FILOSOFIA

Una lezione da imparare – Mauro Scardovelli

 

Lectio magistralis di Mauro Scardovelli cui è quasi impossibile dare un titolo, perché tocca ogni radice profonda della nostra vita e mostra con la chiarezza di una giornata di sole come e perché i nostri tempi siano sospesi in un grande incantesimo collettivo.


Siamo entrati in un nuovo Neolitico – Marco Guzzi

Claudio Messora intervista Marco Guzzi, poeta, filosofo e fondatore del movimento “Darsi Pace”, laboratorio di nuova umanità.

Marco Guzzi, poeta, filosofo e fondatore del movimento “Darsi pace”, un laboratorio di nuova umanità. È un piacere ospitarti su Byoblu.com.

Anche per me, guarda Claudio, perché io sono un tuo assiduo visitatore e trovo sempre spunti di novità, di cultura alternativa, ma fondata. Quindi mi trovo proprio a mio agio.

Parliamo di questa crisi. Si può affrontare solo dal punto di vista dei numeri?

La crisi è antropologica, quindi molto più profonda, molto più radicale. Ma è anche una grande crisi di crescita. Io sono positivo. È una grande crisi, ma non è più grande di noi: è alla nostra portata. Dobbiamo renderci conto della sua radicalità e prenderla di petto. È una crisi di crescita, è una crisi sostanzialmente evolutiva, e noi non siamo ancora in grado di interpretare questa direzione evolutiva e facilitarla. E questo la aggrava. Questa è la cosa più pericolosa.: non tanto che la crisi sia antropologica, cioè è una crisi paragonabile a quella del Neolitico, perché sta cambiando un’antropologia, cioè un modo di essere uomini…

In che senso è paragonabile a quella del Neolitico?

La crisi antropologica del Neolitico è il momento in cui (grossomodo dall’8.000 al 5.000 a.c.) l’umanità si dà una forma che è poi quella che – con moltissime evoluzioni – arriva fino a noi. Inizia l’agricoltura, gli uomini cominciano quindi a stabilizzarsi in un luogo, a costruire le città e sorge la civiltà che poi – con enormi mutazioni – arriva fino a noi. Noi siamo in una fase di trasformazione ancora più grande per l’essere umano. Questo vuol dire – in termini semplici – che tutto un modo di “essere umani”, come il diritto, l’economia, la filosofia, la democrazia, la politica, i rapporti sessuali, i rapporti familiari… cioè tutte le forme antropologiche (le istituzioni antropologiche sono le forme in cui l’umanità organizza la sua vita), ecco: tutte queste forme sono in travaglio. Perché quelle che appartengono alla modalità che sta finendo tracollano. Ecco perché c’è una crisi generale. Tutto è in crisi perché le forme storiche – le forme storiche del matrimonio, le forme storiche della democrazia, le forme storiche dell’Università, le forme storiche delle religioni – è come se si stessero esaurendo. Non ci soddisfano più. Per cui noi non sappiamo che fare. Siamo in una fase caotica, che è una fase, però di transizione. Se noi riuscissimo a capire un po’ meglio quale figura di uomo, cioè quale modalità di Marco Guzzi o di Claudio si sta consumando e quale modalità nuova di essere Marco Guzzi o Claudio od ognuno dei nostri ascoltatori sta emergendo, riusciremmo a vivere questo passaggio per quello che è: un enorme momento di crescita.

Quello che dobbiamo fare adesso

tempo di volare alto

La politica non è tutto. C’è qualcosa che viene ancora prima della politica: siamo noi. Sono i rapporti tra gli esseri umani, la loro considerazione di se stessi, degli altri, del mondo. Chi siamo forse non lo sapremo mai, se non dopo morti, ma sapere cosa vogliamo e dove vogliamo andare – e con chi – questo sì che viene prima. Un prete vi direbbe che il più grande successo del demonio è farvi dubitare della fede. Allo stesso modo, il più grande risultato del vangelo neoliberista è fare in modo che ognuno di noi diffidi degli altri e perfino di se stesso, al punto da credere che oltre alla bieca logica della competizione, oltre alla religione del successo, oltre al tradimento e all’ipocrisia elevati al rango di inevitabile consuetudine, non vi sia nient’altro. Il mantra ripetuto alla televisione e sui giornali insinua in chiunque il dubbio che sia davvero tutto qui, che non ci sia altro. Sul lavoro è cosa buona e giusta fare le scarpe ai colleghi; a scuola non c’è tempo per aiutare i compagni in difficoltà; Darwin e la selezione naturale sono citati a sproposito per giustificare qualunque egoismo. Ogni autorità viene messa in discussione: i genitori sono messi in stato d’accusa dagli psicologi davanti ai figli; le religioni vengono massacrate e ridicolizzate; i professori vengono messi dietro alla lavagna dai parenti degli studenti; la politica viene smantellata e sostituita da anonimi prestanome; il matrimonio è un vincolo superato: siamo tutti “compagni” di qualcun altro, ma nessuno si sceglie per la vita; uomini e donne sono uguali (si badi bene: non ci si limita a dire che hanno gli stessi diritti, ma che sono proprio identici); bianchi, neri, culture, ideologie, storia, confini, perfino il cibo: tutto viene messo in un grande frullatore, sminuzzato e rimescolato affinché assuma un colore grigiastro e una consistenza molliccia.

