Si dice “Governance”, si legge “autoritarismo”.

Trascrizione integrale del video di Valerio Lo Monaco

Governance è un termine entrato nell’uso comune da poco oltre un ventennio, però il suo conio in ambito politico, se così possiamo dire, risale poco più indietro nel tempo, da un luogo e con una motivazione ben precisi. Apprendere la storia della sua nascita e del suo utilizzo, capirne a fondo le implicazioni, non solo propagandistiche, ma effettive, dal punto di vista politico equivale, oggi a prendere coscienza, ancora una volta, di chi siano – tra gli altri – i nostri nemici principali. Cioè coloro che fanno parte della schiera dei cosiddetti “padroni del vapore”, e degli innumerevoli vassalli che si prestano al loro gioco per imporci delle soluzioni, delle decisioni, delle intimidazioni, quando non veri e propri dictat che poi si manifestano in azioni iterative della nostra discesa nel baratro, baratro sociale, politico, economico. Insomma, per dirla in altre parole e andando subito alle conclusioni, che pure sono il frutto della semplice disamina storica e logica di questa questione, non appena si sente qualcuno – che sia esponente politico o pseudo-intellettuale, giornalista, conduttore televisivo, saggista che sia – pronunciare il termine “governance“, varrebbe la pena porre mano immediatamente alla fondina.

Dal punto di vista storico, il termine appare per la prima volta alla fine del 1300, però dobbiamo arrivare al 1930 per iniziare la cronologia storica del percorso che ci interessa. Infatti, in quel momento, la prima volta che la parola “governance” viene usata da alcuni economisti, allora nell’ambito di analisi strategiche sulla gestione delle complesse società industriali e commerciali. Attenzione, lo ribadiamo: agli inizi per gestire le società industriali e commerciali. Siamo al tempo della Corporative Governance, laddove inizia a farsi largo una prospettiva di gestione post-fordista delle imprese. Però stiamo pur sempre parlando di imprese.

Senonché, quasi contemporaneamente inizia a farsi strada un concetto secondo il quale la governance potrebbe essere utilizzata, in senso più ampio, per indicare i metodi con i quali anche gli individui…, e attenzione: le istituzioni possono gestire qualsiasi tipo di affare comune. Il diffondersi dell’utilizzo di questo termine e la sua entrata nel vocabolario comune, sebbene limitatamente, allora, agli ambienti accademici e politici, segna però un momento chiave, una cambiamento radicale della sua portata significante, proprio del termine. Perché nel momento in cui, si inizia a parlare di affari da gestire anche nelle circostanze che riguardano gli individui e le istituzioni, si porta il dibattito pubblico e quello che ne consegue a rimuovere senza alcun interrogativo una sostanziale differenza tra il mondo dell’impresa e degli affari commerciali e quello dei rapporti tra gli individui e delle istituzioni con i cittadini, tanto per fare un esempio. È come se fosse naturale e uguale studiare le procedure che riguardano un contratto commerciale e i comportamenti che si instaurano tra individui, non è la stessa cosa. Portando il concetto all’estremo e senza nessuna forzatura, come vedremo a breve e come già ci ha confermato la storia, si potrebbe in questo caso parlare di governance anche riferendosi a una relazione affettiva, come se si potesse governare un’amicizia, oppure un amore, oppure un atto di pura solidarietà tra persone.

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Allora: i tempi erano maturi allora o stavano forzatamente maturando in Occidente perché si arrivasse a una situazione del genere. Che l’ingresso nella Seconda Guerra Mondiale da parte degli Stati Uniti fosse dovuto alla loro necessità di espansione commerciale interna per l’industria bellica ed estera per i mercati che volevano aggredire il luogo della vulgata, che oramai è solo tale, della missione da compiere nel vecchio continente, è un fatto storicizzato e non più opinabile, crediamo. Che la civiltà prettamente commerciale dell’American way of life fosse sul punto di invadere e convincere con le buone o con le cattive quasi tutto il resto del mondo, è altro aspetto che la storia si è premurata di confermare in ogni ordine e grado. Ma quale sia stato il meccanismo diplomatico attraverso il quale ciò è stato reso possibile è affare che si mostra con chiarezza cristallina proprio seguendo il percorso semantico, e quindi poi fatalmente pratico, del termine governance e della sua applicazione nel corso della seconda metà del secolo scorso.

