stato ha avuto un avanzo primario di 16 miliardi, ma gli interessi, pari a 72 miliardi (nel 2012 saranno almeno 90 miliardi), hanno causato un deficit di 62 miliardi. E’ una macchina infernale. Dal 1980 al 2011 le spese sono state inferiori al gettito fiscale per 484 miliardi (siamo stati quindi più che virtuosi), ma gli interessi sul debito di 2.141 miliardi, che abbiamo dovuto pagare nello stesso periodo, ci hanno impoverito”Il debito pubblico è trasformato regolarmente in oggetto di speculazione dai mercati. Quando gli Stati vendono nuovi titoli per restituire quelli in scadenza, i mercati usano la speculazione al ribasso per imporre tassi di interesse più alti. La tecnica dell’usuraio.”

      comunque non e’ ancora maturo il tempo in cui grillo possa prendere una netta posizione contro l’eurogabbia, chissa’ se domani con i risultati siciliani qualcosa cambiera’, speriamo…

  • -6
    NeroLucente

    Mi pare siano in tanti a non aver considerato un fattore decisivo sul CLUP, l’automazione cioè quelle dotazioni tecnologiche che consentono ad un lavoratore di aumentare la sua produttività.

    Nella azienda dove lavoro, esiste una linea di produzione di vecchio tipo, in cui è prevista la presenza di tot persone a turno, in germania la stessa linea è automatizzata ed utilizza meno della metà del personale, questo non incide sul CULP?

    Se la risposta è si, mi pare evidente che si pone un problema che non è tutto legato alla capacità delle persone di fare bene il proprio lavoro, ma da quanto le aziende investono in tecnologie capaci di aumentare la produzione per dipendente.

  • -7

    Ottimo articolo. Sicuramente molto “tecnico” e, pertanto, alcune delle cose dette non saranno ben comprese da molta gente che, in ogni caso, non potrà far a meno di dire le sue (pseudo) verità sullo stato attuale dell’economia e degli investimenti…

  • -8
    Mr. Age

    Per Fabrizio Tringali

    Non vorrei che avessi franinteso la mia risposta a PIPPO.

    Ovviamente la definizione “onesto cialtrone” voleva essere ironica e provocatoria.

    Apprezzo il tuo lavoro anche se non lo condivido a pieno.

    Secondo me, purtoppo, il peso degli interessi sul debito pubblico insieme ai trattati europei ci costringono ad una elevatissima tassazione del lavoro diretta ma soprattutto indiretta, che rende svantaggioso e troppo rischioso investire nell’economia reale a vantaggio della speculazione finanziaria.

    Nella tua analisi mi sembra che non si tenga adeguatamente conto la mole di tasse indirette che in un modo o nell’altro vanno ad aumentare i costi di produzione rendendo i nostri prodotti meno competitivi.

     

  • -9
    frankk

    E tu hai scritto un libro per dire che bisogna tornare alla lira? Che è quello che poi dice l’uomo della strada…

    Stai dicendo cose sicuramente molto popolari ma veramente assurde. Nel mondo ci dovrebbe essere una sola moneta, e inevitabilmente, coi decenni, ci si arriverà, nonostante persone come te, che vanno contro la storia e il progresso.

    Le diverse divise servono solo a pagare commissioni e ad agevolare la riduzione di valore per chi pensa di costruire un economia invece che sul lavoro, sul valore più basso della sua moneta.

    In realtà quando si abbassa il valore di una moneta è chiaro che tutti gli stipendi e tutti i capitali perdono di valore in un colpo solo. 

    Se io guadagno 2 milioni di lire al mese e il governo abbassa il valore della lira è come se io dal quel momento guadagnassi di meno anche se formalmente prendo sempre 2 milioni.

    Se ho un milione di lire in banca e il governo abbassa il valore della lira è come se io da quel momento avessi di meno, anche se continua a figurare un milione.

    Quindi è inutile giocare sul valore della moneta. Semplicemente il paese che produce meno deve necessariamente avere stipendi più bassi. E che, vuoi che gli italiani, senza voglia di lavorare, guadagnano come i tedeschi o gli svizzeri o gli americani o i giapponesi che si fanno il c**o dalla mattina alla sera e si prendono 2 settimane di vacanza all’anno? 

    Per avere stipendi alti bisogna lavorare, tanto e bene, non giocare sulla valuta come fanno i cinesi e il terzo mondo vario, dove si creano solo milionari e milioni di poveri e immigrati e si rovina l’economia mondiale.

    Tu stai proponendo all’italia un’economia di tipo cinese, complimenti…

    L’euro ci ha salvato, senza l’euro oggi staremmo come la Grecia. Il problema numero uno è il debito pubblico, soprattutto perché genera più debito con la sua sola esistenza. E questo col costo del denaro bassissimo. Se improvvisamente dovesse aumentare il costo del denaro col debito che abbiamo falliremmo subito. Ma se tu riesci a dire che “il problema non è il debito pubblico” allora mi sa che non ci siamo proprio.

    • -9.1
      Mr. Age

      Credo che tu stia facendo confusione tra svalutazione e inflazione non sono la stessa cosa.

      Ti sei mai domandato cos’è la moneta?

    • -9.2
      gabriellab

      ODDIO quanti luoghi comuni!! tutti insieme non li reggo AIUTO!

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