Il patto di stabilità? Serve a privatizzare!

pubblico questa lettera di Fabrizio Tringali, al quale avevo fatto l’intervista che potete vedere qui sopra.

Caro Claudio,
questa mattina ho accompagnato come al solito mia figlia di quattro anni all’asilo. Ad accoglierci però c’era una persona mai vista prima: una maestra di sostegno di un nuovo bimbo disabile. Ha preso servizio da poco e nemmeno conosce ancora i nomi degli altri bambini della classe.
La maestra che avrebbe dovuto essere di turno stamattina è in malattia, ma non è stata sostituita, dato che ormai la carenza di fondi e di insegnanti fa sì che le scuole materne possano attivare le supplenze solo se i docenti comunicano un periodo di assenza superiore ai 5 giorni. Così l’intera classe, 24 bambini fra i 3 e i 5 anni, è rimasta con una sola maestra, per di più di sostegno e sconosciuta.

 

Non ti stupire. Non è affatto raro, oramai, che una sola maestra si debba occupare di tutti gli alunni, compresi quelli che avrebbero diritto ad un sostegno dedicato. Dopo gli ultimi feroci tagli, la maggioranza dei bimbi con disabilità si è vista ridurre drasticamente l’aiuto. Il che vuol dire che l’insegnante di appoggio è presente solo per alcuni giorni della settimana, spesso solo due su cinque. Gli altri giorni il bimbo disabile si deve arrangiare. Così come si deve arrangiare la maestra di turno (e ti ricordo che stiamo parlando di classi della scuola dell’infanzia, quindi con bimbi molto piccoli).

Inutile che ti descriva le lacrime di mia figlia nel vedersi consegnare ad una persona mai vista. Ma ciò che è davvero disarmante è che di fronte a tutto questo si ha la sensazione di non poter fare nulla. Questa situazione non dipende dalla cattiva organizzazione della scuola, anzi è vero il contrario: maestre e responsabili fanno i salti mortali per cercare di offrire, comunque, un servizio decente. I tagli agli organici e ai fondi scolastici sono diretta conseguenza di quello che, nella neolingua dell’Unione Europea, si chiama “patto di stabilità interno”, il quale impone, per esempio, di non sostituire, con nuove assunzioni, il personale che va in pensione, se non in minima percentuale. Così, anche nei servizi scolastici, per ogni 10 operatori che vanno in pensione, vengono realizzate solo due o tre nuove assunzioni (è il cosiddetto “blocco del turnover”). Vedi come si fa presto a depauperare i servizi pubblici?

Certo, qualcuno potrebbe dire: “Be’ questo tipo tagli è sbagliato, ma almeno i vincoli europei ci impongono di risparmiare, dato che stiamo spendendo troppo!”. Ma gli estensori dei patti europei sanno benissimo che non è vero che stiamo spendendo troppo, così come sanno che i conti si stabilizzerebbero molto più facilmente con una politica espansiva, di sostegno ai redditi e all’occupazione. Cioè, per esempio, aumentando il numero di insegnanti nella scuola pubblica, non diminuendolo. Questo, però, comprimerebbe le possibilità di consegnare sfere di settori pubblici al profitto privato.

Infatti, caro Claudio, pensa che il “patto di stabilità” non è stato pensato per far risparmiare, ma per far diminuire i costi relativi al personale interno. Il che spesso determina un aumento dei costi complessivi! Come? In questo modo: la diminuzione del personale interno costringe a ridurre i servizi. Il che, spesso, porta l’ente pubblico a sostituire con esternalizzazioni ciò che viene tagliato. Eh già, guarda caso, il “patto di stabilità” impone di ridurre i costi per il personale interno, ma non quelli per l’acquisto di servizi dai privati. Altro che “stabilità”. Lo scopo non è quello di stabilizzare i conti, bensì quello di rendere del tutto “instabili” i servizi pubblici, imponendo di fatto la loro privatizzazione.

Vuoi un esempio concreto? Eccolo: nel corso degli ultimi anni il Comune di Genova ha progressivamente diminuito il servizio estivo per i bimbi che frequentano gli asili nido e le scuole dell’infanzia. Ciò è accaduto perché, per ovviare alla diminuzione del personale, è stato imposto a tutti i lavoratori del settore di godere delle ferie nel periodo estivo. L’ovvio risultato è stato quello di avere pochissimo personale a disposizione nei mesi di luglio e agosto. Così il Comune ha dovuto acquistare all’esterno, cioè privatizzare, il servizio estivo. Come membro del Comitato dei Genitori, ero personalmente presente in Consiglio Comunale, un paio di anni fa, quando l’Assessore spiegò che da quel momento il Comune avrebbe speso più di prima, ma che il patto di stabilità non lasciava altra strada: o chiudere il servizio estivo, o privatizzarlo.