È proprio dalla fine degli anni sessanta, infatti, che la governabilità diventa un termine e un argomento, di fatto, che inizia a entrare prepotentemente all’interno di alcuni centri di potere ben precisi. Potere del quale vedremo i suoi effetti sino ai giorni nostri, beninteso. Il passaggio semantico al quale ci riferiamo in questa fase, racchiude tutta la portata della materia, perché il cambiamento è non solo nel significato intrinseco della parola governance, ma vi insistono la semiologia, la logica, la psicologia, la teoria della comunicazione, anche l’antropologia simbolica. Insomma, si inizia a discutere della “governabilità delle società democratiche“. Ora, diviene chiaro anche a livello intuitivo che il solo fatto di iniziare a parlare di governabilità di società democratiche, e il fatto di iniziare a farlo all’interno di una cerchia di persone ben identificabili in un centro di potere, debba far salire il livello di attenzione al massimo. Ancora di più – almeno ce lo auguriamo – nel momento in cui possiamo fare i nomi degli intellettuali che iniziano a diffondere queste teorie e soprattutto a dare un nome ben preciso all’organizzazione all’interno della quale si svolgono questi lavori in corso: si tratta della Trilateral Commission.

Se fino a quel momento c’erano state alcune opere di un certo spessore sul tema da parte di economisti, ora è la volta di Samuel P. Huntington esattamente, il teorizzatore dello scontro delle civiltà del libro omonimo, cioè uno dei massimi teorici all’interno della Commissione Trilaterale (ndr: uno degli autori di Crisis of Democracy). Se fino ad allora gli studi si limitavano a sottolineare le difficoltà dell’esistenza di un pluralismo politico, quando non riesce a far coesistere gruppi sociali con interessi diversi, e dunque a far arrivare a dei buoni compromessi il frutto di negoziati, con Huntington e con la Trilateral Commission le cose prendono una piega totalmente differente. Perché da questo centro di studi e di potere le teorie escono, se non altro, in modo infraintendibile. Insomma: le democrazie – secondo loro – diventano ingovernabili quando sono sovraccaricate di esigenze popolari. ESATTAMENTE! È proprio lo studioso che abbiamo citato, Huntington, che si interroga e si risponde sulle difficoltà di gestire le società i cui componenti si comportano in modo imprevedibile, se non proprio irrazionale.

Val bene chiarire – prima di andare avanti – che i componenti della Commissione Trilaterale non sono solo una cerchia ristretta – all’epoca, parliamo di non più di trecento persone -, però fanno parte tutti di un ambito sociale ben preciso, cioè si tratta di capitani di industria all’alba della più grande interdipendenza delle economie, che si verificherà a breve con la globalizzazione. I quali sono seriamente preoccupati degli eccessi di democrazia delle società. A loro avviso, attraverso gli scioperi sindacali, le lotte, le conquiste sociali oppure la libertà di opinione… insomma sono preoccupati, evidentemente, delle conseguenze che queste cose hanno o avrebbero sullo sviluppo degli affari delle proprie aziende. Ebbene, all’interno di questi consessi le conclusioni si possono fare talmente immaginarie. La crisi della democrazia non si spiega altro che con il fatto che il popolo pretende, ingenuamente, di vivere in democrazia. E ovviamente, se ne deduce che diventate a loro avviso ingovernabili – le democrazie -, queste vadano governate evidentemente in un altro modo. Quale modo lo vedremo a breve. E vedremo anche attraverso cosa sono riusciti a imporlo. Per ora basti una riflessione che è superflua solo apparentemente: siamo di fronte a una organizzazione con intenti ben precisi, che si arroga il diritto di decidere se una democrazia funziona o meno e che decide di intervenire per sottrarre la troppa democrazia in circolazione. Per quali obiettivi, insomma, è facile intuirlo. Nota bene: siamo già al di là della barricata. Il significato del termine “governance” è già stato stravolto e allargato a ogni ambito della vita delle persone, oltre che delle società commerciali per i quali era nato.