Certo, entro una certa misura tutti gli ambiti e le categorie umani portano con sé arbitrarietà, ingiustizie, pericoli, muri, diffidenze, in una parola: diversità. E dove c’è diversità ci possono essere le radici dello scontro, del sopruso, dell’abuso. La violenza sulle donne trova proprio nella famiglia la sua scena del crimine elettiva. Nel silenzio delle sagrestie delle chiese sono accaduti fatti molto spiacevoli e i vecchi partiti hanno prodotto corruzione e hanno consacrato grandi colletti bianchi inamovibili dalle loro poltrone. Però gettare il bambino con l’acqua sporca è l’esagerazione opposta. L’universo e la vita stessa si basano sulla diversità. Le leggi di gravitazione creano sistemi che mettono in rotazione alcuni corpi intorno a un centro, il quale a sua volta orbita intorno a centri più grandi. Dalla carica negativa degli elettroni scaturisce un flusso che fa muovere oggetti presumibilmente inanimati. Le farfalle cercano il fiore, il calore porta l’acqua nel cielo e la sua assenza la fa precipitare. E la biologia ha avuto bisogno di differenziare gli organismi con il sesso, pur di creare uno scambio continuo che avesse le maggiori probabilità di successo. La gioia e il pianto, il piacere e il dolore, non c’è bisogno di continuare.

E così, insieme all’abolizione fattuale del matrimonio abbiamo perso la principale motivazione a rispettare una scelta, e con questa motivazione abbiamo anche rinunciato a quel senso di identità personale che deriva dal sentirsi fieri di se stessi, della propria lealtà. Abbiamo cioè perso l’onore. E abbiamo perso anche potere contrattuale: una famiglia, con i suoi valori, i suoi principi, con il suo capofamiglia, con il suo patriarca, era una roccaforte, un piccolo feudo, un piccolo sistema produttivo, aveva un peso specifico nell’ecosistema sociale di residenza, e trovava nella casa le sue radici. Insieme poi alle tradizioni religiose e al riconoscimento delle loro autorità, abbiamo anche smarrito un intricato sistema di punti di riferimento che, come i sistemi di posizionamento satellitare, era in grado non solo di indicare una realtà superiore all’individualismo cieco e sfrenato, ma anche di fare da mappa, da sistema di misura, di comparazione rispetto a un insieme di valori di riferimento stabili e condivisi. Dai quali ci si poteva anche discostare, certo, ma proprio l’ampiezza di tale scostamento restituiva un senso topologico alla traiettoria della nostra vita. Era il “Voi siete qui” sulla cartina. Senza punti di riferimento, siamo ovunque e in nessun luogo. La mortificazione della cultura, del sapere, l’appiattimento della professionalità dei docenti e l’accorciamento dei percorsi universitari in nome di della necessità di competere sul mercato del lavoro (cioè, alle condizioni attuali, più che altro di soddisfare la domanda di sfruttamento di chi ha le risorse per investire, e lo fa non per contribuire al benessere collettivo – per esempio portando l’acqua corrente a chi non ne ha – ma per aumentare la propria ricchezza), la distrazione della spesa pubblica dal settore sociale per conferirla alla soddisfazione della finanza speculativa, hanno creato generazioni di cittadini convinti che la conoscenza valga meno di un posto nelle nuove catene di montaggio digitali. Studiano tutti, ma quelli che davvero sanno ormai sono sempre di meno. Lo svilimento delle discipline filosofiche, letterarie e umanistiche in genere, e l’accentuazione di quelle tecnologiche hanno prodotto una maggioranza di individui preparatissimi in settori sempre più verticali, ma totalmente inconsapevoli di se stessi, delle loro origini, dei temi della contemporaneità, della loro legittimazione come portatori di diritti e conseguentemente totalmente incapaci di leggere trasversalmente le dinamiche sociali che li vedono giocare un ruolo da comparsa, funzionale ad essere utilizzati e riutilizzati a seconda dell’utilità di chi ne acquista la capacità produttiva. Noi siamo i discendenti delle grandi civiltà mediorientali, del pensiero filosofico greco, degli storici e dei poeti latini, delle grandi teologie medievali, degli ardimenti rinascimentali, delle sanguinose rivoluzioni sociali, dei giganti della musica e del pensiero che si sono avvicendati negli ultimi tre secoli. Eppure, tranne una minoranza esigua, non ne conosciamo le conquiste, le vette, gli slanci verso l’infinito, i grandi dilemmi, le solide impalcature sulle quali potremmo salire per spiccare il volo o semplicemente guardare le nostre meschinità da una prospettiva superiore. Dell’immensità della nobile traiettoria della civiltà umana non sapremmo citare che pochi sparuti luoghi comuni spesso attribuiti a persone ed epoche sbagliate.

