Zika virus, la scimmia “Rhesus 766” e Rockefeller. Ecco la storia.

Lo Zika virus è uscito dal suo inferno a distanza di decenni, da quando per la prima volta venne studiato dal dott. Jordi Casals Ariet. L’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, afferma che “si propaga in maniera esplosiva” e sono attesi circa 4 milioni di casi, ma le modalità con cui il virus si è evoluto e si è propagato sembrano uscite da una pellicola di serie B sui disastri naturali. Una storia di ricombinazioni genetiche che parte da molto, molto lontano e che ha tra i suoi protagonisti la Fondazione Rockefeller.

Zika Virus

Lo Zika virus: Uganda, 1947.

La scimmia Rhesus 766, una macaca mulatta, fu oggetto di esperimenti da parte della Fondazione Rockefeller nell’ambito della ricerca sulla febbre gialla nella giungla. Collocata in una gabbia in cima a un albero nella foresta Zika, Rhesus 766 il 18 aprile si ammala e sviluppa la febbre. Ancora viva, ma debilitata, l’animale viene portato nei laboratori della fondazione e il suo siero viene inoculato intracerebralmente nei topi, che dopo 10 giorni manifestano i sintomi. Lo Zika virus viene così isolato. L’agente di trasmissione prende il nome di Zika virus solo successivamente ma, all’inizio del 1948, le zanzare Aedes africanus, insetti tipici di quella foresta, iniziano a diffonderlo. Questo genere di zanzare hanno generalmente un raggio d’azione di 400 metri, ma l’uomo può accidentalmente trasportarle nei suoi viaggi, creando nuovi focolai.

Dal sito di Atcc e LGC Standards, leader nel campo dei controlli all’interno dei laboratori e nel settore degli strumenti di ricerca per le case farmaceutiche, lo Zika virus può essere liberamente acquistato per la modica cifra di 600€. Non solo, vi  si legge che “un’ infezione accidentale è occorsa al personale di laboratorio“, in non meglio specificati data e luogo, e che a depositare il virus (ATCC® VR-84™) sono in due: il dottor Jordi Casals Ariet e la Rockefeller Foundation.

Il dottor Jordi Casals Ariet

Il dottor Casals era un epidemiologo nato in Spagna nel 1911. Laureatosi a Barcellona nel 1934, vola a Manhattan e si unisce al Rockefeller Institute of Medical Research. Un tipo molto meticoloso: oggi, tutto il campo della tassonomia virale deriva dal suo lavoro. Nel 1952 si unisce alla Fondazione Rockefeller, che aveva finanziato il progetto nella foresta Ziku, alla ricerca del virus della febbre gialla, e diventa un pezzo grosso: fa collocare diverse stazioni in molti posti remoti del pianeta, attraverso le quali scienziati e analisti raccolgono campioni da animali ed esseri umani e glieli inviano per l’identificazione. Quando la fondazione sposta poi a Yale il suo programma di ricerca sulle infezioni che hanno origine dagli insetti, nel 1964, a lui viene affidata la cattedra di epidemiologia. Non sempre tuttavia per il dottor Casals tutto fila liscio. A parte la storia del virus Zika, egli stesso finì vittima di uno dei suoi esperimenti, nel 1969, finendo quasi per essere ucciso. Si occupa poi delle indagini su un’altra terribile epidemia scoppiata ad Atene: si tratta del virus Dengue, che tuttavia secondo gli esperti è molto simile allo Zika, tanto da poter ingenerare confusione diagnostica.

Perplessità

Tutto regolare, insomma. Fino a un certo punto. Uno studio del 2014 condotto in Senegal ha analizzato il codice genetico di 37 virus prelevati in Asia e in Africa, arrivando a identificare tre linee principali del virus Zika due africane e una asiatica. Tutte e tre hanno avuto origini in Uganda dopo negli anni ’20. Notando tuttavia piccole differenze nel codice, i ricercatori hanno trovato evidenze che il virus Zika ha attraversato una serie di eventi ricombinatori, che hanno coinvolto lo scambio di materiale genetico tra alcuni virus di diverso tipo. E questo è inusuale per i flavivirus come lo Zika. La ricombinazione genetica, solitamente, conferisce ai virus un vantaggio adattivo, ma quali sarebbero questi vantaggi per il virus Zika e in che modo questi impatterebbero sui sintomi degli esseri umani infetti resta un mistero. Le evidenze delle analisi suggeriscono ai ricercatori che alcune modifiche nella proteina involucro potrebbero avere contribuito alla trasmissione del virus alle zanzare. Insomma, il virus potrebbe essere stato modificato geneticamente e questa potrebbe essere la causa della sua diffusione.

Alcune domande di tipo generale, infine, sono lecite. Perché nel ‘900 molti laboratori di ricerca furono impiantati in Africa? Forse per evitare all’occidente spiacevoli conseguenze? Del resto, ancora oggi è sempre nelle zone più calde o più povere o più interessanti dal punto di vista geopolitico che vengono collocati laboratori che sperimentano virus letali, che poi trovano spesso la via della libertà, come sembra stia accadendo proprio ora nel Donbass, nel silenzio generale, dove da un laboratorio statunitense sarebbe fuoriuscito un virus che ha già ucciso 20 militari, mentre oltre 200 sono ricoverati. Perché, poi, il virus Zika si è risvegliato dall’inferno in cui era confinato, per sbucare a migliaia di chilometri di distanza, in Brasile? Cosa successe in quel laboratorio in Uganda, verso la fine degli anni ’40, e che significato ha il “deposito” del codice di un virus?

Vedremo nell’immediato futuro come procederà l’evoluzione di questa ennesima epidemia, nella speranza che, trattandosi di vite umane e di sofferenza reale, anche in questo caso (come accadde per quella gran bufala della suina) gli allarmismi siano ingiustificati.

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