Gli economisti liberali espandono notevolmente il loro campo di azione e iniziano a teorizzare ben oltre la definizione di governance come unica somma delle azioni e delle procedure che le imprese mettono in atto per ottimizzare le transazioni, diciamo. Insomma: siamo di fronte, da parte della civiltà anglosassone – che di questa stiamo parlando – e che poi si estenderà anche da noi, ad una assimilazione storica di portata epocale, perché la governance viene sovrapposta al public management. In termini italiani dovremmo dire: i principi della gestione degli affari privati iniziano a essere estesi agli affari pubblici. Poi sarà Margaret Thatcher, in Europa, a importare e imporre tale cambiamento di paradigma anche dalle nostre parti. Perché, veicolando la volontà di supplire alle carenze del settore pubblico e vendendo il tutto come operazione per arrivare ai migliori livelli di efficienza e produttività, non fece altro che spostare tantissimi servizi comunali e intere parti del pubblico al settore privato. Insomma, la “Lady” passerà alla storia – a nostro avviso – per il ferro con il quale avrà smantellato, colpo su colpo, secoli di conquiste sociali. E avrà imitatori perfetti anche nel nostro paese. Beninteso, soprattutto per mano di Prodi, Ciampi, Amato e Draghi, tutti impegnati in quegli anni – come sappiamo – a demolire, spacchettare, svendere pezzi di Stato al settore privato.

Siamo, al momento, ai primi anni novanta, ovvero nel momento in cui a livello politico avviene un ulteriore cambio di paradigma monumentale, adattissimo a portare il nuovo verbo proveniente da oltre oceano, ovvero – non dimentichiamolo – dalle volontà dei dirigenti delle più grandi multinazionali, delle più grandi banche d’affari, dei più grandi fondi d’investimento di tutto il mondo. Il passaggio è il seguente, occhio! In seguito al rullino di marcia, ritenuto all’epoca evidentemente troppo lento della destatalizzazione condotta dai governi liberali dei vari paesi, s’impone, ovvero viene fatto imporre, un nuovo mantra. Lo Stato non deve solo farsi da parte e disimpegnarsi, lasciando libero spazio al mercato, ma deve anzi adoperarsi per creare tutte le condizioni adatte a favorire gli investimenti privati. Insomma, la governance – i non giovanissimi tra chi ci sta seguendo ricorderanno tutte le parole d’ordine pronunciate dai politici & company negli anni novanta -, riesce a designare tutto l’insieme dei provvedimenti che lo Stato deve prendere per instaurare al proprio interno una nuova realtà. Che prende il nome – accettato senza battere ciglio da quasi alcuno – di: “Società di Mercato“. Non più dunque un popolo e uno Stato, ma un Mercato… un Mercato! La spinta ulteriore, a questo punto, è ormai senza più alcuno ostacolo, in un’Europa non solo devastata civilmente nei decenni seguenti il conflitto mondiale, ma anche del tutto prosciugata da ogni vitalità etica e morale, grazie all’avvento del consumismo e della società dello spettacolo, ebbene l’avvento ci sarà quindi con la spinta più forte della globalizzazione. A quel punto, le tesi e le procedure della governance inizieranno ad avere ascolto e applicazione praticamente planetario, mondiale!