La pretesa di creare una società multiculturale indiscriminata si è rivelata nel suo opposto: e cioè la distruzione di tutte le culture, annichilite da uno scontro innaturale, subìto anziché spontaneamente cercato. Ai ragazzi, orfani dell’autorità paterna, dell’autorità religiosa, dell’autorità culturale e anche di quella istituzionale, destituita insieme alla fine delle ideologie – deposte ma non superate – non resta che seguire le star di Youtube e chiedersi a cosa serva nascere con un bagaglio pieno di perché, se poi in questo mondo sembrano mancare del tutto le risposte. E in questo deserto indifferenziato pieno zeppo di stimoli sensoriali che non indicano nulla, come miraggi costruiti ad arte, finiscono per essere preda del primo che agita una convinzione qualsiasi, purché – almeno lui – appaia mosso da granitica certezza.

Chi non offre soluzioni in grado di soddisfare l’ego, l’unico propulsore rimasto all’individuo ormai privo di sovrastrutture identitarie e sociali, non ha speranze di incontrare un consenso significativo. Per questo l’impegno politico non è sufficiente ad imprimere una svolta alla decadenza inarrestabile dei nostri tempi, perché per agire con successo ha comunque bisogno di entrare in sintonia con le maggioranze oceaniche sofferenti ma prive di strumenti e di vocabolari per interpretare una complessità difficile da cogliere, prima ancora che da affrontare. Siamo come esseri bidimensionali. Viviamo su un foglio di carta e pensiamo in termini di larghezza e di lunghezza. Ma quando un essere che esiste anche nella terza dimensione – l’altezza – attraversa il nostro foglio di carta con le dita di una mano, noi vediamo cinque circoletti separati apparire in cinque posizioni diverse del nostro mondo, senza riuscire a comprendere che fanno tutti parte di uno stesso fenomeno, che va compreso nel suo insieme e non separatamente.

Per questo è fondamentale abbandonare l’estremismo della specializzazione eccessiva e diventare interdisciplinari. È necessario, anzi vitale, compensare la sofferenza individuale e la decadenza sociale con un nuovo rinascimento spirituale, che nasca innanzitutto dal recupero della consapevolezza di noi stessi come persone capaci di compiere un balzo e prendere quota verso le altezze del pensiero, a lungo abbandonate nella convinzione di non saper volare. E per fare questo dobbiamo rivalutare l’uomo e costruire una nuova rappresentazione di noi stessi, lontana da quella miserabile che ci rimanda l’appartenenza a un sistema calibrato per schiacciare ogni aspirazione al suolo e mortificare la nobiltà che ci caratterizza di diritto, insieme alla libertà e all’appartenenza al meraviglioso ordine naturale dell’universo. Bisogna creare e poi sostenere una comunità dove chi ha le chiavi di lettura di uno specifico ambito le condivida e si confronti con altri che hanno maturato significative competenze in settori diversi e complementari. Dobbiamo inaugurare l’era di una nuova università popolare, dove gli scienziati non abbiano paura di confrontarsi con i poeti, i filosofi con gli ingegneri, i religiosi e i mistici con gli economisti e i medici con gli sciamani, spiegando ognuno il loro sapere e la loro prospettiva in una maniera comprensibile e in un’ottica di contaminazione reciproca, al fine di sconfiggere le nicchie di pensiero e l’alterigia della sapienza ottusa, rinchiusa in una torre d’avorio. Non servono conferenze mono disciplinari, condotte a suon di tabelle e grafici al fine di prevalere e fare carriera in un settore specifico, che si risolvono nella creazione di fazioni opposte di seguaci fanatici e integralisti i quali alimentano la divisione e l’intolleranza al posto di una visione universale, integrata e coerente che rende manifeste le correlazioni, invece di isolare le differenze. E soprattutto non serve sapere tutto sulle medicine alternative, sulle innovative terapie geniche o sul ciclo di Frenkel, se non sappiamo rispondere agli interrogativi fondamentali della vita. Il primo dei quali è capire, grazie all’aiuto di ogni branca del pensiero, qual è il senso del nostro cammino in questa Terra e come possiamo renderlo più felice.

Quello che dobbiamo fare è lavorare alla nascita di un uomo novo, che alzi lo sguardo dal petto e torni a guardare gli altri negli occhi, scoprendo che era tutt’altro che solo. E che poi, insieme a tutti gli altri, sollevi finalmente il mento a riscoprire il cielo sopra di sé.

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