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Ecco cosa succede a denunciare la camorra. Luigi Orsino

Luigi Orsino - denuncia la camorra - lo stato lo distrugge

Luigi Orsino, ex imprenditore di Napoli che 10 anni fa ha avuto il coraggio di denunciare la camorra, per quella sua scelta coraggiosa ha perso tutto: casa, averi e azienda. Le banche, venute a conoscenza della sua denuncia, oltre a bloccargli tutta l’operatività, impedendogli di pagare i fornitori, gli chiesero il rientro immediato. Lo Stato, invece di aiutarlo, si è reso complice: lo ha gettato in mezzo ad una strada con uno “sfratto esecutivo immediato”. Ora vive in una località montata dell’Irpinia, assieme a sua moglie e a suo figlio, in una catapecchia senza riscaldamento. E’ malato e ha un reddito mensile, derivante da una piccola pensione di invalidità, di soli 280 €, senza altri mezzi di sostentamento. La camorra, con la complicità dello Stato, ha avuto la sua vendetta. E soprattutto, ha lanciato il suo monito verso altri potenziali coraggiosi imprenditori a cui potrebbe venire in mente di denunciare i propri aguzzini.

Le associazioni criminali non uccidono più. Riducono gli uomini coraggiosi in uno stato di oblio e disperazione, con la complicità delle autorità compiacenti.

LA LETTERA DI LUIGI ORSINO

Voglio scusarmi con i lettori perché quanto leggerete è ciò che è accaduto a me. Sono sempre alquanto restio a parlare delle mie vicissitudini, sia per una sorta di riservatezza sia perché qualcuno potrebbe pensare che, trattandosi di me stesso, io abbia potuto calcare la mano o quantomeno tacere su alcune cose per dare maggior risalto ad altre. Non posso fugare questi dubbi. Posso solo garantire la mia buona fede e l’assoluta veridicità di quanto vado a raccontare. 