Ora, qual’è stata la portata generale di questo cambiamento? È fuori di dubbio, ormai, di come sia stata fatta passare e sia stata accettata supinamente da tutti l’idea che anche gli affari pubblici possano, anzi debbano essere affrontati utilizzando dei metodi mutuati dal settore imprenditoriale, diciamo così. Quello che però non viene messo bene a fuoco, e che non venne messo a fuoco neanche a suo tempo dai popoli, è se questa teoria della governance locale dei popoli e fatalmente mondiale sia effettivamente il modo migliore per soddisfare le esigenze della società. Perché che la politica sia e serva a questo, teoricamente non dovrebbero esserci dubbi. Ora, se è vero, per dirla alla Adam Smith, che la mano invisibile del mercato sarebbe stata quella in grado, senza alcuna intromissione da parte statale, di regolare nel migliore dei modi ogni tipo di transazione e dunque nel suo complesso la società intera, che di transazioni vive, oggi dovremmo vivere sul serio nel migliore dei mondi possibili. Senonché le cose non stanno proprio così. Aldilà del fatto che la storia si è premurata di smentire il postulato, occorre domandarsi se sul serio l’uomo, la società, la struttura nella quale vive, possano essere gestiti mutuando le procedure da quelle di un ambito imprenditoriale, perché è questo ciò che è avvenuto. E allora – diciamolo – intanto Adam Smith aveva torto marcio, sia perché la forza regolatrice del mercato, la mano invisibile, il mercato di sua natura competitiva non ha fatto altro che mietere vittime. Non si è mai vista una competizione in cui vincono tutti. E poi perché, come prova del nove, la società attuale dalla quale siamo giunti vede la polarizzazione immensa tra l’1% ricchissimo e il 99%, invece che è molto più povero e disagiato. Ma in secondo luogo il Mercato non è mai stato lasciato sul serio libero, anzi ha necessitato di continui interventi regolatori, di norme specifiche e di norme veicolate oggi anche come non-convenzionali, oramai siamo abituati, proprio per continuare a tenersi in piedi. Vedi i casi di salvataggi pubblici, di imprese, delle banche – soprattutto – che pure avendo sbagliato in lungo e in largo ogni loro azione imprenditoriale, ed essendo di fatto fallite sotto i macigni dei propri errori, sono poi state salvate – invece di essere state lasciate fallire – proprio dagli Stati e dunque dai cittadini – da noi -, che originariamente sono stati depredati da coloro a cui poi hanno prestato il proprio soccorso. Diabolico!

Però poi – e questa volta ben oltre il mero aspetto tecnico – il punto è che governare una società e dei popoli come se si trattasse di un’azienda e come se si fosse in un ambiente imprenditoriale è stato un passaggio che ha determinato un’aberrazione di portata storica. Perché se uno Stato inizia a essere gestito come un’industria, ciò significa che deve cercare di generare un profitto – ecco il termine -. Cioè significa portare a valutazione numerica tutta una serie di ambiti che numeri e valutazioni di rendimento, per loro natura, rifiutano. Significa, nella mercificazione e valutazione imprenditoriale di tutto, forzare elementi per loro natura impossibili da quantificare numericamente a rientrare in caselle ben precise, analizzabili ai fini di poterli inserire nei bilanci, che però sono impossibili. Cioè: come è confermato dallo sforzo incessante da parte di economisti e studiosi, che si prestano bene alla bisogna, di inventare metodi, formule, tabelle, in grado di fotografare una nazione, una società con la stessa freddezza di un libro contabile aziendale.

Abbiamo esempi ovunque. Misurare la ricchezza di un Paese con il valore di PIL è una di queste soluzioni, dove tutto si risolve nel definire un paese ricco tanto quanto più è alto il valore numerico degli scambi commerciali e monetari che riesce ad accumulare in un dato intervallo di tempo. Oppure – che so – originare delle classifiche sulle città dove si vive meglio, basandosi su algoritmi in cui si inseriscono alcuni, e solo alcuni, valori identificabili – quantità di polveri sottili nell’aria, quantità e tipologia dei crimini, quantità e caratteristiche delle strutture pubbliche presenti, quantità e livello di ricchezza media per cittadino residente -, insomma questi sono dati che dovrebbero restituire, teoricamente, una fotografia precisa sulla situazione, cosa che non è possibile. Un altro esempio, prima di passare oltre: come quantificare la bravura di un insegnante di Liceo? È una domanda non retorica, visto che anche le scuole oramai sono diventate delle strutture assimilabili alle imprese, con tanto di passaggio del testimone da quello che una volta era il Preside e invece oggi è il “Dirigente scolastico” – che peraltro ha compiti ulteriori, anche di carattere finanziario. Ora, ma come si fa concretamente a misurare e quantificare l’efficacia di una lezione di un Professore di Liceo? Come si fa a dare un valore numerico, e dunque utilizzabile ai fini analitici, a una frase pronunciata da un docente, che magari lì per lì non sortisce alcun effetto sullo studente, che però invece gli entra dentro, gli scende in profondità e che magari torna preziosa un decennio più tardi? Questo si è fatto, ed esattamente questo è il metodo, anzi l’ideologia attraverso la quale la governance di ogni aspetto, di ogni cosa, dalla fine degli anni settanta si è imposta sino ai giorni nostri per regolare ogni comportamento e ogni decisione.

