God View – Siamo spiati

God View Eye Uber

Adesso con Uber scoprono l’acqua calda, e cioè che ci sarebbe un problema di privacy. Uber, per chi ancora non lo sapesse, è una compagnia che ha innovato il mercato degli spostamenti cittadini. Tu scarichi un’App sul tuo smartphone, gli dici dove sei e dove vuoi andare, e Uber ti dice quale autista ti manda, in quanto tempo e quanto ti costerà. Di solito costa davvero poco. A Bruxelles fai tratti di strada anche significativi e spendi magari 4 euro. Gli autisti sono comuni cittadini che mettono a disposizione se stessi e la propria auto. Bingoo! Uber punta a raggiungere in breve il fatturato di Facebook e – per dire – è appena sbarcata anche al Cairo.

Cosa è successo? Il vicepresidente di Uber avrebbe detto, a una cena privata, che vuole spiare la vita dei giornalisti che gli danno fastidio. Come? Ovviamente spiando i loro spostamenti, se questi spostamenti vengono fatti utilizzando il suo servizio. E per dimostrarlo si sarebbe, lì per lì, introdotto nei dati di una giornalista di BuzzFeed, Johana Bhuijan, senza chiaramente avere ottenuto nessun permesso preventivo da parte dell’interessata. Non solo, ma due ex dipendenti avrebbero – udite udite – confermato che esisterebbe un’applicazione, dal nome sinistro di “God View” che verrebbe nientemento utilizzata per seguire le auto in servizio di Uber e i clienti che le utilizzano. Wow! C’è di che rimanere scioccati…

Ovviamente questo Emil Michael è “un pirletta che ha fatto lo sborone” a una cena privata – come direbbero a Milano – e non doveva farlo. E’ stato sfigato perché alla cena c’era anche una giornalista che l’ha sputtanato per bene – come si dice in gergo. Detto questo, trovo sensazionale che la stampa scopra con apprensione che in un’azienda che ha come core business la gestione di auto, autisti e clienti, esisterebbe addirittura un software che permette di abbinare e successivamente tracciare queste auto, questi autisti e questi clienti tra di loro. Sarebbe come trovare scandaloso che una fabbrica di formaggi avesse a sistema il tracciamento dei carichi di formaggi, degli spedizionieri a cui sono affidati e dei grossisti che ne fanno incetta. Ma i clienti in questo caso non sono formaggi, si obietterà. Vero: un formaggio non si lamenta se la sua privacy viene violata. E qui sta il punto: bisogna mettersi in testa che oggi come oggi non c’è più niente della nostra vita personale che sia davvero nostro e basta. A meno che non si rinunci ad avere persino un telefonino normale (non parliamo poi di uno smartphone) e non si vada a vivere nei boschi.

Quanti di voi hanno un account Gmail? Perché, secondo voi, vi hanno offerto una quantità di spazio virtualmente illimitata? Perché volevano fare una copia carta carbone della vostra vita, dei vostri interessi e, con GoogleDrive, anche dei vostri documenti. Con Google Maps e un telefonino Android i server di Mountain View sanno sempre dove vi trovate e se lo ricordano. Facebook traccia i vostri gusti, le voste amicizie, le vostre parentele. E con l’acquisizione recente di Whatsapp, che non offre nessuna crittografia, ora traccia anche le vostre chat. Il paradigma del cloud mette tutta questa enorme mole di conoscenza in un posto sconosciuto, al di fuori del vostro controllo, distribuito, replicato e accessibile a chiunque abbia il potere di farlo o le conoscenze per superare le protezioni di sistema. Le agenzie governative festeggiano: se prima dovevano appoggiarsi alle compagnie telefoniche per avere tabulati e per ordinare complesse triangolazioni, adesso si fanno dare un’utenza ed entrano dove vogliono (ricorderete il caso dei 400 funzionari della Polizia Postale che avrebbero pattugliato Facebook agli ordini di Maroni, vero?). Ma festeggiano anche le società commerciali: basta sviluppare un’App, convincervi ad installarla e, con il sistema del Single Sign-On, ecco che potranno accedere a tutte le vostre amicizie e usarle per replicarsi, come un virus. E’ Big Data, signori: un’immensa enciclopedia dove è custodito ogni aspetto della vostra vita (perfino quelli anagrafici e istituzionali, o quelli sanitari) e che in qualche modo, per mano della CIA, o dell’FBI, o del Ministero degli Interni o dei servizi segreti deviati o degli amministratori troppo zelanti alla Tavaroli o troppo “sboroni” alla Emil Michael, si può leggere come un libro aperto, dopo avere incrociato tutti i differenti archivi digitali, con o senza permesso. Non c’è scampo. Uber ha solo aggiunto un piccolo tassello all’immensa ragnatela composta da pagamenti con bancomat e carte di credito, prenotazioni di aerei e treni con biglietti digitali, gusti alimentari con i servizi di spesa online, disponibilità e movimenti finanziari che le autorità possono ottenere in qualunque momento, dati istantanei sull’attività fisica e lo stato di salute, rilevati dai gadget che si indossano o dalle bilance wireless che leggono anche l’indice di massa corporea. E’ l‘internet delle cose. Lavatrici e frigoriferi in rete che ti dicono se stai mangiando troppi grassi e ordinano il tofu al posto tuo. Riproduttori di audio stereo che tracciano i tuoi gusti e ti propongono musica che potrebbe piacerti (imprigionandoti sempre di più nella tua nicchia mentale). Telecamere IP remotate che vi riprendono sie nelle aree private, come gli uffici, sia dagli angoli delle strade o dai portoni di ingresso delle banche o degli esercizi commerciali. E telecamere del Comune, o della società autostrade, o della Polizia, che si attivano ogni volta che superate di mezzo centimetro lo stop di un semaforo rosso e che vi mandano a casa la foto della vostra auto in transito su una strada dove, almeno secondo il vostro partner ufficiale, non avreste mai dovuto trovarvi. Internet service provider tenuti per legge a registrare tutto il vostro traffico. Piattaforme di incontri che tracciano i vostri gusti sessuali. A breve mi aspetto di assistere al lancio dei preservativi intelligenti, che rileveranno la qualità e la frequenza dei vostri rapporti sessuali e vi daranno una scossettina se non riuscite a venire, per poi segnalarvi il numero di un buon andrologo (ovviamente tra quelli che avranno sottoscritto un abbonamento pubblicitario) e magari diffondere a tutte le vostre amicizie sui social le performance che siete riusciti a raggiungere grazie al nuovo esclusivo sistema.