La mia storia imprenditoriale, insieme a mia moglie, è iniziata nel lontano 1979. Per anni non abbiamo avuto problemi e siamo cresciuti fino a divenire imprenditori di un certo livello. Eravamo fra i primi di Portici, cittadina a sud di Napoli. Portici è un centro molto popoloso, all’epoca contava più di sessantamila abitanti. Dal 1992 in poi finì la pace, entrammo nel mirino del clan camorristico locale (i famigerati Vollaro), che dettavano legge sia in Portici che su parte di altre popolose città limitrofe: Ercolano, San Giorgio a Cremano, San Sebastiano al Vesuvio (dove il clan aveva una grande villa e dove, anche io abitavo). Forse fu la nostra rapida affermazione in campo commerciale o forse fummo poco accorti nell’acquistare una villa ad un centinaio di metri da quella dei Vollaro, fatto sta che a un certo punto fummo oggetto di attenzioni pesantissime da parte dell’organizzazione malavitosa.
Col senno di poi, per quanto spregevoli fossero i personaggi che ci taglieggiavano rendendoci la vita un inferno, essi almeno erano figure reali, individui con cui si poteva avere uno scontro, un confronto (da cui si usciva immancabilmente perdenti). Certo non si nascondevano dietro barriere burocratiche e non facevano lo scaricabarile tra loro. Dico questo perché posso asserire, a ragion di causa, di aver subito più danno dallo Stato italiano che dai camorristi. I camorristi si appropriavano di beni di cui, in definitiva, potevo anche fare a meno. Dovevo pagare un pesante pizzo, non potevo più permettermi l’agiatezza di un tempo, ma continuavo a vivere ed a lavorare. Certo, a lungo andare la stretta dei criminali finì per stritolarmi e dovetti indebitarmi (con strozzini) per far fronte alle loro richieste sempre più pesanti. Finché, non potendo più sostenere la pressione criminale, in accordo con mia moglie mi risolsi a denunciare tutto alle autorità, alla Procura della Repubblica di Nola. Era il 2004.
I miei guai peggiori stavano per cominciare.  Premetto che il dovere di ogni imprenditore onesto è quello di garantire la sopravvivenza economica non solo a se stesso ma anche ai suoi dipendenti ed alle loro famiglie. Una volta che hai denunciato i tuoi aggressori, hai smesso di lottare per la salvezza della’azienda, essa è inesorabilmente condannata. Segretezza e riservatezza sono del tutto sconosciute alle autorità di giustizia: tutto si viene a sapere con la velocità della luce. L’imprenditore che denuncia i camorristi si trova a dover affrontare la  vendetta di questi ultimi, costretti a fartela pagare per non perdere la faccia. Ma non basta: le banche immediatamente chiudono i rubinetti e ti chiedono di restituire quanto ti avevano prestato, con decorrenza immediata. I fornitori smettono di farti credito. I  clienti disertano i tuoi esercizi per il timore di essere coinvolti in azioni violente, portate contro la tua persona. In parole povere sei un soggetto a rischio per tutti. Ed è questo il motivo per cui chi finisce nella morsa della camorra non si precipita a denunciare Chi lo fa è perché ha altri motivi: un’azienda già dissestata, una situazione debitoria insostenibile o altro.
Ebbene mi fu stato contestato che avevo denunciato con notevole ritardo. Possibile che i giudici siano all’oscuro della tragica trafila che subisce chi denuncia? Possibile che non si rendano conto che io, e tanti altri come me, non ce la siamo sentiti di sopprimere con le nostre stesse mani la creatura che avevamo visto nascere e crescere? Denunciare subito! Ma a chi poi? Nel 1992 non esisteva ancora una legge che tutelasse chi denunciava gli estorsori. Inoltre le forze dell’ordine erano infiltrate da elementi collusi con la criminalità organizzata: proprio in quegli anni agenti della Polizia e dei Carabinieri di Portici erano finiti sotto indagine e poi rinviati a giudizio per collusione con il clan locale. Ecco perché non mi rivolsi alle forze dell’ordine presenti sul territorio, ma presentai la mia denuncia alla Procura della Repubblica di Nola.
Inevitabilmente quanto avevo previsto si verificò. Le mie imprese commerciali implosero e fu il tracollo finanziario. Le banche non aspettavano altro per mettere sotto sequestro tutti i miei beni. Così mi trovai senza più nulla, senza un lavoro, senza tranquillità (perseguitato dai camorristi e dagli Ufficiali Giudiziari), senza più una casa (sequestrata e venduta all’asta). Fui costretto ad abbandonare la mia casa. Il Giudice che aveva disposto il sequestro e la vendita dei miei beni si disse incompetente a valutare i risvolti penali in cui ero parte lesa, per tale motivo si affrettò a svendere tutto. Svendere è proprio il termine giusto perché a fronte di debiti verso banche e fornitori mi sono stati sottratti beni che avevano un valore di mercato enormemente superiore (se dico circa dieci volte in più, non sono affatto lontano dalla realtà). Il giudice penale, ritenendo che non fossi stato abbastanza sollecito nel denunciare (leggi suicidarmi commercialmente), non mi ha mai ammesso ai benefici previsti per le vittime della criminalità organizzata. Benefici, vale la pena ricordarlo, che esistono solo sulla carta ma a cui, nella realtà dei fatti, non riesci ad accedere se non hai un’adeguata copertura politica. Poiché io non avevo mai avuto ne il tempo e soprattutto la voglia di leccare il culo a qualche politico, niente.
Ci siamo trovati in mezzo ad una strada. Cosa fare? Abbiamo venduto gli ultimi oggetti di valore che rimanevano, compreso gran parte dei mobili, raggranellando un po’ di soldini e ci siamo trasferiti in uno piccolo comune disperso dell’alta Irpinia. La speranza era che allontanandoci dai luoghi a maggior rischio avremmo, almeno, riacquistato un minimo di tranquillità e sicurezza personale. Era il 2012: a quel tempo potevamo ancora contare sulla piccola pigione che percepivamo da un locale commerciale, pignorato dalle banche. Nel 2013 il giudice decretò che anche la pigione dovesse essere sequestrata e restammo senza più alcuna forma di reddito, ragion per cui non potei più pagare la pigione della casa in cui ci eravamo trasferiti. Seguirono lettera di sfratto, sentenza di un Giudice compiacente a imporre lo sfratto immediato e, da un giorno all’altro, i Carabinieri in casa. I malavitosi nel frattempo ci avevano trovato e non mancavano di farci sapere che eravamo sempre nei loro pensieri. Tutta la protezione su cui potevamo contare era qualche rado passaggio di una pattuglia, la stessa che venne a sbatterci fuori. Fui preso di peso e messo in mezzo a una strada. Ai miei familiari fu intimato di mettere poche cose in valigia e di uscire subito. Io quel giorno persi la dignità, ridotto come mai nessun uomo dovrebbe esserlo, trattato come neanche un criminale deve essere trattato perché un minimo di dignità umana bisogna garantirla a tutti. Ho vergogna a dire che quel giorno piansi, come un bambino piansi. Piansi sul disonore che mi colpiva, sulla dignità che mi veniva strappata, sulla mia incapacità di proteggere i miei cari dalla protervia dei potenti. In quel momento mi resi conto, finalmente, che dallo Stato italiano non dovevo aspettarmi altro che sputi in faccia. Non ho rancore nei confronti dei militari che mi misero in strada, loro avevano avuto degli ordini e gli ordini si eseguono, non si discutono. Tutto il mio disappunto va a chi quegli ordini li ha dati.
Il comune in cui abitavamo, che pure aveva case libere, non volle aiutarci. Non volle rendere meno doloroso quel momento. Il sindaco del comune dove si trovava la casa da cui eravamo stati sfrattati non ci voleva più nel suo paese. Eravamo morosi nei confronti di un notabile del paese, eravamo pericolosi perché nel mirino dei camorristi, eravamo dei morti di fame.  Solo dietro alle suppliche di mia moglie e dietro alla giusta osservazione dei Carabinieri sull’impossibilità di garantire la nostra protezione se fossimo rimasti per strada, fummo prelevati e portati “d’imperio” in una lurida stamberga di 25 mq, disabitata da oltre trenta anni, sporca da far schifo, senza riscaldamento, senza allaccio elettrico, senza mobili.
Oggi siamo ancora qui, in questo squallido tugurio, e ci apprestiamo a trascorrere un altro inverno terribile (siamo in montagna, nevica e spesso la temperatura precipita ben sotto lo zero). I grandi dispiaceri subiti mi hanno causato un infarto e ho subito l’impianto di tre bypass. Mia moglie è afflitta da varie patologie (avrebbe bisogno di un’operazione urgente), di cui la più grave è sicuramente una grave forma di depressione che la costringe a letto per giorni interi: rifiuta il cibo e io la guardo spegnersi ogni giorno un po’ di più. Di cosa viviamo? Ho una pensione d’invalidità civile (perché gravemente cardiopatico) di ben 289 euro mensili. Se non fosse per i pacchi alimentari della Caritas, per almeno due terzi del mese dovremmo semplicemente digiunare. 289 Euro per mangiare, pagare la bolletta della luce (che nel frattempo, grazie all’intercessione del sindaco del paese in cui ci troviamo ora, ci è stata allacciata), e per comperare un po’ di cibo a un cane e a un gatto che avevamo già adottato anni fa e che non abbiamo certo il coraggio di abbandonare (piuttosto digiuniamo noi). Dulcis in fundo: il proprietario mi ha inviato il preavviso di sfratto perché, nulla ricevendo dal comune precedente, vuole essere pagato da me. Soldi non ne ho e se avessi qualche cosa non resterei certo qui. Prossimamente il dramma già vissuto si ripeterà. Ma ora non ho più dignità da farmi strappare, non ho più forza di affrontare gli sciacalli, non ho più niente. Solo il dolore per aver costretto mia moglie e mio figlio ad una vita di stenti che li ha segnati pesantemente.
Questa è la storia di un uomo che ha denunciato l’illegalità. La storia di un uomo che ha fallito nella propria vita rovinando anche la vita ai suoi cari. La storia di un uomo che, dopo aver bruciato un terzo della sua vita, ancora cerca di difendere la legalità.