Allora, diciamolo chiaramente: la teoria della governance si basa su due principi che sono stati presi come paradigma di riferimento assoluto e unico per gestire ogni aspetto della vita dei Popoli e delle Nazioni. Si tratta della razionalità interessata degli agenti, di ogni agente, e della superiorità intrinseca delle procedure del mercato, cioè il progetto liberale trasposto poi fatalmente in quello liberista. Come se l’uomo fosse unicamente motivato, in ogni sua azione, dal perseguimento egoistico e interessato al solo migliore interesse materiale e personale. In altre parole, un uomo animato esclusivamente e in ogni suo comportamento da azioni da negoziatore al Mercato. Cioè si muoverà solo ed esclusivamente se potrà trarre interesse dalla propria azione. Va da sé, a questo punto, che anche a livello statale la fiducia sarà data solo ed esclusivamente alle imprese private. Per loro natura – e missione, diremmo – più adatte rispetto ai pubblici poteri a offrire soluzioni efficaci anche per un non meglio precisato, o meglio deliberatamente non precisato “bene comune” – altro termine -. La devozione implicita che ne viene fuori… che applicata agli obblighi dello Stato, a questo punto, non può che essere quella che vuole le riforme strutturali come volte unicamente a favorire le condizioni della concorrenza: questo è l’unico punto.

A questo punto i giochi sono fatti, nel senso che l’attuale crisi indotta, dello Stato nazionale, contestualmente alle problematiche complesse, che sono intrinseche e inevitabili della globalizzazione, ove …occhio!, naturalmente è il secondo aspetto a determinare il primo. Ebbene, queste possono essere affrontate e risolte unicamente attraverso la governance, che va a sostituire qualsiasi autorità dello Stato con tutta una serie di norme e regole che prima di allora potevano essere applicate unicamente, e dovevano essere applicate unicamente, dall’economia privata, come se politiche d’impresa privata possano andare bene per le politiche di gestione pubblica, che per loro natura invece sono immensamente più complesse, più diversificate. Allora, il passaggio viene concluso con l’ovvia constatazione che se così sono le cose, non saranno più allora i politici eletti a poter decidere, ma che debbano essere questi sostituiti dagli esperti e dai tecnici, con le competenze scientifiche più adatte, per loro natura e provenienza, a governare queste nuove politiche di società complessa. Questo è il punto. Ogni decisione, da quel momento, non è più il frutto di voto e deliberazione, attraverso l’azione dei politici eletti – cioè del popolo -, però è il risultato di una transazione e di una negoziazione, tra vari attori in campo, soprattutto tra gli attori che sono poi quelli che possono far sentire maggiormente la loro presenza, cioè vale a dire quelli provenienti – lo sappiamo – dalle multinazionali, dal settore bancario, da quello speculativo, insomma le lobby. Quello che viene a mancare – questo è il punto – …che manca totalmente in questo quadro, è la questione dei valori. I valori che, al contrario degli interessi, non sono negoziabili. Come se interessi e valori possano essere messi sullo stesso piano, possano essere gestiti allo stesso modo.

Insomma, il cambiamento è enorme, anche dal punto di vista lessicale, tanto che oggi non si fa quasi più caso a questo termine, tale è stato il martellamento con la complicità interessata dei mezzi di informazione, oltre che della politica che ovviamente sono stati deliberatamente accolti a un ordine di questo tipo, avendo come contropartita, ovviamente, la perenne installazione su quelle poltrone, in grado di garantire le famose rendite di posizione. Allora – solo per citare qualche esempio – non esistono più i cittadini, ma i clienti e i consumatori. Lo vediamo: iniziano ad entrare nel lessico comune delle formule, sono mere formule come “coesione sociale“, “capitale sociale“, come se la coesione, all’interno di una società, possa esistere aldilà del legame sociale. Legame che ovviamente non c’è più, visto che la competizione a cui siamo stati spinti mette i cittadini in disputa diretta tra loro, e dunque in direzione diametralmente opposta al legame che pure dovrebbe esserci. Allora, troviamo all’interno del nostro Paese per caso una qualche forma di legame sociale? Chiediamocelo. Oppure, come se il sociale fosse né più e né meno che un capitale – altra formula -, evidentemente da far fruttare in qualche modo, e a favore di qualcuno ben preciso, naturalmente. Il tutto – è chiaro – votato immancabilmente al progresso. Questo è il punto. Nell’unica accezione comunemente accettata come possibile, ovvero quella del dominio della tecnica e della massimizzazione dei profitti finanziari. Anche in questo caso a favore di chi? È inutile sottolinearlo.

