Bitcoin è il nuovo Bitcoin

 Ordinare un caffè pagando in bitcoin dal parcheggio di un bar, trovandolo già servito con lo scontrino al nostro tavolino preferito? Servirebbe a capire più di mille terminologie astruse e inutili ai più, come “Blockchain”. Vi siete mai chiesti quanti euro cartacei vi sono in circolazione e in che rapporto sono con le monete metalliche? Eppure questo non vi impedisce di usarli.
La realtà è che con i primi bitcoin ricevuti​, magari dallo smartphone di un amico, ​si sente nel cervello un primo “click”. Con il primo acquisto in un negozio ne scatta un secondo, finché tutti i dubbi teorici svaniscono come neve al sole. E mentre noi parliamo di questo, nascono start-up milionarie anche in Italia, le banche formano un gruppo di lavoro con i “nerd” per tentare di carpirne la tecnologia e privatizzarla, e investono a loro volta milioni di euro. Se anche per te è venuto il momento di capirne di più, leggi questo articolo e ascolta questa intervista.

Bitcoin Blockchain - Vieni a conoscerlo

Prima che una persona studi lo Zen,
i monti sono monti e le acque sono acque;
dopo una prima occhiata alla verità dello Zen,
i monti non sono più monti
e le acque non sono più acque.
Dopo l’illuminazione,
i monti tornano 
ad essere monti
e le acque ad essere acque.

Detto Zen


A fine 2014 scrivevo​ che ​ il Bitcoin era rivoluzionario e dirompente, ma​ che la vera innovazione​ tecnologica era la Blockchain, il registro permanente, inalterabile e ad accesso aperto che traccia ogni transazione in bitcoin fin dai tempi della creazione del suo primo blocco, biblicamente chiamato Blocco della Genesi. Quest’ultimo fu generato (“minato”) da ​Satoshi Nakamoto​, pseudonimo del suo leggendario creatore.

La Blockchain Super Star

Non è andata malissimo, la nuova ​buzzword ​”Blockchain” è stata abbracciata entusiasticamente dai media: l’Economist ci ha dedicato una copertina e le grosse istituzioni Bancarie e Finanziarie hanno investito e stanno investendo in ricerca, seppur timidamente, nel settore. Questo accade perché la Blockchain ha applicazioni riguardanti i costi per stabilire e mantenere la fiducia (in inglese Trust, ovvero la il costo per stabilire e mantenere delle relazioni personali e/o di business per potere effettuare le transazioni), che possono essere ridotti notevolmente in questo passaggio da sistemi​ trusted a sistemi trustless (ovvero senza necessità di autorità centrali di garanzia). Come prevedibile, negli ambienti tradizionali del settore finanziaro il sogno sembra essere principalmente una ​Blockchain privata​, questo perché alcuni livelli di disintermediazione del “Trust” – come definito fin qui – permessi da queste tecnologie possono fare risparmiare tempo e denaro.

La mia opinione personale è che i rumors sulla blockchain privata siano​ per lo più fumo negli occhi, quasi​ un ossimoro​, come “acqua asciutta” o “scienze religiose”. Per avere ​ una vera blockchain​ e non un semplice database distribuito, serve un gettone (token​) che possa avere valore economico, servono degli​ incentivi corretti​ (il cosiddetto mining) ed è necessario un ​ accesso aperto​ alla tecnologia. Serve avere ​Permissionless Innovation​ (“Innovazione senza bisogno di permessi”, la nozione secondo cui la sperimentazione con le nuove tecnologie e nuovi modelli di business debba essere consentita sempre, e che gli eventuali problemi vadano affrontati in una fase successiva) ma, tant’è, tanti auguri ad R3 (una startup/consorzio di 42 banche globali e arcinote che promette strumenti per blockchain private) per la vendita alle banche del suo ​ snake-oil ​ (i famigerati intrugli oleosi venduti nei secoli bui come elisir dalle proprietà taumaturgiche).

La Blockchain funzionava anche come ottimo dissimulatore: catalizzando su di sé tutta l’attenzione, il bitcoin come valuta – un potenziale nemico anche se di dimensioni ancora non preoccupanti – veniva oscurato dalla tecnologia che serviva a realizzarlo. Secondo la propaganda dei fautori della Blockchain Privata (​Permissioned Blockchain​), si poteva tenere il buono che c’era nel Bitcoin, cioè tutte le innovazioni della Blockchain, ma ​senza il bitcoin come moneta​, considerato troppo anarchico e senza (il loro) controllo.