Ci fanno credere che abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità. Che abbiamo speso troppo. Ma i vincoli europei non hanno nessun fondamento economico. Perseguono, con grandissima efficacia, un duplice obiettivo politico: da un lato distruggere il ruolo pubblico nell’economia e spingere alla privatizzazione di ogni cosa, dall’altro proteggere la casta politica, che senza poter ripetere l’odioso mantra del “ce lo chiede l’Europa” non potrebbe realizzare una tale distruzione di tutto ciò che è stato costruito dalla fatica e dalle lotte delle generazioni precedenti. Quando parliamo del fiscal compact, del MES, dei vincoli che discendono dall’appartenenza all’eurozona e all’Unione Europea, dobbiamo fare lo sforzo di spiegare a chi ci legge o ascolta che sono proprio queste cose ad essere direttamente responsabili della concreta distruzione delle nostre condizioni di vita e di quelle dei nostri figli. Non è un compito facile, bisogna abbattere luoghi comuni e falsità che hanno attecchito non poco nell’opinione pubblica, a causa di decenni di disinformazione.

Ma tu sei un papà, come me. E questa è una delle cose più importanti che possiamo fare per i nostri figli.

di Fabrizio Tringali, leggi anche:
Il problema non è il Debito Pubblico, vi spiego perché.
Vi spiego i piani di chi vuole più Europa.

 

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9 risposte a Il patto di stabilità? Serve a privatizzare!

  • 4
    lukeskywalker

    Comunque c’è da fare un chiarimento: questo è un po’ il discorso che faceva Saitta (presidente provincia Torino) quando sono stati tagliati i fondi alle province “tagliate i fondi alle province per eliminare gli sprechi? e noi non paghiamo le bollette del riscaldamento delle scuole”. Bella forma di ricatto.

    Tagliare indiscriminatamente non ha senso, soprattutto se si tolgono fondi ad un ente e non viene riconsiderata la distribuzione delle responsabilità di gestione di un servizio. Insomma: giusto tagliare alle province, ma sbagliato non dare la scuola in mano alla regione o al comune.

    Lo stesso vale per le neoassunzioni: non assumere indiscriminatamente non significa non assumere insegnanti di sostegno. Significa non assumere camminatori o operatori allo sportello quando ci sono PC touchscreen, con i tasti giganti, che fanno molto più contenti giovani ed anziani, o insegnanti di religione.

    Tagliano quelli di sostegno perché gli amministratori pubblici se ne fregano delle minoranze. 

    Qua in modo semplice ed intuitivo si possono vedere i reali costi dello stato

    http://openspending.org/it-regional-accounts/embed?widget=treemap&state=%7B%22drilldown%22%3A+%22to%22%2C+%22year%22%3A+%222008%22%2C+%22cuts%22%3A+%7B%22function%22%3A+%2218%22%7D%7D

    o potete vederli anche qui http://www.datiopen.it/it/data/La_spesa_dello_Stato_dall_Unit_d_Italia_Database_e_tavole_Anni_1862_2009 (documento della Ragioneria generale dello Stato).

    Qui un’infografica sui dipendenti pubblici

    http://www.linkiesta.it/dipendenti-statali-pubblico

     

  • 3
    NeroLucente

    Speriamo soltanto che chi governerà in futuro non porti avanti questo modello di società in cui tutto diventa privato, tutto deve esser pagato, mentre grandi società guadagnano su ogni cosa, i lavoratori sono sottopagati, l’esasperazione di quanto pian piano abbiamo visto in quest’ultimo decennio.

    • 3.1

      Il progetto è proprio questo. Questa gente (le oligarchie finanziarie), vede lo stato sociale come uno spreco di soldi e se ne frega dei diritti e dei bisogni del popolo. Per loro, il popolo è solo bestiame utile al lavoro e alla produzione. Se riescono a demolire lo stato sociale, conquista del dopoguerra e passo avanti nella nostra evoluzione di esseri umani, si intascheranno tanti di quei soldi che non abbiamo idea. Ovviamente, di pari passo con la privatizzazione selvaggia, ci sarà la riduzione dei salari e l’aumento delle tasse. In Grecia è già successo, in Spagna sta succedendo, dopo tocca a noi. Repubblica ha pubblicato la lettera della BCE a Monti, rimasta segreta per un po’, dove vediamo che una banca europea con 0 autorità politica su un paese sovrano dà direttive precise al presidente del consiglio del paese sovrano stesso (l’Italia). Ti sembra normale? E i giornali non dicono niente, e i politici (Grillo compreso) continuano a blaterare p****nate una dietro l’altra. Se non l’hai letta, fallo. Fatelo tutti e meditate.