Il problema non è Uber: il problema è ormai tutto quanto. Certo, non è detto che il numero di volte che ti sei grattato la pancia sia di una qualunque utilità a chi deve investire delle risorse per tenerti sotto controllo, così come in fin dei conti è pur sempre utile sapere se c’è qualcuno che fa un Hangout per confrontarsi sulle tecniche migliori per costruire ordigni esplosivi, ma se per caso diventi a qualunque titolo un soggetto interessante per il sistema (leggi: da tenere sotto controllo), allora puoi stare certo che qualunque cosa, dalla nota del diario alle medie fino alla stupidaggine che hai scritto in qualche piccolo sperduto forum di discussione, una sera di 15 anni fa nella quale tutto ti sembrava insopportabile e credevi sinceramente che attendere l’arrivo di un buco nero a inghiottire la tua scrivania e il mondo intero fosse l’unica opzione sensata, verrà recuperata, inserita in un dossier e al momento più opportuno verrà usata contro di te. Senza contare la miniaturizzazione dei dispositivi portatili che consente a chiunque, a cominciare dai tuoi amici, di farti foto o di registrare una conversazione in cui parli male del tuo capo a tua insaputa, o magari al fidanzato di Belen, in uno slancio di incontestabile altruismo, di condividere con il mondo intero le bellezze del mondo della natura.

Ogni azienda digitale che si rispetti ha sicuramente politiche molto severe a tutela della privacy dei suoi clienti, e questo può fungere da deterrente nei confronti di qualche addetto al data center affetto da delirio di onnipotenza, ma nulla può contro gli accordi ad alti livelli, in massima parte segreti, contratti con enti governativi più o meno conosciuti, e tantomeno contro le fughe di dati alla Wikileaks o contro gli  accordi commerciali siglati sottobanco o ancora, in ultima analisi, contro un attacco hacker di quelli che sottraggono decine di migliaia di numeri di carte di credito come se piovesse.

In 1984, il protagonista faceva ginnastica la mattina davanti a uno schermo che lo guardava e lo rimproverava se non si impegnava abbastanza. George Orwell oggi è stato abbondantemente superato dalla realtà. Parlare solo di Uber è come concentrarsi sull’impronta di una formica, impressa nell’avvallamento formato dalla zampa di un elefante, posto al centro di un’orma di dinosauro.

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10 risposte a God View – Siamo spiati

  • 9
    Maverick

    Questa vicenda è un ago nel pagliaio perchè sono oltre dieci anni che siete continuamente spiati attraverso sofisticati congegni inseriti in tutti gli oggetti destinati al quotidiano uso.Le stesse aziende costruttrici di mocroprocessori e micrologiche smd sono state contattate da enti governativi che gli hanno impoststo di costruire apparecchiature con software a logica binaria scritta dagli stessi enti militogovernativi.Il codice sorgente è il virus .In tutti questi anni chi ha cercato di far emergere una verità sconcertante è stata fatta fuori attraverso la macchina del fango o spppressione fisica in casi estremi.Basti pensare alla stessa rete elettrica evoluta con telemetria echelon grazie ai misuratori elettronici fortemente voluta dalle coorporate mondiali.Benvenuti nel nuovo millennio dove tecnologia e metodologia controllano tutto e tutti a livello deossiribonucleico grazie alle nanotecnologie molecolari intelligenti diffuse negli alimenti.

