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Islanda: se fossimo nella UE, ora saremmo in bancarotta

“Sono sicuro che se fossimo entrati nell’Unione Europea non saremmo usciti così in fretta dalla crisi”. Parola e firma di Sigmundur Gunnlaugsson, il primo ministro dell’Islanda. Per Reykjavik la crisi è ormai solo un brutto ricordo e per il governo di centrodestra il merito è da ascrivere alla decisione di ritirare la domanda di adesione all’Ue, inoltrata dal precedente esecutivo di centrosinistra. In pochi anni Bruxelles da obiettivo a cui aspirare è diventata un esempio da evitare. Il caso islandese dimostra che la sopravvivenza, e la ripresa, è possibile anche stando da soli.

Islanda Ue Pil

 LA CRISI – Come è noto, l’Islanda è uno dei paesi ad aver sofferto maggiormente la devastante crisi economica del 2008, almeno durante i primi anni. Il piccolo paese situato nell’Oceano Atlantico settentrionale fu travolto da una pesantissima crisi finanziaria e bancaria dopo che le tre maggiori banche del paese dichiararono il default a causa di debiti pesantissimi, corrispondenti alla cifra monstre di 85 miliardi di dollari. L’Islanda aveva dovuto far fronte anche a un gravissimo deprezzamento della sua moneta nazionale, la corona islandese, che aveva perso addirittura fino al 50 per cento del suo valore. Insomma, una situazione davvero drammatica dalla quale sembrava proprio che l’Islanda non potesse uscire. Il governo e gli islandesi non avevano idea di come riuscire a dare una svolta.

UE ANCORA DI SALVEZZA –  Così, al culmine della crisi, arriva la decisione: l’Islanda prova ad aderire all’Unione Europea. Sembra strano dirlo adesso ma nel 2009 l’Europa, vale a dire solamente sei anni fa, era considerata come un’ancora di salvezza. Secondo gli economisti islandesi, l’euro poteva essere tra l’altro l’antidoto giusto al deprezzamento della corona. Il governo di centrosinistra decise di sottoporre al Parlamento l’ipotesi di richiedere l’ingresso in Ue. Ipotesi che venne accolta dal consesso di Reykjavik, che diede così il via libera all’inizio dei negoziati. Tra l’altro ottenere il via libera da Bruxelles sembrava piuttosto facile. Nessun ostacolo politico, storico o culturale si frapponeva tra Islanda e Ue. E infatti le tappe che il Paese ha dovuto affrontare sono state meno gravose rispetto a quelle di altri candidati come per esempio Croazia o Serbia, per non parlare della Turchia. Anche l’opinione pubblica islandese sembrava del tutto a favore dell’ingresso del Paese nell’Ue.

IL PASSO INDIETRO – Il cambiamento arriva nel 2013, quando alle elezioni politiche vince la coalizione di centrodestra. Il governo di centrosinistra, guidato da Johanna Siguroardottir aveva infatti dovuto far fronte alla drammatica situazione adottanto misure draconiane, anche per  rispettare i parametri stabiliti dalle istituzioni internazionali, in cambio di aiuti economici. Misure che hanno sollevato molte polemiche e contestazioni, facilitando il compito della coalizione di guidata da Gunnlaugsson che aveva basato tutta la sua campagna elettorale sulla promessa di fermare le misure di austerity e soprattutto ridiscutere il processo di adesione all’Ue. Una mossa decisiva. Così, lo scorso marzo, l’Islanda ha ufficialmente annunciato di aver ritirato la sua domanda di adesione all’Unione Europea. Una decisione mantenuta nonostante una gigantesca manifestazione pro-Ue con una percentuale clamorosa di cittadini islandesi scesi in piazza per protestare contro la decisione del governo di centrodestra di ritirare la domanda.

LA RIPRESA – Nel frattempo l’Islanda si è ripresa alla grande, tanto da diventare un caso di successo post crisi. Nel 2014 si è registrata una crescita dell’1,9 per cento, mentre nel 2015 l’economia è destinata a crescere addirittura del 3,5 per cento. Il debito pubblico nazionale è sceso al 64 per centro del pil, dopo il picco dell’86 per cento toccato nel 2012. Ora tutti i valori sono tornati o stanno rapidamente tornando ai virtuosi livelli pre crisi. Diversamente dalla maggior parte dei paesi dell’Unione Europea, l’Islanda ha effettivamente incarcerato i banchieri colpevoli di comportamenti fraudolenti e complici dell’esplosione della crisi bancaria del 2008. La ripresa è stata spinta anche e soprattutto dal turismo. Una campagna pubblicitaria aggressiva ha portato a grandissimi risultati, con un aumento del 25 per cento delle visite durante gli ultimi 4 anni. A ottobre, l’Islanda ha staccato l’ultimo assegno per i rimborsi del prestito del Fondo Monetario Internazionale. E ora sembra proprio che il Paese possa tornare a volare dopo essersi liberato degli ultimi retaggi dell’incubo della crisi che aveva gettato nello sconforto l’economia nazionale negli anni scorsi.

“MEGLIO DA SOLI” – “Se fossimo entrati nell’Ue avremmo fatto la fine della Grecia“, afferma ora il premier Gunnlaugsson. “Saremmo andati in bancarotta. Se tutti i nostri debiti fossero stati convertiti in euro, avremmo dovuto adottare le stesse drammatiche misure di Irlanda e Grecia, con conseguenze catastrofiche per la nostra economia e per il nostro Paese”. Restando fuori dall’Ue, l’Islanda è riuscita a mantenere il controllo sulla pesca, la principale attività economica dell’isola, una questione aperta con Bruxelles. Nel 2013 proprio questo tema aveva aiutato alle elezioni la coalizione di centrodestra, che aveva promesso di non sottomettere la pesca alla regolamentazione delle quote imposte dall’Ue. Da ancora di salvezza l’Ue è diventata un’ipotetica prigione, nella quale il premier islandese è felice di non essere entrato. Per di più, l’Islanda gode anche esternamente dei benefici di cui aveva bisogno per risollevarsi economicamente dalla disastrosa crisi del 2008 e dalla successiva recessione. Può per esempio già esportare nei paesi dell’Unione Europea i suoi prodotti senza dazi o altri oneri grazie agli accordi di libero scambio esistenti con l’Ue e con l’adesione al trattato di Schenghen. “Siamo soddisfatti del modello dell’Area Economica Europea che abbiamo creato con Norvegia e Lichtenstein”, afferma Gunnlaugsson. “L’Ue non parla mai di valori ma solo di economia. E allora noi ce ne stiamo bene per conto nostro. Credo proprio che a breve termine sia impossibile un nostro ingresso nell’Ue”.

Fonte: AffariItaliani

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Una risposta a Islanda: se fossimo nella UE, ora saremmo in bancarotta

  • 1
    Giovanni Tempesta

    L’articolo è fuorviante.
    La ripresa dell’Islanda è basata sulla frode. Se voglio acquistare delle corone mi danno 124 corone per un Euro, se ho le corone e le voglio convertire in Euro mi danno 1 Euro ogni 220 corone, con uno scarto del 70% che si incamerano

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