  • 2
    Maurizio Giordano A.

    Non sono un esperto di economia, ma butto li un’idea, il parlamento europeo o un governo europeo potrebbero imporre uno stipendio minimo e una pressione fiscale minima per i paesi dell’UE. In questo modo almeno all’interno dell’UE le grandi aziende non avrebbero interesse a delocalizzare, mentre potrebbero farlo nei paesi fuori dall’UE, ma in questo caso si potrebbero inserire dei dazi doganali per rendere la delocalizzazione poco conveniente. Per esempio (è solo un esempio) il governo europeo potrebbe stabilire che lo stipendio minimo orario per tutti i lavori all’interno dell’UE non può essere inferiore a 10 euro all’ora, mentre la pressione fiscale non può essere inferiore al 20%.

    • 2.1
      Maurizio Giordano A.

      Forse mi sono spiegato male, io non intendo dire che bisogna applicare dei tetti  massimi, ma solamente un minimo base, cioè qualsiasi lavoro di qualsiasi genere non può essere pagato sotto per esempio i 10 euro all’ora, questo eviterebbe la guerra tra poveri e la delocalizzazione, alla stessa stregua fissare un minimo di tassazione di imposta eviterebbe in parte il proliferare di aziende che per mera conveniena fiscale tengono le proprie sedi nei paesi fiscalmente più convenienti ma che operano dappertutto. Forse sono ingenuo o ignorante in materia, ma credo che avere una politica fiscale comune almeno nei “LIMITI DEI MINIMI” non sia così difficile da applicare, basta un po’ di buona volontà e di onestà.

    • 2.2
      lukeskywalker

      L’unione fiscale europea è qualcosa che avrebbero dovuto fare prima di introdurre l’Euro infatti. Non che condivida il sogno europeo, però una politica fiscale in comunione avrebbe decisamente i suoi benefici, soprattutto per noi italiani che siamo vessati dalle tasse.

      Riguardo al fissare tetti sugli stipendi: ha senso su quelli pubblici ma solo come tetto massimo, su quelli privati no. Questo perché non possono stare dietro a tutte le variabili: http://cp2011.istat.it/ e questo è un indice generale, in realtà le professioni stimate dall’Unione Europea sono sull’ordine della decina di migliaia. Anche perché in che modo lo farebbero? Guardando gli attuali prezzi di mercato. Quindi vuol dire che già dopo 24 ore quei prezzi sono inadatti. Ovviamente l’ho messa sul semplice, ma facciamo un esempio:

      una mansione ipotetica fatta ad una macchina è pagata con un lordo di 2500 euro, mentre quella del manutentore della macchina 1500. Viene introdotto nel mercato un nuovo macchinario, costoso, che però permette di avere meno manodopera e più efficienza produttiva. Pertanto quella mansione, nel caso di acquisto di quel macchinario, avrà un valore di chessò, 1500 euro dopo opportuni calcoli economici (perché meno necessaria), e il manutentore di quella macchina invece sarà più professionalizzato e ne avrà 2500. Come possono stabilire dei minimi e dei massimi che rispecchino la realtà di ogni singolo giorno?

  • 1
    Met

    A proposito della tematica “educazione” voglio segnalarvi questo ottimo intervento di una stundentessa universitaria all’inagurazione dell’anno accademico.

    Prende la parola una studentessa che con grande coraggio e chiarezza di idee denuncia il piano di smantellamento delle garanzie democratiche portato avanti dall’Unione Europea e dal governo Monti. 

    http://www.youtube.com/watch?v=yTzCMN6J0MI

  • 0

    CE LO DICE ILO CHE ARGENTINA deve essere il nostro modo di guidare l’uscita dall’euro in questte conclusioni è spiegato proprio quello che ci dice Fabrizio:

    4. Conclusions 

    The Argentine experience analyzed so far adds a strong case to the increasing body of evidence showing that a stable and competitive real exchange rate may foster economic growth and employment generation and may also contribute to improve income distribution. The sharp contrast between the 2003-2006 period, under the SCRER setting, and the long phase of exchange rate appreciation of the nineties, that produced clearly opposite results in this regard, makes the conclusion quite persuasive. The nineties’ macroeconomic policy framework, with its single focus on nominal stability and a complete reliance on market mechanisms to promote growth and employment ended as a clear failure. The perspective adopted in this paper suggests, then, that the macroeconomic regime is crucial to determine the global performance of the labor market and it has, through this channel, a direct impact on the level and distribution of welfare. It is quite clear that the macroeconomic regime decisively matters in terms of distributional and living conditions outcomes. The Argentine experience also showed that it is possible to experience very high GDP growth rates together with high unemployment and a significant worsening in labor conditions.  During the nineties, the specific combination of very quick trade opening, real appreciation of the currency and structural market oriented reforms negatively affected job creation from the beginning of the regime, and employment generation began stagnating well before the first recession of the decade. The macroeconomic conditions established at the beginning of the nineties negatively affected the international competitiveness of the manufacturing industry as a whole, leading to a process of the destruction of jobs and firms. Additionally, the need to compete with imported industrial goods induced the acquisition of new technologies, a process that was favored by the change in relative prices, reflected in a reduction in the price of imported capital inputs in comparison with labor. Therefore, besides employment reduction, as a consequence of an increased weight of imports in the markets of final goods, those enterprises that managed to survive in the new environment carried out a process of substitution of labor with capital resulting in a considerable additional reduction in labor demand. Under the Convertibility regime of the nineties, the reforms in favor of market oriented policies in the lines of the “Washington Consensus” also included intense labor market de-regulation. Labor difficulties and inequality exacerbated towards the end of the decade, when the currency board regime had clearly become unsustainable. The magnitude of the crisis in the months following the devaluation of the national currency, expressed through the significant contraction in the level of activity, employment and income, reflected the important disequilibria that had accumulated during the previous decade. In clear contrast, the macroeconomic configuration  after the devaluation has had positive effects on the dynamism of labor market and income generation. After the negative shock caused by the collapse of the previous regime, labor indicators broke the trend towards a systematic worsening, although with different intensities. The most dynamic labor indicator was employment generation: approximately 3 million of formal jobs were created between 2003 and 2010. This was associated  not only with the very high GDP growth rate experienced by the country, but also to the elastic response of the labor demand to the favorable macroeconomic conditions defined under the SCRER setting. This positive evolution was accompanied by certain labor income recovery and reduction in income inequality. In turn, this improvement of global labor market conditions appears as a very important factor behind the strong poverty reduction observed in the country especially between 2003 and 2006. 72 Thus, the macroeconomic setting based on a SCRER and the twin -fiscal and balances of payments surpluses, showed itself as a powerful scheme to promote economic growth and the improvement in social conditions. However, in the period under the SCRER model, several macroeconomic problems arose, increasing inflation being the crucial one.  Precisely when these problems became visible, the quality of the macroeconomic management tended to deteriorate and the Argentine government did not attack the inflationary difficulties by adopting a coherent and integral approach. On the contrary, the SCRER model, which such good results had produced, fostering investment, growth, employment  and improving income distribution, suffered from a gradual loss of coherence as from 2006. As a decisive example of the dismantling of that macroeconomic framework, the real exchange rate, the central pillar of the SCRER model, has been appreciating very fast since 2009 as a result of the combination of a quite stable nominal parity with a domestic inflation above 20% yearly, according to the CPI-7  or to private sources. However, the weakening of the SCRER framework should not hide the fact that its performance regarding growth, employment generation, poverty reduction and income distribution was really outstanding between 2003 and 2006. Nevertheless, in spite of this reversal in the previous negative trends, precariousness, income inequality and poverty continued to be high. Furthermore, even more acute appears the medium run perspective taking into account that the evidence suggests that the employment generation dynamism and the improvement in the rest of labor and social indicators began to weaken well before the economy was hit by the negative effects of the international crisis. Therefore, together with a macroeconomic setting able to produce strong and sustainable job generation, a labor market policy oriented to improving the quality of jobs as well as to reinforcing the real wage recovery and strengthening labor institutions is required. However, this will be probably not enough to significantly reduce poverty incidence in the short and medium term. It would be necessary, then, to complement labor and income policies with social policies focused on more vulnerable groups—households with children, adults without pensions and unemployed people—in order to achieve more acceptable levels of social welfare

  • -1

    Io sono pienamente d’accordo con Fabrizio. Quando avevo Twitter, che ho chiuso per non farmi venire il fegato gonfio, dicevo queste cose ogni giorno: vogliono arraffare i nostri servizi e le nostre ricchezze. Aspettate quando inizieranno a vendere alla Germania la Costa Smeralda o le Cinque Terre, se non l’hanno già fatto. La mia domanda per Fabrizio è: cosa facciamo, visto che politici, sindacati e giornalisti ci hanno completamente abbandonato? Non voglio più parlare dei mali ma delle cure.

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