Chiunque volesse o potesse dare una mano per sistemare la famiglia di Luigi Orsino, preferibilmente al nord, è pregato di mettersi in contatto con Stefano Becciolini (becciolini1964@gmail.com, fahrenheit, +393487105308) oppure con Luigi Orsino stesso (orsinoluigi@libero.it).

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4 risposte a Ecco cosa succede a denunciare la camorra. Luigi Orsino

  • 4
    renato

    Alfred, Alfred, non comprendi ancora che i tuoi giochi sono finiti?
    Perche’ speri di tenere questo mondo cosi’ al contrario? Pensa che tra poco sarai felice che l onesta’ e la giustizia sara’ la base del tuo nuovo governo.

  • 3

    La dignità non l’ha persa Lei Signor Luigi Orsino, ma l’Italia, forte con i deboli, ma debole con i forti, oppure togliere la dignità alle persone oneste, che pagano le tasse, per riverire i malavitosi.

  • 2
    ruber

    Caro Alfred.sono convinto cle il tuo commento e ‘ ironico. La mala giustizia e il mal governo no sono opera del m5s. Chi ha sbagliato deve risarcire. Tu dici che di maio deve intervenire senza pubblicità. Da come parli mi accorgo che sei uno sporco elettore che voti partiti collusi con la mafia e pretendi che intervengano altri. Vafic

  • 1
    alfred

    beh! allora mi piacerebbe vedere immediatamente il partito pentastellato che si occupa di questa Persona e della sua famiglia, c’è un fondo che dicono di avere grazie alle loro rinunce sullo stipendio da senatori e parlamentari, c’è di Maio ( vice presidente della camera dei Deputati) per giunta, Campano, ebbene, che si attivino immediatamente per questa Grande Persona, senza troppa pubblicità, Azione prego e soluzione, poi ne parliamo, Grazie.

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