Allora, è così che la buona governance – della quale si riempiono la bocca i politici, gli intellettuali, i giornalisti, i saggisti di varia natura -, …a questo punto non è altro che l'”accettazione volontaria” – lo dico tra virgolette – di una politica in cui tutti sono chiamati a diventare sudditi, di una globalizzazione che è data per ineluttabile, non modificabile e che impone le proprie norme del tutto al di sopra di ogni scelta umana. In modo naturale, ripeto ineluttabile, dove l’unica idea politica vera e propria non è altro che la sola accettazione dell’unica possibilità dichiarata, cioè una costante fuga in avanti del mondo della merce illimitata e degli scambi commerciali finanziari a livello mondiale. Con la conseguenza, questa volta di problemi locali, che ogni Stato sta sperimentando. Perché, a questo punto, la conferma del fatto che tutto quanto abbiamo detto è corretto è quello che stiamo sperimentando ai giorni nostri. Cioè lo Stato non ha altra possibilità di manovra che cercare delle soluzioni ai problemi locali, derivanti però dalle storture di un sistema esterno globale. Cioè, a livello globale si creano i problemi, noi a livello locale dobbiamo risolverli. Qui si situa un cambiamento di paradigma ulteriore, perché si sposta la concezione stessa delle teorie del liberismo. Se fino a un certo punto, databile con gli anni del thatcherismo, lo Stato doveva semplicemente farsi da parte per consentire il libero dipanarsi delle dinamiche del libero Mercato, ebbene il post-liberismo predica e impone una nuova funzione: lo Stato non deve più disinteressarsi unicamente, ma deve intervenire, in ogni ordine e grado per deliberare norme in grado di favorire il libero mercato. Il libero scambio, il libero scambio delle merci e dei capitali. Non solo – quindi – lo Stato deve intervenire per correggere e ammortizzare i rifiuti tossici, intesi nel senso del mondo del lavoro e del sociale, che la battaglia della competizione lascia sul campo, ma deve addirittura risolverli questi problemi. Insomma, se la globalizzazione predica e impone delocalizzazione delle imprese, causa globale, lo Stato deve intervenire in soccorso dei disoccupati (effetto locale da risolvere). Se l’imperialismo statunitense – beninteso con tutti gli altri attori accodati – crea delle situazioni di fortissimo disagio e risentimento nei Paesi del Medio Oriente, oppure nel Nord Africa, sono poi i singoli Stati, Italia in primis in questo caso, che, essendo geograficamente un paese di frontiera, devono occuparsi – e non globalmente, ma la questione è lasciata sola a livello locale – delle problematiche derivanti dall’afflusso di immigrazione clandestina e non. Ricorderete: per impedire a Saddam Hussein e a Gheddafi di vendere petrolio, commercializzandolo in una valuta differente dal dollaro, così come avevano ipotizzato di voler fare, com’è che si è intervenuto? Li si è uccisi! Né più e né meno. Che poi la ristabilizzazione delle due aree abbia portato alla diffusione del terrorismo in terra europea, e all’afflusso incontrollato di interi popoli, ebbene questo è affare che dobbiamo risolvere localmente. La stessa Francia – lo ricorderete, è storia recente – in prima fila nei bombardamenti in Libia, per il rovesciamento del regime, chiuse prontamente le frontiere a Ventimiglia per impedire il passaggio di immigrati provenienti dall’Africa, che avevano scelto evidentemente le coste italiane, in Europa, scappando dalla guerra.