Non mi sono sbagliato scrivendo quell’articolo in quel momento: spostare l’interesse​ che fino a quel momento i media e un po’ tutti i bitcoiner avevano ​ per il prezzo del bitcoin​, cioè il bitcoin come asset speculativo, e puntare sull’incredibile tecnologia sottostante,​ dove si potevano trovare le gemme dagli usi concreti e di valore immediato, era necessario e urgente. ​ Necessario​ perché dispiaceva che chi leggeva solo nella lingua di Dante non sapesse quali preziosi tesori nascondesse quello che i giornali al tempo dipingevano, quando andava bene, come uno schema di Ponzi per fare arricchire nerd brufolosi. ​Urgente​ perché era il caso di non rimanere troppo indiestro, come paese, quando le potenzialità italiane specifiche (la creatività e la diffusione della telefonia mobile) potevano determinare un ruolo importante in questa industria emergente.

Nel 2015 abbiamo assistito quasi a un​ rebranding mediatico (la strategia di marketing che consiste nel mutare stile, nome, design, terminologia a uno stesso prodotto per commercializzarlo meglio)​, simile ad un ipotetico pivoting per la reale “Startup Distribuita Autonoma” Bitcoin, per spostare l’attenzione da quello che sembrava ormai solo una semplice moneta digitale, anche se globale, anche se non controllabile da un singolo ente e progettata per non essere inflazionaria, verso una tecnologia più rassicurante, più amica delle banche, meno crypto e meno anarchica: la Blockchain.

Tuttavia la valuta, la moneta, la prima applicazione della Blockchain erano il luogo dove risiedeva la reale portata dirompente e rivoluzionaria di questa nuova tecnologia: lo “store of value​”, il bene rifugio. Cioè la funzione più criticabile e più bistrattata da sempre del bitcoin è proprio la sua ​Killer Application​. Perché sulle prime questa idea sembrava assurda?

Bitcoin: Fuori Dall'euro dentro al BitcoinScopri cos’è il Bitcoin in questa intervista realizzata da Claudio Messora a Marco Amadori per byoblu.com, nel 2014

Bitcoin: come comprenderlo al di là dei pregiudizi

A parte gli ovvi discorsi sul “bias cognitivo” (ndr: un modo fico per definire i pregiudizi) e sulla paura dell’ignoto, ci sono dei problemi reali ad affrontare intellettualmente il bitcoin. Non che i bitcoin rappresentino un grosso problema per chi non ne conosce la complessità sottostante: siamo abituati a usare diverse forme di denaro senza conoscerne il funzionamento.​ Usiamo per esempio il contante senza sapere quanti euro ci siano in circolazione, quanti ce ne saranno tra dieci anni e in che percentuale esatta siano fatti di carta piuttosto che di metallo, quanti siano fatti esclusivamente di numeri in un computer di una banca o se le banche ne presteranno più facilmente quest’anno rispetto all’anno precedente, così come si può guidare un’auto senza conoscere la composizione chimica della mescola delle ruote. Allo stesso modo è possibile comprare una birra al bar in bitcoin​ premendo ‘invia’, ​ senza sapere come funziona​ una Lightning Network. Ma se invece vogliamo proprio capirlo, allora diventa un tantino complesso, anche se tutto è documentato e trasparente, trattandosi di informatica Open Source.

Se affrontassimo il mondo dei bitcoin con la lente di un economista monetario, subito ci faremmo distrarre dal fatto che la moneta è volutamente progettata per divenire nel tempo deflattiva ed evocheremmo subito la crisi del ‘29 e le persone nel baratro della rovina finanziaria. Se lo paragonassimo all’oro, peccherebbe di fisicità e di storia millenaria nel suo utilizzo come bene rifugio. Se lo si guardasse come un prodotto web, penseremmo che possa essere rimpiazzato, come Facebook fece con Myspace. Se lo si osservasse come tecnologia potremmo pensare che verrà soppiantato da una tecnologia superiore. Se lo guardassimo come investimento lo troveremmo troppo rischioso e volatile. Gli esperti solitamente non riescono a dipanare la matassa​ perché i modelli economici, monetari e finanziari, l’esperienza pregressa nel “settore” o la letteratura specifica, non ci aiutano molto a capire come questo curioso concetto possa funzionare o come possa non essere stato già soppiantato da un suo clone. Il problema sta proprio nel ​ riuscire a vedere il fenomeno nella sua interezza​, senza osservarlo tramite modelli parziali.