  • 8
    Bertrand Russell

    Spero che prima o poi qualcuno si preoccupi di questo fenomeno seriamente.
    In realtá, per lo meno in Spagna (ci vivo) i negozi che vendono macchine da scrivere sono tornati in auge: tante societá e privati le stanno comprando per ritornare a tenere la contabilitá (forse quella B) o dati e documenti in maniera sicura…niente could, niente sharing. La trovo un’idea giusta…certo peró, oggi giorno voglio vedere chi rinuncia a whatsapp o facebook…l’unica via d’uscita, in fondo è che questa situazione arrivi a un estremo che porti a un rifiuto talmente forte da poter fare a meno di questi “servizi a doppio taglio”
    secondo me questo fenomeno porterá a problemi molto pesanti tra qualche anno…tra 5, 10, forse 15…oggi esiste ancora una grande massa di gente che non usa assiduamente questi “servizi”…a quel punto l’uso commerciale e governativo della mole di dati raccolta limiterá seriamente le menti e le personalitá della gente se non c’è una presa di coscienza collettiva (che lo vedo difficile vista il livello di apatia cronica della popolazione)

  • 7

    Uber alles… Non a caso ho dovuto cambiare 4 telefoni e 6 hd in due anni… Non ti puoi permettere di disattivare o cestinare tutte le applicazioni imposte a stuprarti. Ne paghi le conseguenze… Sono le mendicanti cattive compagnie dei telefoni che ti si ficcano dentro al letto per prendere le misure dei tuoi genitali. Ma sono tutte destinate a fallire perche chi fa quel mestiere ha vita breve. Sorry for them.

  • 6

    claudio, peccato non poterti spiare sotto la doccia… no non montarti la testa non sei un dio in terra, pero co sti baffi a manubrio mi fai un sesso tremendo.. si, so fr**io e il grande fratello mi punirà, lo so

  • 5

    la realtà ha superato ogni romanzo ed ogni fiction, nel bene e nel male, c’è da dire che nel male però ci sta troppo di negativo e allarmante. nel mio browser ho attivato una estensione che ferma ogni comunicazione in uscita dal mio pc. cioè tutte quelle informazioni su di te in relazione al sito che stai visitando, e divertendomi a controllare mi accorgo che ogni mio click in un sito (specialmente twitter, facebook, e compagnie varie) genera decine e decine (se non centinaia a volte) di passaggi di informazioni verso la rete che fa paura. una cosa impressionante!!! cioè pari pari quello che ha appena scritto nel suo articolo Claudio . . . . . Purtroppo non ci si può difendere, se non accedere in modo anonimo e non registrarsi mai da nessuna parte, ma soprattutto non essere tracciati con la tua vera identità. oppure, meglio ancora, staccare internet da casa e da ogni vostro dispositivo (smartphone, tablet, pc, mp3, dispositivi satellitari vari, telefonini anche di vecchia generazione e quant’alltro). Dovremmo avere leggi e soprattutto sanzioni adeguate e pesantissime su certe pratiche, ma anche non dovremmo permettere che certi politici facessero accordi sottobanco con chiunque gli dia questo immenso potere.
    cosa fare?

  • 4
    simone

    tra l’altro, al di là delle leggi sulla privacy che le aziende digitali devono rispettare nei confronti dei clienti, molto spesso ai clienti viene richiesto di accettare una dichiarazione (che la maggior parte delle volte i clienti neanche leggono) in cui i clienti accettano il trattamento e l’utilizzo dei dati personali. Per cui l’utilizzo di questi dati, in taluni casi, potrebbe essere perfettamente legale.

  • 3
    luca a.

    Il problema non e’ che c’e’ poca privacy, ma che ce ne e’ troppa, ovvero alcuni possono sapere tutto di tutti, altri no. Io farei una legge che dice che tutto quello che e’ su internet deve essere accessibile a chiunque. Tutto. Banche, uber, mail, fisco, tutto. Se vuoi la privacy, vai a campeggiare in montagna e scrivi lettere d’amore sulla sabbia. Se usi internet, e’ come urlare nella giungla: chi vuole, ascolta. Internet e’ il villaggio globale e nel villaggio globale tutti sanno tutto di tutti.

  • 2
    francesco

    E allora sa anche che dormo in macchina!

  • 1

    L’ho sempre sostenuto e te ne sono grato per avermelo ricordato Claudio…. è frustrante ma è così…. tra 15 anni qualche ricerca commissionata da qualche ente o servizio segreto certificherà che ho commentato questo articolo (la sera del 20/11/2014) e ne desumerà i miei gusti per quanto riguarda le mie fonti di informazione….. E’ il grande fratello! Buon futuro a tutti.

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