Insomma, l’elenco potrebbe continuare a lungo, ma mi fermo qui con un’ultima considerazione di carattere generale. Come si sarà intuito, attraverso la sostituzione della possibilità teorica di azione politica con l’unica metodologia della… metodologia della governance, di fatto viene fatto accettare il concetto secondo il quale l’unica possibilità di manovra, l’unica scelta sia quella all’interno della società di mercato. Questo è il punto. Ora, val bene ripeterlo il più spesso possibile: non vi è alcuna politica se ciò non significa poter scegliere tra diverse possibilità, e sopratutto se non vi è la possibilità di poter scegliere tra diverse finalità! Invece la dottrina della governance, sopra e prima di ogni altra cosa, è servita esattamente a sopprimere tale possibilità di scelta, come abbiamo visto riducendo ogni aspetto, ogni problema che sia di natura sociale, pubblica, politica, economica a una mera questione tecnica, per la quale evidentemente esiste una unica soluzione, cioè quella tecnica-ottimale che si è indotti a pensare sia ottimale per tutti. Quando invece è ottimale unicamente per chi detiene i fili di questo nuovo paradigma, che peraltro sono coloro che hanno originariamente imposto tale cambio di regime. E allora, le uniche scelte politiche sono di carattere locale per correggere e arginare i problemi mondiali che la dottrina della globalizzazione porta con sé. E l’unica finalità che si deve perseguire, non può che essere quella di seguire, agevolare e spingere sempre oltre la continua ricerca del massimo profitto per gli attori che sono in grado di giocare questa battaglia planetaria; cioè lo ribadiamo ancora una volta: multinazionali, banche, fondi di investimento. Dove sia finita la politica, a questo punto, dove siano le possibilità di scelta e la sovranità di decidere la direzione da prendere, la visione del mondo, il proprio cosmo di valori in cui far confluire ogni decisione popolare e statale, è presto detto, non ve n’è più traccia. La conseguenza personale di tale ambito unico è quella di popolazioni che sono soverchiate dalle problematiche economiche e sociali del dumping salariale, della rimozione di ogni conquista e servizio pubblico con l’unica prospettiva di tentare di riuscire a galleggiare sul mare della decadenza economica e sociale, e con l’unica rotta possibile di continuare a remare per trascinare il fardello necessario a ottimizzare e aumentare i guadagni di chi ha disegnato e imposto questa rotta per tutti gli altri. Allora, per chi volesse reclamare qualcosa l’indirizzo è sempre lo stesso: citofonare Trilateral Commission.

Possiamo a questo punto dire che la teoria della governance non è altro che un nuovo autoritarismo in atto. Tanto più che esso si è esplicato attraverso una vera e propria operazione di OPA sulla democrazia. Cioè l’unico ostacolo a tale procedura era rappresentato, e teoricamente è rappresentato tutt’ora, dalla volontà popolare. Inutili stupirsi che, come teorizzato dai membri della Trilateral Commission a suo tempo, per ottenere i pieni effetti di questa teoria non si potesse che partire proprio dalla scalata alle istituzioni sovrane di ogni singolo Stato. Questo è quello che è avvenuto. Svuotandola di incidenza, la volontà popolare, e togliendo via via tutti i pezzi di sovranità, di ogni singolo stato i giochi si sono chiusi, fatalmente, con la perdita della sovranità monetaria, e dunque di conseguenza politica, che stiamo scontando sulla nostra pelle. I passaggi, le procedure, i dettagli utilizzati in poco più di cinquant’anni di storia sono chiari e sono identificabili per chi abbia un minimo di memoria storica e capacità di mettere in fila gli eventi e le date, e anche i nomi e cognomi, e i paesi responsabili perché tutti questi a vario titolo, direttamente o indirettamente, hanno contribuito a lasciarci invadere da questa enorme volontà sovranazionale, che al momento appare non avere nessuna possibilità di essere ribaltata.

Trascrizione a cura di Maria Grande e Alessio Vallini

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2 risposte a Si dice “Governance”, si legge “autoritarismo”.

  • 2
    Gianluigi

    Parlare di governance quando da anni vige una situazione di associazione a delinquere… è come parlare di niente di fronte al tutto! Per come la vedo è dittatuta silenziosa, di quelle che ti “inforchettano” senza che te ne accorgi e quando te ne accorgi e tenti di lamentarti alzano la voce e si pompano con poteri arrogati. E’ da tempo che è passata l’ora di sgonfiarli e forse è appena arrivato chi darà aiuto a portare avanti la disinfezione della nazione devastata dal parassitismo politico. Anzitutto serve raccogliere firme per vietare le coalizioni in periodo elettorale perché sono vere truffe ai danni collettivi, che in seguito vanno ad incidere su tutte le decisioni; ecco perché poi ci troviamo con fatti spiacevoli a Parlamento. Fatto quello ritengo che molto altro sparirà perché direttamente invischiato, e solo allora dovremmo vedere una rinascita dell’Italia.