Certo, ​ la pratica val più della grammatica​: se ordinassimo un caffè pagandolo in bitcoin dal parcheggio di un bar, trovandolo già servito con lo scontrino al nostro tavolino preferito, riusciremmo a mettere insieme i pezzi più facilmente. La pratica del mondo bitcoin è infinitamente più semplice, già adesso, della teoria. ​Con i primi bitcoin ricevuti​, magari dallo smartphone di un amico, ​si sente nel cervello un primo click. Con il primo acquisto in un negozio ne scatta un secondo e i dubbi teorici svaniscono come neve al sole. L’innovazione ​ sconta il fatto che ​ non entra in nessuna categoria già conosciuta​ e prevedibile e tutti gli esperti investigano il fenomeno con gli strumenti che il passato ha loro consegnato. Così come quasi nessuno scrittore di fantascienza (tranne pochi osannati “guru”) è mai riuscito a prevedere le innovazioni dirompenti che avrebbe portato il futuro (Internet, gli smartphone e il Bitcoin), pochissimi riescono oggi a vedere il fenomeno nel suo insieme. È come se si trovassero nella famigerata caverna di Platone. Ma è più facile comprare da Amazon, godendo di uno sconto​ che dopo il secondo acquisto può raggiungere il 50% solo per il privilegio di farlo in bitcoin (grazie a servizi come Purse.io),​ che​ passare ore a ​ studiare la Teoria dei Giochi,​ imparare la Crittografia a Curva Ellittica o capire quando entrerà in gioco il Lindy Effect​, la ​legge di Thiers ​ o la legge di Metcalfe​.

Il successore del Bitcoin è… il Bitcoin!

La demografia cambia. Per un “millennial” (ndr: i millenials sono i nati tra gli anni ’80 e gli anni Zero – corrispondono a circa 11,2 milioni di italiani – che non hanno mai vissuto in un mondo senza Internet) il fatto che alcuni di noi si rechino in banca​ per prestare denaro a qualcuno che in futuro ci permetterà di spenderlo (mentre il “millennial” preme solo ‘invia’ sul suo smartphone) è un po’ come per noi vedere le file di anziani alla posta che ritirano la pensione in contanti. Sembra ​ una cosa inutilmente faticosa e per la quale ci sono metodi più rapidi​, grazie alla tecnologia.

In questi anni ​molti hanno provato a dirottare​ verso altre tecnologie, aziende o prodotti l’entusiasmo mediatico del 2013 per il bitcoin (il cosiddetto Hype). Nel 2013 e nel 2014 molti sviluppatori/truffatori provarono a ​sfruttare l’entusiasmo per​ dire che la loro Altcoin (un clone di bitcoin, a livello di codice o di funzionalità) era “il nuovo bitcoin​”: Ethereum è il bitcoin del 2014; il bitcoin 2.0 è il bitcoin del 2015; il BitGold è il nuovo bitcoin; la Blockchain è il nuovo bitcoin e così via… Ma la realtà è che tutti gli utilizzatori mondiali di una qualsiasi Altcoin sono meno dei nuovi utenti entrati in bitcoin solo questa settimana​; la realtà è che la Blockchain è solo un registro, un database condiviso; la realtà è che Bitgold è centralizzato e ha “rischi di controparte” (c’è un’unica controparte a conferirgli valore e se questa lo abbandona, BitGold non vale più niente). A tutte queste alternative manca qualcosa che invece Bitcoin ha: o ​quello che viene definito “network effect” (in senso ampio, ovvero: Venture Capitalist, soldi, sviluppatori, startup) ​oppure la decentralizzazione​, l’accesso aperto alla tecnologia e l’ubiquità. Bitcoin ​non è un titolo che rappresenta valore: è esso stesso valore​, sono grammi di oro digitale​ trasmissibili su un qualsiasi canale di comunicazione, ipersicuri, non censurabili, ad innovazione aperta, inclusivi, globali.

Concludo ringraziando Claudio Messora per aver semplificato l’accesso a questa integrazione rispetto al pdf pubblicato nel 2014 su byoblu e, abbracciando sia lo Hype che lo Zen, vorrei veicolare questo meme: “È Bitcoin il nuovo Bitcoin“.

Marco Amadori
fondatore di inbitcoin.it e Ricercatore e Tecnologo di Blockchainlab


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Una risposta a Bitcoin è il nuovo Bitcoin

  • 1
    Dut

    leggevo che c’è un problema adesso con i bitcoin, ossia la dimensione dei blocchi di 1 MB – ma non ho capito bene…

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