  • 1
    max

    Per fortuna ci sono i 5stelle, basta votarli in massa…

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Libertà di stampa - in Italia siamo semi-liberi di Godot_74 L'Italia nel 2015 è scesa al 73° posto nella classifica sulla "libertà di stampa". Viene definita anche "semi-libera". Più che parlare di libertà di stampa, però, forse sarebbe il caso di concentrare l'attenzione sulla sua completezza, indipendenza ed obiettività. (altro…)...--> LEGGI TUTTO

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Video dal web

Donald Trump Vs Hillary Clinton – Il primo confronto TV Integrale

Donald Trump Vs Hillary Clinton - Il primo confronto TV IntegraleDonald Trump e Hillary Clinton si sono sfidati questa notte nel primo confronto tv delle presidenziali Usa 2016. Ecco il video integrale. ...GUARDA

Di Battista e Di Maio vs Lucia Annunziata al Foro Italico di Palermo

Di Battista e Di Maio vs Lucia Annunziata al Foro Italico di Palermo L'intervista di Lucia Annunziata, a In Mezz'ora, dal Foro Italico di Palermo, ad Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio....GUARDA

Sgarbi caga sulla Swiss Air

Vittorio Sgarbi caga sulla Swiss Air Sgarbi "caga" sulla Swiss Air, le hostess gli chiedono di uscire a metà: quello è un bagno di prima classe. Immaginate il seguito (la questione nasconde una discussione sui diritti sottostante: di fronte alle emergenze, è possibile che valga la distinzione "prima classe/seconda classe"?):...GUARDA

USA: la polizia fredda un altro afroamericano, Terence Crutcher

terence-crutcher omicidio polizia USA In Oklahoma la polizia ha ucciso un altro afromericano. Una lunga sequela di uccisioni che dal 2015 porta a 400 l'elenco delle vittime. Gente freddata spesso senza alcuna ragione apparente. (altro…)...GUARDA

Becchi: la stampa contro al M5S? Ma se il blog di Grillo ormai è il Corriere della Sera!

BECCHI: STAMPA CONTRO AL M5S!? MA SE IL BLOG DI GRILLO ORMAI È IL CORRIERE DELLA SERA!Paolo Becchi a Checkpoint parla del grande colpo di stato dell'Euro, dei rapporti tra la stampa e il M5S e del grande spettacolo politico della Casaleggio Associati. ...GUARDA

Roma: Nino Galloni assessore al Bilancio nella giunta Raggi?

Nino Galloni - Io assessore al Bilancio del Comune di Roma, nella giunta di Virginia Raggi? Nino Galloni, ospite a Tagadà su LA7, risponde alle domande sulla sua candidatura ad Assessore al Bilancio e al Patrimonio del Comune di Roma, nella giunta di Virginia Raggi. (altro…)...GUARDA

Matteo Renzi sfotte Paola Taverna: “complotto su Roma”.

matteo renzi sfotte paola taverna su roma complotto Matteo Renzi sfotte Paola Taverna: "ci fanno il complotto su Roma"....GUARDA

Euro: la prima banconota senza anima!

Diego Fusaro Il filosofo Diego Fusaro spiega perché l'Euro è una moneta priva di ogni relazione con la storia e la cultura d'Europa. Vi siete mai chiesti perché sulle banconote in Euro non ci sono quei volti noti, quegli artisti, quei pensatori che hanno dato lustro alle grandi...GUARDA

Film, libri e Dvd

Lights Out: Terrore nel Buio – Trailer Hd ITA ufficiale #NonSpegnereLaLuce – film horror

LIGHTS OUT TERRORE NEL BUIO TRAILER ITA HD UFFICIALEIl trailer HD ITA (in italiano) di Lights Out: terrore nel buio. #NonSpegnereLaLuce I migliori film horror a casa tua: Film Horror al Cinema. Dal produttore James Wan (“L’evocazione-The Conjuring”), è in arrivo il racconto di un terrore sconosciuto in...==> GUARDA TUTTO ==>